mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

L’Indennità di disabilità non è reddito e bocciata norma su Esodati
Pubblicato il 14-03-2016


Consiglio di Stato
INDENNITÀ DI DISABILITÀ NON È REDDITO
Alla fine hanno vinto i disabili e le loro famiglie: le indennità di accompagnamento e le pensioni legate a situazioni di disabilità non possono essere considerate nel reddito disponibile ai fini del calcolo dell’Isee. La parola fine a un contenzioso che si trascina da anni l’ha messa il Consiglio di Stato, che ha dato torto al Governo, che ora, nelle parole del ministro Poletti, applicherà la sentenza. Esultano le opposizioni, che parlano di “ennesima figuraccia” di Renzi. Il Consiglio di Stato, con una sentenza recentemente depositata, ha respinto il ricorso dell’Esecutivo contro una sentenza del Tar del Lazio dell’11 febbraio 2015, che aveva giudicato illegittima la riforma dell’Isee (indicatore della situazione economica equivalente, che costituisce il riferimento per l’accesso ad aiuti e a prestazioni sociali agevolate) entrata in vigore a inizio 2015, nella parte nella quale considera nel reddito disponibile anche le pensioni legate a situazioni di disabilità, le indennità di accompagnamento e gli indennizzi Inail. Il ricorso al Tar era stato a sua volta presentato da familiari di persone disabili. Secondo il Consiglio di Stato, “l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica… situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una ‘migliore’ situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subitada chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa”. Laconica la reazione del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, che in una nota fa sapere che “come Governo non possiamo che prendere atto della sentenza appena depositata dal Consiglio di Stato e provvederemo ad agire in coerenza con questa decisione”.

Esultano invece i parlamentari delle forze di opposizione.
“Un’altra figuraccia del Governo Renzi” ha osservato il deputato della Lega Nord Paolo Grimoldi, mentre per la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, “è una vittoria di tutte le famiglie italiane con un disabile o un invalido a casa che più volte hanno tentato di far ragionare l’Esecutivo su un tema così delicato”. “Il governo è stato bocciato per l’ennesima volta dal Consiglio di Stato e, aggiungo io, dal buon senso. Ha vinto la giustizia. Il governo Renzi ne esce con le ossa rotte” ha commentato Sandra Savino, deputata di Forza Italia. “Il governo esce da questa vicenda doppiamente sconfitto” affermano i parlamentari del M5S, che rivendicano la paternità della battaglia per “l’eliminazione delle provvidenze assistenziali dal calcolo dell’Isee” e affermano che “ora il governo ha il dovere di obbedire alla giustizia italiana e ci aspettiamo parole di scuse da parte di Renzi, Poletti, Biondelli e da parte di tutti quei parlamentari che hanno difeso l’indifendibile”.

Lavoro
BILANCIO BOCCIA NORME ESODATI
L’Ufficio parlamentare di Bilancio boccia i provvedimenti di salvaguardia con cui i governi, dal 2013, hanno garantito la pensione, di anzianità o di vecchiaia, ai cosiddetti esodati che rischiavano, per effetto della riforma Fornero che ne aveva modificato i requisiti di accesso, di restare senza stipendio nè pensione. Le norme che si sono succedute nel tempo e che hanno interessato circa il 10% del flusso annuale di nuove pensioni per vecchiaia e anzianità sorte nel 2014 e nel 2015, infatti, si legge in un dossier dedicato al tema, hanno via via perso il requisito di urgenza e allentato le maglie che circoscrivevano l’accesso al beneficio “finendo con l’includere progressivamente anche coloro che avevano preso decisioni molti anni prima della riforma Fornero e che attendevano la decorrenza della pensione anche in tempi di molto successivi alla riforma”. Più che uno strumento di tutela dei lavoratori in difficoltà economica negli anni tra la cessazione dell’attività e la percezione della prima pensione, dunque, i 7 provvedimenti emanati dagli esecutivi per una spesa complessiva tra il 2013 e il 2023, di 11,4 miliardi di euro (circa il 13%dei risparmi previsti dalla stessa riforma Fornero) “sembrano supplire alla inadeguatezza delle politiche passive del lavoro o di altri istituti di welfare, rendendo in tal modo meno trasparente il disegno delle politiche e le priorità dell’azione pubblica”. Interventi che hanno interessato circa il 10% del flusso annuale di nuove pensioni per vecchiaia e anzianità sorte nel 2014 e nel 2015. “Nel tempo – si legge ancora- le diverse salvaguardie hanno determinato un percorso di quasi integrale tutela delle aspettative, includendo progressivamente anche coloro che avevano preso decisioni molti anni prima della riforma Fornero e che attendevano la decorrenza della pensione anche in tempi di molto successivi alla riforma”. Una criticità, questa, maturata via via si rendevano necessari altri interventi di garanzia: “se i primi interventi di salvaguardia potevano apparire come necessari perfezionamenti di una riforma, come quella Fornero, adottata in via d’urgenza per fronteggiare una situazione di emergenza economica, quelle successive, che non solo hanno reso più laschi i requisiti richiesti per accedere agli esoneri per le categorie inizialmente previste ma hanno progressivamente incluso categorie di esodati del tutto nuove, hanno invece rivelato incertezza nel definire chi considerare meritevole di tutela e difficoltà nel reperire dati affidabili per perimetrare le platee dei possibili beneficiari”, spiega ancora L’Upb. Ma anche le stesse norme non sono esenti da problemi: la produzione normativa, infatti appare ai tecnici parlamentari come “assai complessa sia per le istituzioni chiamate a rendere operative le regole di salvaguardia che per i cittadini che devono conoscerla per avanzare domanda”, spiega ancora il dossier che ne ripercorre il ‘tragitto’: oltre alla legge istitutiva, difatti, “ogni salvaguardia quasi sempre ha richiesto un decreto attuativo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, una Circolare dello stesso Ministero contenente specificazioni tecniche e dettagli operativi, una o più Circolari dell’Inps con ulteriori elementi operativi, uno o più Messaggi dell’Inps per il riepilogo schematico”. Proseguire su questa strada, dunque, ammonisce ancora l’Ufficio parlamentare di Bilancio equivarrebbe a certificare un progressivo cambiamento di obiettivo di queste misure: “non un esonero indirizzato in maniera specifica ai lavoratori ma una soluzione per mettere al riparo platee più ampie e non necessariamente, o non tutte, danneggiate in maniera diretta dalla riforma, utilizzando le salvaguardie come surrogato di politiche passive del lavoro o di altri istituti di welfare oggi sottodimensionati o assentii”. Non solo. I provvedimenti si sono sovrapposti anche “in maniera non sufficientemente coordinata” Jobs Act e alla revisione degli ammortizzatori sociali, “cui finisce anche col sottrarre risorse”.

Pensioni
FLESSIBILITÀ IN USCITA NELLA PROSSIMA MANOVRA
“Sulle pensioni il tema è quello della flessibilità in uscita, che cercheremo di affrontare nella prossima legge di stabilità”. Così si è recentemente espresso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, a margine di un convegno all’Istat. che ha aggiunto: “Come già detto dal premier i tempi non erano ancora maturi in questa legge di stabilità, ma il tema resta e il governo intende affrontarlo se il quadro di finanza pubblica lo consentirà”.
Poi sulle pensioni di reversibilità Nannicini ha precisato: “Non c’è mai stato nulla sulla reversibilità, è la tipica tempesta in un bicchier d’acqua agitata ad arte da chi solleva problemi, che non ci sono, per poi prendersi il merito di averli risolti”. Ha ulteriormente commentato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, a chi gli chiedeva delle pensioni di reversibilità. Nel decreto sul contrasto alla povertà, ha ancora sottolineato Nannicini, “quello che c’è è un’ampia delega sul riordino degli strumenti assistenziali”.
Renzi: “Su reversibilità scritta una balla” – ”Mi ha fermato una signora che lavora qui da 29 anni e mi ha chiesto delle pensioni: le ho detto che questa cosa della riversibilità non vale, è una balla che hanno scritto”: lo ha dichiarato Matteo Renzi salutando le operaie dello stabilimento Icr di Lodi dove ha assistito alla posa della prima pietra di un nuovo impianto. Subito dopo Renzi è ripartito in auto verso Milano, senza fermarsi con i giornalisti.

Pensioni
GOVERNO PRONTO A FLESSIBILITÀ
Il governo è pronto ad affrontare il tema delle pensioni e della flessibilità in uscita. “Le discussioni sulla flessibilità in uscita sono slittate alla prossima Legge di Stabilità non per mancanza di volontà ma per l’impatto dei costi sui conti pubblici”, ha recentemente spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini alla web tv della Cisl. “È una battaglia complicata – ha rilevato – perché servono circa 5-7 mld l’anno per diversi anni”, da qui la necessità di inevitabili “penalizzazioni” per chi decide di ritirarsi prima dal mercato del lavoro. “Qualunque intervento prevede delle penalizzazioni”, ha detto il sottosegretario, rilevando che chi vorrà ritirarsi anticipatamente dal lavoro necessariamente dovrà prendere un assegno ridotto. “Questo – ha concluso – va fatto in un’ottica di equilibrio nel rapporto tra le generazioni per evitare problemi di cassa che ci impongono di presentarci alla Ue affermando che prevediamo delle penalizzazioni”. Tra le opzioni sulla flessibilità in uscita dal lavoro c’è quella presentata dal presidente dell’Inps Tito Boeri, che prefigura un’uscita anticipata dal lavoro a partire da 63 anni e 7 mesi, 20 anni di contributi e un importo minimo maturato di 1.500 euro, con una penalizzazione di circa il 10-11 per cento dell’assegno mensile. C’è poi la proposta avanzata in Parlamento dal presidente della commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano e dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta che consentirebbe di lasciare il mercato del lavoro con 35 anni di contributi e una penalità del 2% per ogni anno di anticipo. Lasciando il lavoro a 62 anni si avrebbe una penalizzazione dell’8%.

Carlo Pareto

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento