sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ossessione, il film che scardinò la morale fascista
Pubblicato il 10-03-2016


Ossessione Luchino ViscontiLuchino Visconti e i giovani sceneggiatori Mario Alicata, Giuseppe De Santis e Gianni Puccini, dopo essere stati scoraggiati dal Ministero della cultura popolare a fare un film dalla novella L’amante di Gramigna di Giovanni Verga per le sue allusioni al brigantaggio (“Basta con questi briganti!”, aveva scritto sul copione il censore), realizzarono per lo schermo il film Ossessione (1943). In pratica un adattamento non autorizzato del romanzo dello scrittore americano James M. Cain Il postino suona sempre due volte, conosciuto da Visconti attraverso una traduzione francese datagli dal regista Jean Renoir, di cui era stato assistente.
Come l’opera dell’amato Verga, la drammaturgia della crisi che si respirava nel testo di Cain rispondeva bene alla poetica del regista milanese, fautore di “un cinema antropomorfico”, in cui “il più umile gesto dell’uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali si inquadrano”.
Allora, nelle librerie italiane, Il postino suona sempre due volte era introvabile. Una copia in lingua originale del romanzo era posseduta dal ferrarese Giorgio Bassani, che si accingeva a tradurlo e che, contattato dalla troupe di Visconti, ebbe modo di assistere ad alcune riprese del film, dando indicazioni e consigli sui luoghi dove ambientare la storia in lavorazione. E questo perché, su suggerimento di Libero Solaroli, prezioso collaboratore del regista milanese, la vicenda erotica al centro di Ossessione era stata trasferita negli ampi spazi della Bassa padana (Codigoro, Comacchio, Ferrara) e, per qualche scena, ad Ancona e dintorni.
Storia di due amanti assassini, Ossessione racconta l’attrazione fatale tra il girovago Gino (Massimo Girotti) e la malmaritata Giovanna (Clara Calamai) che per lui si presta a uccidere il vecchio marito simulando un incidente stradale. Popolato da figure di marginali non presenti nell’opera di Cain e a volte cariche di riferimenti politici (si veda in particolare la figura dello “Spagnolo”, interpretato dall’attore Elio Marcuzzo, allusiva a una libertà di pensiero, a un mondo più grande della provincia italiana, a una clandestinità militante, ma anche a un latente e rimosso dato omosessuale), il film, nonostante rappresentasse una realtà angosciata ed esibisse una spregiudicatezza sessuale inaccettabile sia per la moralità fascista che per quella cattolica, ricevette un finanziamento statale e non incontrò ostacoli eccessivi da parte della censura preventiva. Forse perché i funzionari del Minculpop intuivano che l’opera prima del regista avesse un certo interesse spettacolare e che il regime fosse ormai alla fine. Oppure perché – come ha ricordato Eitel Monaco, allora direttore generale della Cinematografia – Mussolini, che assistette a una proiezione privata di Ossessione a Villa Torlonia, “a denti stretti non protestò, se ne andò senza dire una parola, per cui potemmo dare il nulla osta al film”.
È certo però che, a dispetto degli elementi ben sperimentati e commerciali che caratterizzavano la trama di Ossessione (la storia dell’attrazione sessuale, il delitto, la caccia della polizia) e del suo debito verso i polizieschi hollywoodiani, il film di Visconti demoliva la retorica populista del fascismo e descriveva per la prima volta con crudo realismo il paesaggio della campagna italiana, lontano da quello falsamente idilliaco ricostruito nei teatri di posa di Cinecittà. Raccontava un Paese dove la fame, la fatica del lavoro contadino, i delitti, le ingiustizie e la miseria esistevano anche se non trovavano spazio nei cinegiornali e nel cinema dell’epoca, interessati a comunicare agli spettatori una rappresentazione edulcorata e artificiale dell’esistenza. Ribaltava, facendo leva sulla cultura figurativa, letteraria e teatrale di Visconti e sullo stimolo teorico dei giovani sceneggiatori antifascisti che scrivevano sulla rivista “Cinema”, tutti gli stereotipi esistenti sulla famiglia, sul mondo contadino, sul popolo e sul sesso, offrendo così una visione inedita della società italiana. Perciò, quando nel maggio del 1943 il film arrivò nelle sale cinematografiche, la passione amorosa extraconiugale tra Gino e Giovanna, che spingeva i due amanti a uccidere il marito della donna, venne vista dall’Italia cattolica-fascista come un attacco alle norme della decenza e alla sacralità della famiglia, una squallida imitazione del cinema realista francese, un segno di trasgressione politica.
A tali accuse il giovane Enzo Biagi ribatteva sulle pagine del giornale “L’Assalto” che il film “non è immorale perché la vita è molto più vera di quanto Ossessione ci mostri”. E così, dietro le pressioni delle autorità politiche e religiose, che non riconoscevano nell’opera del regista la vera Italia, Ossessione subiva tagli maldestri per “migliorare”il suo contenuto morale, mentre a Bologna e in altre città veniva ritirato dalle sale di proiezione. Intanto però, nell’anteprima di Ossessione all’Arcobaleno di Roma, gli addetti ai lavori, fra i quali il carismatico regista Alessandro Blasetti, avevano capito che Visconti non era un aristocratico colto e mondano che voleva divertirsi girando film, ma una personalità complessa e dotata di talento che apriva la via al rinnovamento del cinema italiano.

Lorenzo Catania

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