giovedì, 29 settembre 2016
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Opinioni e commenti
 

RISCHIO SOMALIA
Pubblicato il 04-03-2016


Isis Libia
Dopo la brutta notizia di ieri, La Farnesina ha confermato oggi che Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, due dei quattro dipendenti della società Bonatti rapiti a luglio dell’anno scorso mentre dalla Tunisia viaggiavano alla volta degli impianti petroliferi di Mellitah, sono liberi e, anche se provati, stanno bene. Dopo la liberazione sono stati portati a Sabrata, e sono protetti dal consiglio militare.

Gino Pollicardo, Filippo Calcagno

Gino Pollicardo, Filippo Calcagno

Il Governo ha invece confermato – ma non sono ancora tornati i corpi – che gli altri due ostaggi, Fausto Piano e Salvatore Failla, sono morti durante l’attacco delle forze libiche a una base dell’Isis. I loro corpi, assieme a quelli di 7 guerriglieri dell’autoproclamato Califfato, erano stati ritrovati due giorni fa e in un primo tempo ritenuti anche loro jihadisti. Dalle foto diffuse dai media locali si è invece risaliti all’identificazione e alla triste scoperta.

Stamattina il ‘Sabrata media center’ ha diffuso le immagini e un video di Gino Pollicardo e Filippo Calcagno con un biglietto che diceva “Io sono Gino Pollicardo e con il mio collega Filippo Calcagno oggi 5 marzo 2016 siamo liberi, e stiamo discretamente fisicamente. Ma siamo psicologicamente devastati. Abbiamo bisogno di tornare urgentemente in Italia”.

Non è ancora chiaro chi abbia rapito gli ostaggi e non è detto neppure che si arrivi mai a conoscere la verità nel caos che ha fatto seguito alla caduta nel 2011 del regime del Colonello Gheddafi. Apparentemente i quattro italiani inizialmente sequestrati da un gruppo della criminalità comune a fini di riscatto, sarebbero successivamente stati ceduti all’Isis come possib ile moneta di scamnio per altri ricatti soprattutto in previsione di un ruolo anche militare dell’Italia in Libia.

L’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, riferisce che secondo fonti vicine al governo di Tripoli, il gruppo criminale chiedeva 12 milioni di euro per liberare i quattro e il governo italiano aveva già pagato in parte il riscatto. La trattativa si era però interrotta perché l’intermediario si era dileguato, forse dopo aver ceduto gli ostaggi all’Isis. A quanto riferisce Cremonesi, l’intermediario era lo stesso autista che aveva reso possibile il sequestro durante il trasferimento in auto dalla Tunisia ‘vendendo’ i quattro italiani a una delle tante bande locali che infestano la regione.

Secondo alcune ricostruzioni i jihadisti avrebbero usato Failla e Piano come scudi umani nel corso di combattimenti avvenuti il 3 marzo con le forze di sicurezza libiche in un raid avvenuto in un casolare vicino Sabrata, ma più semplicemente è possibile che i due ostaggi siano stati uccisi nello scontro a fuoco con i jihadisti.

dal sito www.internazionale.it

dal sito www.internazionale.it

Sabrata si trova a un’ottantina di chilometri da Tripoli e dovrebbe essere sotto il controllo del Parlamento islamico di Tripoli e della milizia di ‘Alba libica’, una coalizione di diversi gruppi armati originari di Tripoli e di Misurata, di cui alcuni vicini ai Fratelli musulmani. Recentemente però è stata registrata un’infiltrazione di uomini dell’Isis e il 19 febbraio, cacciabombardieri Usa hanno attaccato un campo di addestramento nei pressi di Sabrata uccidendo una quarantina dui persone e tra questi forse Noureddine Chouchane, un capo jihadista, ritenuto responsabile degli attentati al Bardo di Tunisi e alla spiaggia di Sousse, in Tunisia. Sabrata è considerata una pedina molto importante nello scontro con l’Isis perché si trova a pochi chilometri dall’impianto della ‘Mellitah oil and gas’, società mista dell’italiana Eni e della libica Noc, da dove parte anche il gasdotto Greenstream che arriva fino a Gela, in Sicilia.Gasdotto Eni Mellita

Piano e Failla erano appunto due tecnici della Bonatti, che lavora per l’Eni, ed erano stati sequestrati insieme a Pollicardo e Calcagno il 19 luglio 2015 vicino Mellitah, da poco strappata dalle milizie dell’Isis.

Le sconfitte a ripetizione in Siria starebbero spingendo gli uomini del Califfato a trasferire il loro quartier generale in Libia ed è per questo che da tempo la coalziione internazionale anti-Isis sta programmando un impegno militare nel Paese. Usa, Gran Bretagna, Francia e Italia, hanno da tempo uomini sul posto. Forze specialei i primi tre Paesi, solo intelligence, sembra, l’Italia in attesa che l’accordo raggiunto faticosamente due mesi fa dia vita ad un Governo di emergenza nazionale che chieda un aiuto per contrastare l’avanzata dello Stato islamico. Il Parlamento di Tobruk, l’unico che ha per ora un riconoscimento internazionale, non è riuscito finora a votare la fiducia al nuovo governo, ma anche se lo facesse comunque la sua rappresentatività è considerata bassa e per questo si cerca di coinvolgere il maggior numero possibile di gruppi e fazioni che controllano a macchia di leopardo il Paese per evitare il rischio di apparire come ‘invasori’ agli occhi della popolazione locale.

Nel caos libico operano circa 200 mila uomini armati che agiscono in un pulviscolo di oltre 200 diverse milizie che rispondono ad interessi locali, spesso solo di natura criminale. Poi ci sono circa 140 tribù, anche queste con interessi ed obiettivi diversi, e i due governi rivali, quello filo islamico di Tripoli e quello in “esilio” di Tobruk. Tutti questi si uniscono e si dividono in un caleidoscopio interminabile nella lotta per il potere, pronti all’accordo come alla guerra. Un pentolone su cui fino a ieri c’era il coperchio del regime, un caos che per certi versi ricorda quello emerso dalla disintegrazione della Jugoslavia dopo la morte di Tito e meglio ancora la Somalia dopo la fine di Siad Barre. Purtroppo però per noi, la Libia è di fronte alle nostre coste, molto molto più vicino della lontana Somalia, con una capacità di esportare caos e violenza, infinitamente maggiore.

Il mancato voto sul Governo con l’ennesimo rinvio del Parlamento, sta facendo crescere le pressioni sull’Italia. Il nostro apporto viene ritenuto essenziale sia per la conoscenza del territorio sia per la necessità di avere basi militari vicino alla Libia. Roma dovrebbe coordinare le forze dei diversi Paesi e mettere a disposizione alcune migliaia di uomini (fino a 5/6 mila secondo le richieste Usa), ma per ora non è stata raggiunta nessuna decisione e l’Italia corre il rischio concreto di accodarsi – così come nel 2011 – alle iniziative politiche e militari degli altri Governi. L’alternativa, in mancanza di un ‘invito’ libico e di una ‘copertura’ delle Nazioni Unite, è quella di affiancare i libici nella battaglia contro l’Isis in operazioni ‘coperte’, ovvero gestite dai servizi segreti senza neppure la necessità di un voto preventivo delle Camere. Insomma una guerra nascosta, non dichiarata.

Gino Pollicardo ha 55 anni, è sposato, ha due figli e vive a Fegina, nelle Cinque Terre, in provincia di La Spezia. Filippo Calcagno è di Piazza Armerina, in provincia di Enna, ha 65 anni, è sposato e ha due figlie. Entrambi lavoravano come tecnici per l’azienda italiana di costruzioni Bonatti di Parma. Salvarore Failla e Fausto Piano. Failla, 47 anni, era originario di Carlentini, in provincia di Siracusa, sposato, aveva due figlie. Fausto Piano, 60 anni, era originario di Capoterra, in provincia di Cagliari, sposato, aveva tre figli.

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