mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’uomo solo al comando
Pubblicato il 22-03-2016


La politica trentina sembra non avere pace. Congressi che avrebbero dovuto essere risolutivi e chiudere (finalmente!) mesi convulsi, si trascinano ulteriormente tra conflitti interni (Upt) e scivoloni su cui non mi soffermo (Patt). E così di progetti concreti non si parla più, delegando nei fatti alla giunta provinciale ogni decisione e mediazione. La crisi dei partiti è drammatica. Siamo peraltro in buona compagnia: questa situazione si riscontra a livello, oserei dire, globale. Pure meccanismi democratici rodati, come le primarie negli USA, (praticate da oltre un secolo) sembrano vacillare a fronte delle nuove tendenze populiste. Così c’è il rischio che il partito repubblicano venga travolto dal ciclone Trump. In Europa si affacciano nuove forze, a destra come a sinistra, che anche in questo caso sovvertono equilibri decennali. In Germania per la prima volta un partito a destra della Cdu ottiene vasto consenso: il sostanziale bipolarismo tedesco è un ricordo con Spd e Cdu “condannati” a governare insieme per lungo tempo.

Venendo all’Italia il quadro delle elezioni amministrative è estremamente complesso e articolato.  Quella che fu la coalizione berlusconiana è implosa tra veti incrociati, candidati impresentabili e desiderio di contarsi. Alla fine sembra prevalere l’estremismo di Salvini. A sinistra ritorna la gara al “farsi male da soli”: si moltiplicano liste, (in molti casi più annunciate che reali), mentre  tornano in scena vecchi amministratori, come nel caso di Bassolino. Nel PD la minoranza bersaglia quotidianamente il quartier generale renziano, ma i cannoni sparano pallottole di carta che non scalfiscono l’impostazione personalistica del Segretario-Presidente del Consiglio.

Sembra quasi che l’unica alternativa al disfacimento dei partiti sia “l’uomo solo al comando”, l’uomo forte (perché telegenico o “battutaro”), il miliardario  che rompe il politically correct. Poiché il problema è strutturale, sarebbe sbagliato dare pagelle e distinguere i buoni dai cattivi. Le dinamiche della politica non sono quelle dell’etica. Probabilmente è la crisi, spero stagionale, della democrazia liberale a causare inevitabilmente questo tracollo del livello generale del personale politico.

Sempre di meno sono coloro che si impegnano dentro un partito, una parte crescente della società se ne tiene alla larga e quindi bisogna prendere quanto in quel momento offre la piazza. In conclusione però sarà questo personale politico di mediocre livello a scegliere i candidati, gli eletti e dunque i governanti.

Basta farsi notare un poco e subito si viene cooptati anche con ruoli di responsabilità, come è accaduto per il Presidente del Patt Pedergnana. Dopo l’esplosione del caso Rossi e Panizza si sono affrettati a dire che non conoscevano i trascorsi del Pedergnana, raccogliendo le critiche dell’ex compagno di partito Carlo Andreotti, stupito dal fatto che la classe dirigente del Patt non venga scelta in maniera più accurata. Così accade un po’ ovunque, gli autonomisti sono in buona compagnia visto che, come detto, la questione è strutturale. Pochi militanti, scarsa possibilità di scelta, partiti porosi e “scalabili” da chiunque, qualità dell’amministrazione in discesa.

Il problema ci riguarda tutti grandi e piccoli. E osservando da vicino il Trentino sembra che la Giunta di Ugo Rossi sia una sorta di “governo tecnico” avulso da partiti, i quali sembrano incapaci di elaborare idee utili per risolvere problemi che interessano i cittadini, perdendo identità e capacita di confronto. Il Presidente Rossi, a causa delle circostanze,  ma un po’ anche per sua scelta, diventa anch’egli di fatto un “uomo solo al comando”. Forse con questa consapevolezza lo stesso Rossi, dopo parecchi mesi, convoca il “tavolo della coalizione”, cioè i rappresentanti delle forze politiche del centro sinistra autonomista. Non credo che una riunione di segretari di partito e consiglieri provinciali rappresenti la soluzione, tuttavia fa capire che al di là della Giunta esiste ancora qualche rimasuglio di politica in Trentino.

Il PSI, non ha rappresentanza in consiglio provinciale, è dunque più libero di parlare  di progetti e cose concrete anziché di equilibri e di posti. Siamo ritornati spesso su questi pochi punti all’ordine del giorno: problemi istituzionali (la Consulta per il terzo Statuto servirà a qualcosa?); priorità per questi ultimi due anni di legislatura (nuovo assetto della sanità trentina? Riordino del sistema museale? Ulteriore sburocratizzazione?); un percorso politico che porti a un progetto condiviso anche per il 2018, sia per i contenuti programmatici che per il sistema di scelta del candidato presidente. Ogni possibile criterio può essere valido: importante che sia condiviso e chiaro fin dai prossimi mesi.

Le forze politiche devono assolutamente scegliere in modo partecipato, pena una disaffezione che sembra davvero inarrestabile.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI

 

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Commenti all'articolo
  1. Se lì come altrove “la crisi dei partiti è drammatica”, e si tende un po’ ovunque a delegare le decisioni agli organi esecutivi – siamo cioè di fronte ad un fenomeno generalizzato, che ha preso di fatto avvio con la crisi e fine dei partiti identitari – il populismo, di cui “l’uomo solo al comando” è una espressione, diventa lo sbocco per così dire naturale.

    Hanno piuttosto la memoria corta quanti, all’epoca del Cavaliere, parlavano di deriva plebiscitaria, mentre oggi non sembrano affatto disdegnare questo nuovo modello politico, probabilmente perché torna loro comodo, secondo il non esaltante costume dei due pesi e delle due misure (che all’occorrenza torna puntualmente fuori).

    Tale nuovo modello ha indubbiamente la sua logica, dal momento che ci vuole comunque chi prende le decisioni, almeno secondo quei partiti che hanno mentalità di “governo” e non si accontentano di stare all’opposizione, ma si ha l’impressione che col passare del tempo una parte della classe politica si disabitui al “processo decisionale”, il che non è certo il massimo auspicabile, o si allontani mano a mano dalla politica attiva perché il sistema piramidale che si sta creando la mette fuori gioco (atteso che in pratica decidono soltanto i vertici).

    Se poi aggiungiamo, come sostiene non senza ragione l’Autore, che “sempre di meno sono coloro che si impegnano dentro un partito, una parte crescente della società se ne tiene alla larga”, il ricambio generazionale diventerà sempre più complicato e difficoltoso, almeno per più d’una forza politica, ed è allora abbastanza normale che entrino mano a mano in campo i candidati della “società civile” – ammesso di trovarli, e che siano disponibili, a meno di autocandidature – i quali, in caso di un eventuale loro successo elettorale, se ne attribuiranno non a torto il merito, e saranno quindi portati a “fare di propria testa”

    Questo per arrivare a concludere che ai giorni nostri, e per un insieme di motivi e circostanze, tutto sembra convergere e convogliare verso “L’uomo solo al comando”, che ci piaccia o meno, ed il problema è semmai quello di individuare i relativi e giusti contrappesi, che sono sempre utili ed opportuni..

    Paolo B. 26.03.2016

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