sabato, 28 maggio 2016
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Opinioni e commenti
 

RISCHI DI GUERRA
Pubblicato il 09-03-2016


Libia guerraL’Italia è sull’orlo di un intervento armato in Libia, ma almeno per il momento non ha nessuna voglia di far precipitare la situazione. “Il governo non si farà trascinare in avventure inutili e perfino pericolose per la nostra sicurezza nazionale. Non è sensibile al rullar di tamburi e a radiose giornate interventiste ma interverrà se e quando possibile su richiesta di un governo legittimo”, così il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, oggi a palazzo Madama, in un’informativa per rispondere alle tante domande che arrivano al Governo soprattutto dopo gli ultimi tragici fatti che hanno visto due nostri connazionali rapiti nell’luglio scorso perdere la vita in uno scontro armato di cui ancora non è stato chiarito lo svolgimento.

Insomma ci sono molte ragioni per intervenire e altrettante per non farlo, ma sicuramente il ‘quando’ pesa più di molte ragioni perché una mossa intempestiva potrebbe provocare guai seri. Bisogna piuttosto “combinare fermezza, prudenza e responsabilità” e per Gentiloni “gli interventi militari non sono la soluzione”. Poi rispondendo a chi “snocciola numeri di soldati pronti a partire”, ha ricordato che la Libia “è grande sei volte l’Italia e conta 200mila uomini armati tra milizie ed eserciti”.

“Più passa il tempo, più – ha detto la capogruppo del Psi Pia Locatelli nel suo intervento alla Camera (il testo completo) nel corso dell’informativa del Ministro – si complica lo scenario in Libia e aumentano le tentazioni di agire anche contro alcune regole che sovrintendono le relazioni internazionali. Ma noi a queste regole e ad alcune linee di comportamento che ci vengono dalla conoscenza di quel Paese non possiamo sottrarci, anche perché peggioreremmo la situazione”.

Il ministro aveva cominciato il suo intervento con un messaggio “di cordoglio e vicinanza alle famiglie” dei due italiani uccisi in Libia, Salvatore Failla e Fausto Piano e l’Aula del Senato ha tributato un applauso unanime al ricordo dei due connazionali.

Sulla questione dell’intervento militare, non tutti però mostrano lo stesso atteggiamento attendista del Governo. È il caso, ad esempio, dell’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano (il testo dell’intervento) che intervenuto dopo Gentiloni ha detto la sua. Napolitano è stato a tratti sferzante, invitando a non fare del vetero-pacifismo e a mostrare, ha lasciato intendere, un po’ di coraggio.

“Non si può accettare l’idea – ha detto – che il ricorso alle armi, nei casi previsti dallo statuto delle Nazioni unite, sia qualcosa di contrario ai valori e alla storia italiana”. “Generare l’illusione che non abbiamo mai nel nostro futuro la possibilità di interventi con le forze amate in un mondo che ribolle di conflitti e minacce sarebbe ingannare l’opinione pubblica e sollecitare un pacifismo di vecchissimo stampo che non ha ragione di essere nel mondo di oggi, nel mondo uscito dalla seconda guerra mondiale”. Napolitano invita quindi governo e Parlamento a “evitare ulteriori equivoci e prepararci a ciò che dobbiamo fare, in Libia e altrove, per contrastare l’avanzata del terrorismo islamico”.

Le parole dell’ex Capo dello Stato hanno fatto un’eco quasi perfetta alle notizie giunte ieri da oltre Atlantico con le ‘rivelazioni’ del New Yok Times sui piani d’attacco già pronti e concordati con gli alleati, fermi in un cassetto del Pentagono in attesa di una risposta politica più o meno unitaria delle tante fazioni libiche che faccia decollare il Governo di emergenza nazionale secondo il piano preparato dall’inviato dell’Onu. Mancava solo una ricostruzione seria – eppure Napolitano dovrebbe essere in grado di farla – di come si era giunti all’offensiva militare scatenata contro il regime del colonello Gheddafi a sostegno della cosiddetta ‘primavera araba’ e delle responsabilità, soprattutto francesi e inglesi, nell’aver destabilizzato il Paese senza aver previsto (?) alcuna alternativa per il dopo.

Quanto ai corpi di Failla e Piano, i due tecnici italiani della Bonatti, una fonte ufficiale della Procura generale di Tripoli ha riferito che si è svolta un’autopsia alla presenza di un “medico legale italiano” prima di avviare il loro rimpatrio poi avvenuto in serata. Dall’autopsia, dalle ferite e dall’eventuale recupero dei proiettili, si possono ottenere informazioni preziose per ricostruire i fatti e capire se i due italiani sono stati uccisi dai loro rapitori oppure sono morti nel conflitto a fuoco tra miliziani libici e rapitori e se questi erano jiadisti dell’Isis.

Su questo punto Gentiloni ha detto che “non sono mai emersi elementi di riconducibilità di formazioni di Daesh in Libia. Non è mai giunta alcuna rivendicazione. L’ipotesi più accreditata è quella di un gruppo criminale filo-islamico operante tra Mellita, Zuwara e Sabrata”, e inoltre ha aggiunto che per i quattro italiani rapiti “non è stato pagato alcun riscatto”.

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