lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Nuove procedure
sulle dimissioni e incertezza sulle pensioni
Pubblicato il 21-03-2016


Dimissioni
LA NUOVA PROCEDURA IN VIGORE DAL 12 MARZO
È davvero singolare che la nuova disciplina delle dimissioni e della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro subordinato, in vigore dal 12 marzo, sia stata inserita nel decreto attuativo del Jobs Act dedicato alle “semplificazioni”. È difficile, infatti, immaginare un sistema più complicato e poco lineare di quello elaborato con l’art. 26, d.lgs. n. 151/2015 e dal decreto ministeriale attuativo del 15 dicembre 2015. In base a tali norme, difatti, il lavoratore che vuole dimettersi (o che vuole confermare la sua adesione a una risoluzione consensuale del rapporto) deve:
1) farsi rilasciare dall’Inps un “Pin” (codice) personale;
2) abilitarsi creando un’utenza nel portale ClicLavoro;
3) accedere con dette credenziali al sito lavoro.gov.it, per compilare un non semplice modulo di dimissioni/risoluzione, che viene poi spedito dal sistema all’indirizzo PEC dell’azienda e alla Direzione territoriale del lavoro.
In alternativa, si deve rivolgere a un soggetto “abilitato” (sindacato, patronato, ente bilaterale, commissione di certificazione), che per suo conto possa curare (gratis?) la procedura. Ma non è tutto. Entro 7 giorni il lavoratore può comunque revocare il proprio consenso, sempre con lo stesso procedimento telematico, con conseguente diritto al ripristino immediato del rapporto di lavoro.
Il “genio italico” che ha ideato il procedimento forse non ha considerato la serie pressoché infinita di problemi che si potranno porre nell’attuazione di tale disciplina. Vediamone solo alcuni. Innanzitutto, è presumibile che più di un lavoratore – non volendo o non sapendo gestire la procedura telematica, né volendo rivolgersi (gratis?) ai soggetti “abilitati” – si limiti a comunicare le dimissioni in modo, per così dire, convenzionale, con semplice lettera. Tali dimissioni sono espressamente dichiarate “inefficaci” dalla legge. Ciò significa che il lavoratore potrà poi ripresentarsi all’azienda pretendendo di essere riammesso al lavoro. Con le immaginabili conseguenze a carico dell’imprenditore, che magari avrà già assunto un sostituto. Per evitare tale situazione di incertezza, che la nuova disciplina si guarda bene dal considerare, il datore di lavoro potrà solo intimare al dipendente (per iscritto, con raccomandata) di effettuare subito la procedura di legge, avvertendolo che, allo stato, le sue dimissioni sono prive di effetto e che, pertanto, se non provvede dovrà considerarsi assente ingiustificato. Ma se, come prevedibile, il lavoratore rimane inerte? La disciplina precedente, introdotta dalla tanto vituperata riforma Fornero (art. 4, l. n. 92/2012), consentiva al datore di lavoro di mettere in mora il dipendente e disponeva che, se questo non dava riscontro entro 7 giorni, il rapporto di lavoro comunque cessava. La nuova disciplina, invece, tace su tale eventualità. Ciò significa che, in caso di perdurante inerzia del dimissionario, l’azienda ha solo una possibilità: aspettare che, dopo l’intimazione di cui sopra (prima raccomandata) costui collezioni un numero sufficiente di giorni di assenza; quindi avviare una procedura disciplinare, contestando sempre per iscritto l’assenza ingiustificata (seconda raccomandata); irrogare infine il licenziamento (terza raccomandata). Parlare di “semplificazione” sembra davvero fuori luogo. Né l’aggravio di burocrazia è l’unico inconveniente per l’azienda. A rigore, infatti, nel caso appena esaminato, la causale della cessazione del rapporto è quella di un (pur costretto) licenziamento. Di conseguenza, l’Inps potrà pretendere (a meno di “aggiustamenti interpretativi” che però, allo stato, non sono annunciati) il relativo contributo previdenziale, che può giungere sino a circa 1.500 euro. Si noti peraltro che, se la ricostruzione proposta è esatta, il lavoratore ha tutto l’interesse a farsi licenziare, visto che, a differenza di quanto accadrebbe in caso di dimissioni “efficaci”, in tal modo egli sembra poter aspirare all’indennità di disoccupazione (Naspi).

Inps
COME RICHIEDERE L’ASSEGNO DI DISOCCUPAZIONE
L’Inps ha recentemente emanato la circolare con cui vengono fornite le istruzioni per la presentazione dell’assegno di disoccupazione (Asdi). L’assegno è riservato ai disoccupati che sono in possesso di alcuni requisiti: aver fruito della Naspi per la durata massima spettante; essere ancora in stato di disoccupazione al termine del periodo di fruizione della Naspi; essere componenti di un nucleo familiare in cui sia presente almeno un minore di anni 18, ovvero avere un’età pari o superiore a 55 anni e non avere maturato i requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato; essere in possesso di una attestazione dell’Isee, in corso di validità, da cui risulti un valore dell’indicatore pari o inferiore a 5mila euro; non avere usufruito dell’Asdi per più di 6 mesi nei 12 mesi precedenti il termine del periodo di fruizione della Naspi e per più di 24 mesi nel quinquennio precedente il medesimo termine; avere sottoscritto, presso i competenti centri per l’impiego, un progetto personalizzato, o patto di servizio, di presa in carico.
L’importo è pari al 75% dell’ultima indennità
L’importo dell’Asdi è pari al 75% dell’ultima indennità Naspi percepita e non può essere superiore all’ammontare dell’assegno sociale. L’importo può essere incrementato in base alla presenza di uno o più figli minori a carico nel nucleo familiare, qualora l’altro genitore non usufruisca degli assegni per il nucleo familiare (Anf) per gli stessi. Nei periodi di percezione dell’assegno non sono erogati gli Anf. Inoltre questi periodi non sono coperti da contribuzione figurativa.

Come presentare la domanda di Asdi
La domanda di Asdi è telematica e va presentata alla fine del periodo massimo di fruizione della Naspi, entro e non oltre i 30 giorni successivi. In via transitoria, per i lavoratori che hanno terminato il periodo massimo di NASpI fra l’1 maggio 2015 e la data di pubblicazione della circolare Inps (3 marzo 2016), il termine di 30 giorni decorre dalla predetta data di pubblicazione. La domanda telematica di Asdi può essere presentata attraverso uno dei consueti canali messi a disposizione dall’istituto: sito www.inps.it (se il cittadino è in possesso del Pin dispositivo Inps); Contact Center Multicanale Inps-Inail (chiamando da rete fissa il numero gratuito 803 164, oppure il numero 06 164 164 da telefono cellulare, a pagamento secondo il piano tariffario del proprio gestore telefonico); patronato (che, per legge, offre assistenza gratuita).

È l’Inps a pagare l’assegno
L’Asdi, verificati tutti i requisiti di legge, spetta dal giorno successivo all’ultimo giorno di fruizione di tutta la Naspi spettante ed è pagato direttamente dall’Inps, che procede al pagamento dell’assegno solo dopo che il Centro per l’impiego competente ha comunicato all’Istituto l’avvenuta sottoscrizione del progetto personalizzato, o patto di servizio.L’assegno può essere richiesto al termine di ogni periodo di Naspi fruita per la durata massima spettante. Tuttavia, può essere concesso per un massimo di 6 mesi nei 12 mesi precedenti il termine dell’ultimo periodo di Naspi, e per un massimo di 24 mesi nel quinquennio precedente il medesimo termine.

È ora di cambiarla
SINDACATI, LEGGE SU PENSIONI È INGIUSTA
“Chiediamo al governo di aprire un confronto serio per cambiare una legge ingiusta”. Lo ha recentemente detto la leader della Cgil, Susanna Camusso, in merito alla legge sull’età pensionabile. “Ci vuole – ha affermato intervenendo ad un convegno di Farmindustria – un cambiamento della legge in vigore perché è una legge insopportabile. Questa legge va cambiata in fretta, e ciò anche dal punto di vista delle aziende”. E’ fondamentale, ha concluso, “ragionare sulla flessibilità”, anche considerando il ruolo particolare delle donne a livello sociale. Quella delle pensioni “è una ferita che non si rimargina da sola”, ha aggiunto Camusso e notando che nel frattempo, in platea il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, applaudiva al suo discorso ha sottolineato “vedo che il ministro applaude, spero che si faccia portatrice con il governo di aprire un confronto con i sindacati sulle cose importanti”. La legge Fornero, ha continuato il segretario generale della Cgil, “bisogna cambiarla per due ragioni: il lavoro non è uguale per tutti e portarlo tutto allo stesso livello con la logica che l’aspettativa di vita si innalza è un errore. Bisogna poi ragionare sulla flessibilità perché ci sono tante lavoratrici e lavoratori che sono entrate a lavoro a 14 anni e non ci possiamo aspettare che restino tutti fino a 67 anni. Così non si può fare il turn-over e non c’è lavoro per i giovani”, ha concluso Camusso.
Furlan, richiesta di cambiare la legge è unitaria – La richiesta che i sindacati fanno al governo per cambiare al più presto la legge sulle pensioni “è unitaria e di buon senso, visto che chiediamo di riconoscere che non tutti i lavoratori sono uguali”. A dirlo è stato anche il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan ricordando che Cgil, Cisl e Uil hanno presentato la loro piattaforma per cambiare la legge “che attualmente è la peggiore in Europa” e chiedono al governo che “ci convochi a un tavolo e metta mano a una legge insopportabile”. Per arrivare a una soluzione “è essenziale la volontà di riconoscere che la legge è insopportabile”, ha aggiunto Furlan evidenziando che il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin “ha preso un impegno, sono in tanti i ministri che l’hanno fatto e speriamo che il governo ne tenga conto”.
Barbagallo, Governo batta un colpo o lo faremo noi – La Uil chiede al Governo di ”battere un colpo” sulla riforma della legge Fornero sulle pensioni. ”Restiamo in attesa – ha dichiarato il segretario generale, Carmelo Barbagallo – di un segno propositivo da parte del Governo sulle pensioni. Abbiamo chiesto di essere convocati per cambiare la riforma Fornero che, secondo gli stessi esponenti dell’Esecutivo, ha causato disagi sociali, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta. Il tempo dell’attesa continua a dilatarsi invano: se il Governo non batte un colpo, saremo costretti a batterlo noi”. Barbagallo ha rimarcato poi di ”condividere in pieno” il richiamo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in merito all’insufficiente livello di investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo. ”E’ da tempo – ha puntualizzato – che sollecitiamo interventi in questa direzione poiché riteniamo che quello degli investimenti sia davvero lo snodo cruciale per la ripresa del Paese. Anche il Presidente del Consiglio, negli ultimi mesi, ha puntato l’indice contro la politica dell’austerità e sta caldeggiando un cambio di rotta a livello europeo, ma i suoi propositi non si sono ancora tradotti in decisioni concrete. L’auspicio è che le indicazioni del Capo dello Stato siano di sprone per l’attuazione di queste scelte strategiche”.
Scaccabarozzi (Farmindustria), legge nata male – La legge sulle pensioni ”è una legge nata male sin dall’inizio e mi auguro che si rimetta mano a questa stortura che è tutta italiana”. Lo ha ribadito pure il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, a margine del convegno promosso dalla stessa Farmindustria sul tema ‘Le donne per la farmaceutica per le donne’. ”L’aspettativa di vita sta crescendo – ha seguitato Scaccabarozzi – e oggi stiamo meglio, ma è assurdo, soprattutto in certe situazioni, pensare che a 70 anni le donne, ma anche gli uomini, possano lavorare”. In questo modo, ha concluso, ”non si riesce, inoltre, a far entrare nel mondo del lavoro i giovani”.

Carlo Pareto

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