domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Marò, continua il braccio di ferro con Nuova Delhi
Pubblicato il 30-03-2016


Da sx Salvatore Girone e Amedeo latorre

Continua il braccio di ferro tra Italia e India sul caso dei due marò e in particolare su Salvatore Girone, che a differenza di Massimiliano Latorre, è agli arresti domiciliari a Nuova Delhi. La vicenda giudiziaria – da parte indiana non è mai stata avanzata un’accusa formale contro i due fucilieri di marina – su richiesta italiana si è spostata davanti alla Corte internazionale dell’Aja e in questa sede l’India ha giudicato come ‘inammissibile’ la richiesta italiana di far rientrare Girone in patria in attesa delle conclusioni del tribunale. Nelle osservazioni presentate dall’India e depositate al Tribunale arbitrale il 26 febbraio scorso e rese pubbliche oggi in occasione dell’udienza, si legge che “c’è il rischio che Girone non ritorni in India nel caso venisse riconosciuta a Delhi la giurisdizione sul caso”. “Sarebbero necessarie assicurazioni in tal senso” dall’Italia, che finora sono state “insufficienti”.

Due le rispote che sono state date all’obiezione indiana. La prima è di Sir Daniel Bethlehem, membro del team legale italiano davanti al Tribunale arbitrale all’Aja, secondo cui “l’Italia riconosce la necessità dell’India di avere garanzie” che Salvatore Girone ritorni in India, qualora il Tribunale arbitrale riconoscesse la giurisdizione indiana sul caso dei marò. E per questo invita il Tribunale a considerare di imporre “condizioni” per il suo rientro in patria, come quella di “consegnare il suo passaporto alle autorità italiane, di non viaggiare all’estero senza un permesso specifico e di riferire periodicamente alle autorità designate in Italia per tutto il periodo in questione”, cioè fino alla fine dell’arbitrato.

L’altra di assoluto buon senso dell’ambasciatore Francesco Azzarello il quale giustamente nota che considerato che il procedimento arbitrale sul caso marò “potrebbe durare almeno tre o quattro anni”, Salvatore Girone rischia di rimanere “detenuto a Delhi, senza alcun capo d’accusa per un totale di sette-otto anni”, determinando una “grave violazione dei suoi diritti umani”. Per questo il Fuciliere “deve essere autorizzato a tornare a casa fino alla decisione finale” dell’arbitrato. Un’osservazione che acquista un peso ancora maggiore alla luce del fatto che fino a oggi l’India “non ha rispettato nemmeno il principio basilare del giusto processo” e cioè quello di “formulare un capo d’accusa”.

I due marò si ritrovarono coinvolti nell’incidente dell’Enrica Lexie il 15 febbraio 2012 mentre erano in servizio antipirateria per conto dello Stato. Un peschereccio, forse scambiato per una barca di pirati, venne colpito al largo dello Stato del Kerala, dal fuoco successivamente attribuito dagli indiani alla armi dei due fucilieri nel frattempo giunti sulla terrafarema per decisione dell’armatore della Lexie. Nell’incidente persero la vita due pescatori. Secondo il diritto internazionale, Girone e Latorre, in quanto militare in missione, dovrebbero godere dell’immunità e dovrebbero essere eventualmente processati dalle autorità del Paese di appartenenza. Ma così non è stato.

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Commenti all'articolo
  1. Sarò un ingenuo però è dall’inizio di questa storia che vorrei delle risposte a queste domande: con quali regole d’ingaggio militari dell’Italia sono stati mandati in servizio su mavi ufficialmente private e chi era al comando di queste truppe;
    dei comandanti delle navi, visto che hanno deciso di entrare in un porto di un paese straniero all’invito-ordine dei militari dopo l’incidente, che secondo la pubblicistica è avvenuto in acque internazionali. Se il comando non era del comandante della nave, cosa secondo me opportuna quando a bordo ci sono militari in difesa della sicurezza, chi ha dato l’ordine di attracco. Per concludere il fatto è che il governo di allora come quello di oggi fanno le cose alla “carlona” come dicono a Roma, ma i romani si sa vivono in una città ladrona e piena di scansafatiche.

  2. Sarò un ingenuo però è dall’inizio di questa storia che vorrei delle risposte a queste domande: con quali regole d’ingaggio militari dell’Italia sono stati mandati in servizio su navi ufficialmente private e chi era al comando di queste truppe;
    i comandanti delle navi, visto che hanno deciso di entrare in un porto di un paese straniero all’invito-ordine dei militari dopo l’incidente, che secondo la pubblicistica è avvenuto in acque internazionali. Se il comando non era del comandante della nave, cosa secondo me opportuna quando a bordo ci sono militari in difesa della sicurezza, chi ha dato l’ordine di attracco. Per concludere: il fatto è che il governo di allora come quello di oggi fanno le cose alla “carlona” come dicono a Roma, ma i romani si sa vivono in una città ladrona e piena di scansafatiche.

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