lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia, il caos e la prudenza
Pubblicato il 05-03-2016


Nella strategia messa in atto dall’amministrazione americana uscente per dare una soluzione alla crisi libica vi è stata certamente quella di creare una tensione per una prevista escalation militare in modo da convincere i due Governi separati (Tripoli e Tobruk) a trovare una soluzione, un compromesso, mentre s’allarga e si irrobustisce l’esercito irregolare con le insegne dello Stato islamico.

La filosofia di fondo risente del fallimento che è seguito all’intervento del 2011 quando inglesi, francesi e americani si sbarazzarono del “califfo” Gheddafi, ma non seppero creare le condizioni politiche e sociali per evitare l’attuale frantumazione della Libia, separata dalle antiche divisioni tribali e dalle stesse fratture che stanno devastando gli stati-nazione arabi.

L’Italia, si è detto, è in prima posizione per ragioni geografiche e storiche. Uscita arci-sconfitta dalla cacciata di Gheddafi con il quale dopo quarant’anni di conflitto si era arrivati ad una pace condivisa e vantaggiosa, si ritrova oggi ad invocare un ruolo-guida purchessìa sul terreno politico e militare che nessuno sembra voler concedere tranne l’amministrazione USA, in debito per la nostra “cortesia” di far partire senza dazio alcuno i loro raid dalle basi Nato di Sigonella.

Per settimane si è cercato di tenere coperta l’azione di sostegno italiana a quella americana; questi ultimi si sono incaricati di informare la nostra opinione pubblica che era da mesi che Roma era stata scelta come base operativa della strategia di intervento libico; che erano previste azioni della nostra intelligence armata sul territorio libico per “stanare” i gruppi eversivi legati a daesh; che si sta ormai parlando di una presenza militare italiana attorno alle tremila unità a difesa degli interessi vitali ed economici del nostro Paese ed a sostegno dell’azione di Governi che ancora non hanno raggiunto né accordo né legittimità politica.

D’altronde il caleidoscopio libico non può non tenere conto che le divisioni tribali sono tutt’ora presenti, che l’influenza delle diverse tribu di matrice gheddafiana sono rilevanti e che non possono essere tenute ai margini dei futuri equilibri politici a vantaggio di nuove classi dirigenti che altro non sono che le antiche rivernicia a nuovo.

Daesh si ingrossa perché questa contraddizione in seno alla nuova dirigenza libica non è stata rimossa, perché le forze che sostennero le azioni contro Gheddafi – Arabia Saudita, Qatar, Turchia e financo Israele – sono state di fatto sostenitrici del blocco politico legato ai fratelli musulmani che ha generato alle sue estreme i gruppi salafisti più radicali che oggi in Libia sono irrobustiti dalle migliaia di cosiddetti foreign fighters provenienti dalla guerra di Siria e dalla vicina Tunisia.

La strategia americana prevede allo stato ricognizioni aeree e interventi “chirurgici” sulle basi a terra e addestramento delle milizie locali governative per cercare di riconquistare le aree perdute in particolare prospicienti ai pozzi petroliferi.

Il nostro Governo è ancora indeciso sul da farsi; al momento si limita ad azioni legittimate da un oscuro decreto legge su azioni di intelligence. Presto o tardi dovrà affrontare lo scoglio parlamentare cercando di aggirare l’ostacolo teso dal vincolo costituzionale dell’art.11 e di affievolire le ondate belliciste che sembrano aver invaso molte testate giornalistiche. L’opinione pubblica un’idea se l’è fatta da tempo: l’Italia non è una potenza militare media, non può rivendicare un’egemonia nel mediterraneo e si accoda molto spesso alle decisioni altrui e ogni qual volta cerca di rialzare la testa, inesorabilmente le viene imposto un passo indietro.

Per questo viene consigliata prudenza dagli interlocutori politici più autorevoli, da Prodi a Berlusconi, da D’Alema alla stessa Bonino. Noi non possiamo che associarci.
Bobo Craxi

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