domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Calamandrei e la tecnica delle recensioni
Pubblicato il 14-03-2016


Piero_Calamandrei_2In un interessante articolo, intitolato La critica letteraria dei giorni nostri e apparso su «Energie Nove» (1-15 novembre 1918, pp. 7-9), Piero Gobetti analizza il criterio di scrivere le recensioni in Italia. Egli le classifica in varie tipologie, che vanno dalla stroncatura a quella «ispirata dall’autore e dell’editore» fino alle altre di «carattere informativo» e «rapido» introducendo così la categoria della tecnica delle recensioni. Nella tipologia rapida, poco sintetica e discorsiva, rientra la recensione che Luigi Mascilli Migliorini dedica su «Il Sole 24 Ore» (13 marzo 2016, n. 72, p. 28) alla ristampa della raccolta antologica Lo Stato siamo noi (Chiarelettere, Milano 2011, ristampa 2016, pp. 136) di Piero Calamandrei.

I diciassette testi del giurista fiorentino, presentati da Giovanni De Luna, coprono un arco temporale compreso tra il 1946 e il 1956. Essi sono quasi tutti ripresi dalla rivista «Il Ponte», e affrontano temi scottanti come il fascismo e la sua natura, la difesa della Resistenza, il rispetto della Costituzione, la scuola, la bomba atomica, il Patto atlantico, l’Assemblea costituente, i rapporti tra Stato e Chiesa, la questione sociale, il concetto di «desistenza», la questione giovanile, l’arringa in difesa di Danilo Dolci, il carcere e l’errore giudiziario. La maggior parte di questi temi, discussi in varie sedi o commentati sulla rivista fiorentina, è ignorata da Mascilli Migliorini, che distorce la personalità di Calamandrei, relegandola quasi a un ruolo secondario di «appartato» a causa dei suoi richiami al «silenzioso lavoro», alla prevalenza di un pudore sentimentale e di un senso severo della moralità.

Riguardo al fascismo Mascilli Migliorini cita un lungo e riempitivo brano di un editoriale apparso sul primo numero della rivista «Il Ponte» (aprile 1945), che non si ritrova in quella che egli definisce una «preziosa antologia». Egli dimentica così di cogliere la definizione che Calamandrei dà del fascismo come «pestilenza», la cui presenza ha distorto la coscienza degli Italiani. Il richiamo nebuloso a Francesco De Sanctis e il generico riferimento al Risorgimento impediscono a Mascilli Migliorini di rendere intellegibile il pensiero di Calamandrei, che parla invece dellla Resistenza come «Secondo Risorgimento» ed evento storico da cui deve germogliare il sentimento antifascista nel cambiamento delle strutture del nuovo Stato.

Gli unici accenni sono ripresi dalla premessa di De Luna, che si sofferma sul valore della Costituzione, nonché sul binomio «desistenza» e Resistenza, l’una intesa come rassegnazione e l’altra come impegno democratico, ossia come luogo storico in cui è possibile rintracciare gli antidoti per neutralizzare le tossine nefaste del fascismo. Persino il riferimento all’auspicio consolatorio, che risuona nell’invocazione della Napoli milionaria di Edoardo De Filippo (adda passa ’a nuttata), si ritrova nella premessa di De Luna, ma è esposto in modo generico per il riferimento ad attori privi di ogni responsabilità. Il termine «desistenza», usato da Calamandrei in un articolo apparso sulla sua rivista nell’ottobre 1946, comprende un brano significativo per comprendere la critica che egli esprime agli indifferenti desiderosi «di appartarsi e di lasciare la politica ai politicanti» (p. 57). Nella convinzione che l’antologia sia da consultare velocemente («sfogliando le pagine di questo libro») e non da ponderare nella sostanza delle varie problematiche sollevate da Piero Calamandrei, Mascilli Migliorini coglie un assonanza con l’attualità nel suo saggio «Appunti sul professionismo politico», senza precisare quali siano gli elementi di comparazione e senza specificare che esso è tratto dalla rivista socialista «Critica Sociale» (5 ottobre 1956).

Nunzio Dell’Erba

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