domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Primarie USA. Così Trump conquista i lavoratori
Pubblicato il 22-03-2016


Donald TrumpNew York, 22 – In un recente articolo apparso sul New York Times, l’editorialista Eduardo Porter descrive la “rabbia e frustrazione dell’elettorato” statunitense come il risultato del vertiginoso declino di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Solo per fare un esempio, nel periodo tra il 1990 e il 2011 gli addetti del settore dell’abbigliamento sono passati da circa 900mila a poco meno di 152mila.

Porter sottolinea che, finalmente, nel dibattito pubblico si riconosce apertamente che quella vera e propria emorragia di posti di lavoro è stata causata dalle politiche di liberalizzazione commerciale adottate negli ultimi due decenni. Il titolo dell’articolo è eloquente: “Sul commercio, gli elettori arrabbiati hanno ragione”.
Piaccia o no, Porter implicitamente ammette qualcosa che suona scomoda a molte orecchie: politicamente, Donald Trump ha puntato su un nervo scoperto che altri avevano voluto ignorare.

Non è un caso che Hillary Clinton, spinta anche dalla pressione “a sinistra” di Sanders abbia rivisto la propria posizione su molti dei trattati di libero commercio ancora in fase di negoziazione. Proprio lei, che porta sulle spalle l’eredità scomoda delle scelte dell’amministrazione di suo marito. Firmando il NAFTA, Il presidente Bill Clinton  dichiarò: “Il NAFTA significa posti di lavoro. Posti di lavoro per americani, e posti di lavoro americani ben pagati. Se non fossi convinto che è così, non sosterrei questo accordo”.

Lavoratori nel settore dell'abbigliamento negli USA Fonte: Bureau of Labor Statistics

Lavoratori nel settore dell’abbigliamento negli USA Fonte: Bureau of Labor Statistics

E, a guardare da vicino, Trump ha anche un merito, quello di aver messo in cima all’agenda della campagna presidenziale 2016 la necessità di una riflessione, dovuta da molto tempo, di cosa sia stata – e di come sia stata gestita – la cosiddetta globalizzazione dei mercati. La grande ristrutturazione del commercio mondiale, iniziata nel 1986 con l’Uruguay Round – e proseguita con la nascita del WTO – nacque con una promessa precisa, celebrata con grandi fasti da tutto l’establishment: “la marea, alzandosi, porta con se’ tutte le barche”.
A a distanza di vent’anni non è esattamente quello che è accaduto negli Stati Uniti come in Europa.
Trump ha preso atto di questa enorme linea di faglia e ci si è tuffato capitalizzando il malessere e trasformandolo in consenso politico. È la democrazia, bellezza.
“Tutta la realtà che si ignora prepara la sua vendetta”, diceva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Per capire dove la vendetta in questa storia sta covando, la si deve cercare in quei luoghi dove la ferita è aperta e sanguinante.
Il
garment district di New York City è proprio uno di questi luoghi dove una realtà ignorata si è incarnata in un sentimento.
Nel cuore di Midtown, al numero 270 della 39esima, un edificio un tempo bianco, divenuto nerastro per lo smog, sembra la perfetta
location di un film anni ’70, uno di quelli attraverso i quali tutto il mondo ha conosciuto la Grande Mela, anche quelli che non ci hanno mai messo piede. Il contrasto con il luccichio dei nuovissimi edifici della vicina Times Square è stridente.
Anche il vecchio ascensore marroncino ha un sapore antico: entrandoci sembra di essere inghiottiti in un labirinto che porta nell’intestino della città.

Al 17 ° piano, in una fabbrica piena di lavoratori cinesi tra statuette di Confucio dorate e un enorme acquario popolato da pesci rossi, avvolto in un odore di noodles c’è, seduta nel suo ufficio, Karen Sadaka con un pizzico di tristezza negli occhi.
“Questa fabbrica è qui dal 1949 e non è mai cambiata. Se scatti una foto del laboratorio e la confronti con una di 50 anni fa, l’unica differenza è tra il bianco e nero e il colore”, dice Sadaka, co-CEO di
Apparel Production Inc., una società di produzione di abbigliamento.
“È un disastro, tra 5 anni non credo che ci sarà più industria dell’abbigliamento. Abbiamo perso il nostro lavoro. È andato in Asia”. Sadaka descrive la storia di un mondo che svanisce e parlando dell’industria dell’abbigliamento, ripercorre le tappe della storia recente della città, la storia recente degli Stati Uniti.
“Abbiamo perso non solo il nostro lavoro, ma il nostro know-how”, dice ricordando il valore che gli immigrati provenienti dall’Europa, “italiani ed ebrei”, portavano al settore: “Loro sapevano cosa fosse un taglio”.
“Pensate a questo: chi vorrebbe i propri figli in questo business?”
Quando le chiedo di Trump le si accendono un po’ gli occhi: “Senti, lui sa bene cosa sta succedendo qui, lui è un uomo d’affari ed è di New York. Pensi che Hillary lo sappia? Non le importa niente. A Sanders non importa niente. Il governo non può permettersi di pagare per il welfare. Si deve creare lavoro”.
Trump probabilmente conosce il problema, ma è lui la soluzione? “Lui non è stupido, farà qualcosa, deve”, risponde.
Trump non può riportare indietro i posti di lavoro perduti, né può riportare indietro il livello dei salari legati a quei lavori. Ma tutta la realtà che si ignora prepara la sua vendetta, e spesso la vendetta è il prezzo da pagare quando un sentimento di opposizione si diffonde tra chi è rimasto indietro. A novembre sapremo quanto è alto questo prezzo.
Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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