domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Luigi Fenizi, viaggio
nella storia della sinistra
Pubblicato il 16-03-2016


Copertina Deposito bagagli Luigi FeniziUn libro dai contenuti più vari, che stimola la riflessione sul senso della vita e sul giusto posto da assegnare alla cultura e all’impegno sociale. Perchè questo “Deposito bagagli” (Roma, Scienze e Lettere, 2016, e. 18,00), di Luigi Fenizi, funzionario del Senato, consigliere parlamentare, e saggista già collaboratore dell'”Avanti!” e di altre storiche testate di area riformista, come “Mondoperaio” e “Ragionamenti”, non è solo un’autobiografia, nettamente divisa in un “prima” e in un “dopo” (evento spartiacque, la grave malattia che nel 1991 ha colpito l’Autore, limitando fortemente le sue capacità deambulatorie e le sue facoltà di relazione con gli altri). Ma è anche una riflessione complessiva appunto sui grandi temi dell’esistenza (il rapporto vita-morte, la ricerca di Dio, il lascito spirituale che trasmettiamo ai nostri cari e, più in generale, al mondo): in chiave sempre profonda e, al tempo stesso, leggera e autoironica, venata d’una sorridente malinconia (determinante per riprendersi, e tornare al lavoro e alla scrittura, è stato, sottolinea sin dall’inizio l’Autore, il sostegno della moglie, della famiglia tutta e degli amici più cari).
Al tempo stesso scorrono, sullo sfondo, settant’anni di storia italiana: da quell’aprile del ’44 che, poco dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, vede i genitori dell’Autore fuggire da Roma occupata nelle natie Marche (dove Luigi nascerà di lì a poco, a Falerone, provincia di Ascoli Piceno), sino ad oggi. Settant’anni che Fenizi rivede con la lente della nostalgia, ma anche con preciso senso critico (emblematico, il suo giudizio di riformista sul ” ’68 e dintorni”: indubbia esplosione libertaria, nella logica della storia, ma anche pericolosa incubazione di massimalismo, rivoluzionarismo fine a se stesso, sino al terrorismo sanguinario). Proprio della più illustre vittima degli “Anni di piombo”, Aldo Moro, Fenizi sarà studente alla “Sapienza”, facoltà di Scienze Politiche. Mentre nei primi anni ’70, da giovane funzionario presso la Commissione Bilancio del Senato, ha modo d’avvicinare figure come Antonio Giolitti, Ugo La Malfa e l’anziano Ferruccio Parri, il leggendario Maurizio della Resistenza (che gli ricorda, tra l’altro, le tante battaglie combattute insieme a Pietro Nenni subito dopo la Liberazione, nel timore che il “Vento del nord” s’affievolisse presto). Ma tra i suoi incontri, ecco anche Herbert Marcuse (che nel luglio del ’68 parla in un teatro dell’ Eliseo gremito sino al’inverosimile), Sartre e Simone de Beauvoir (intravisti, ormai pseudorivoluzionarie ombre di se stessi, in una settembrina serata del ’76 a Piazza Navona); Giulio Seniga, cassiere del PCI, (in fuga con soldi e documenti del partito), già uomo di Pietro Secchia, poi molto vicino a Ignazio Silone.
Tra le cose più interessanti di questa lunga cavalcata, il frequente riferimento non solo a politica e cultura “ufficiali”, ma anche a fenomeni a torto considerati “minori”, come la musica pop, rock e dei cantautori, da De Andrè a Guccini, da Battisti a Ivan della Mea.

Fabrizio Federici

 

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