giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Renzi, D’Alema e il Pd
Pubblicato il 14-03-2016


Circa vent’anni fa, all’indomani del cataclisma di Mani pulite, Massimo d’Alema individuava, come momento unificante del suo progetto politico, il proponimento di fare dell’Italia un “paese normale”. Una missione se non impossibile assai difficile: come avrebbero dimostrato, in sequenza, il fallimento della Cosa 2, il naufragio della Bicamerale e, infine, il mancato accordo con la Cgil sulla riforma del mercato del lavoro; in sintesi, una serie di sconfitte, prima da leader politico, poi da presidente del consiglio, che avrebbero, nel 1999, alle sue dimissioni.
Da allora in poi si sarebbe immedesimato nel ruolo di oracolo sdegnoso e avaro di sé; ostile, ai limiti del disprezzo per una patria che non aveva riconosciuto i suoi meriti; sempre in giro per il mondo, anche quando la battaglia infuriava, a contattare persone e a formulare pensamenti che si rifiutava di esplicitare perché riteneva che i suoi eventuali interlocutori non fossero comunque in grado di capirli.
Un vezzo ( “io mi occupo di vini”) diventato poi una seconda natura, una corazza e, al tempo stesso, un rifugio che lo isolavano dal “sangue e merda”della politica quotidiana, ivi compresala superficialità impressionante delle sue ricette ( “bisogna allearsi con Casini”) e dalla singolare capacità di perdere tutte le battaglie in cui degnava di impegnarsi.
E’ in questo spirito che il Nostro assiste, con olimpica quanto sprezzante impotenza alla irresistibile ascesa di quel Matteo Renzi, ascesa che si era illuso di poter bloccare sul nascere. Ivi compresa la sua personale rottamazione. Brevi presenze nelle riunioni di direttivo; la denuncia dell’Intruso per la sua ignoranza e la sua villania; e poi, raccogliendo i lembi della sua toga, ad occuparsi, in recessi inaccessibili, dei destini dell’umanità.

Questo, sino ad oggi. Ma da oggi in poi, non più. Perché oggi l’oracolo è uscito dai recessi in cui era scomparso per esporsi alla luce del sole e indossando le vesti del profeta.
Il profeta non è l’osservatore distaccato che affida le sue riflessioni a futura memoria. E nemmeno il grande agitatore che invita il suo popolo alla rivolta e alla pugna. Il profeta è una voce che grida nel deserto: uno che prevede catastrofi per il suo popolo e lo rampogna per la sua passività di fronte al pericolo che incombe su di lui avvertendo sulla sua pelle il rischio di non essere ascoltato. Il profeta è uno che parla ai posteri; nel tempo presente è soltanto una cassandra.

Il profeta non è necessariamente un rivoluzionario. Per non dire che è un uomo d’ordine o, più esattamente, dell’ordine. Di un ordine antico che si tratta di ricostituire perché costituisce la ragion d’essere di una specifica comunità e la premessa per il mantenimento della sua integrità. Non troverà qualcuno che lo fermi
Naturalmente ogni esplosione profetica ha bisogno della scritta sul muro. Insomma, dell’evento rivelatore. Nel caso specifico, la vicenda Bassolino. Analoga, nei comportamenti e, probabilmente, anche nella dinamica azione-reazione a quella che portò alla rottura di Cofferati.
Sulla natura dell’evento il Nostro non ha dubbi. Si tratta di un atto di violenza deliberata finalizzato alla distruzione del Pd ( si badi bene: distruzione, non conquista/trasformazione) e insieme del sistema politico italiano: per collocare, al loro posto, la centralità del partito della nazione che, la si giri come si vuole, è incompatibile con un ordinamento di democrazia liberale.

Su questo punto, l’analisi di D’Alema non è forse diversa da quella formulata, o fatta filtrare dagli altri grandi mandarini dell’ulivismo, Prodi, Letta o Amato e sommessamente/saltuariamente condivisa dalla minoranza dem. E che porta tutti ad una posizione di vigile immobilismo, in attesa di vaghi ma certi soccorsi esterni. Nel giudizio sulla fase il Nostro è invece lucidamente pessimista; fino a trasformarsi, davanti ai nostri occhi, in cultore del disfattismo rivoluzionario. A suo parere, chi intende rottamare tutto davanti a sé, non può essere fermato dai languori dei Cuperlo o dagli stati d’animo dei Bersani; deve essere sconfitto sul campo. Prima con la presentazione di candidature alternative nei grandi centri; poi impegnandosi esplicitamente per il no al referendum costituzionale; e, a coronamento di tutto questo, con la formazione di una nuova forza di sinistra in opposizione al partito della nazione. Iniziative che D’Alema giustifica come reazioni obbligate; anche se non sino al punto di sollecitarle espressamente.

Tutto questo, però, rimane di là da venire. Toni accesi e proposito di vendetta, certo; ma voglia di rischiare molto labile ( in particolare in quella minoranza del Pd che si è affrettata a giurare fedeltà al partito, ai vincitori delle primarie e, in cambio di qualche concessione sul senato elettivo e sull’Italikum, anche alla riforma costituzionale, il tutto dopo esercizi di contorsionismo da fare invidia agli specialisti dell’esercizio).
Per il resto, molte contestazioni alla persona, per lo più fondate. Ma nessuna contestazione delle sue analisi. Segno evidente che queste erano e sono corrette: ma anche che Renzi rivendica a suo merito ciò che invece D’Alema reputa un attacco al Pd e alla democrazia.

Alberto Benzoni

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