sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Riformismo rivoluzionario
per una democrazia radicale
Pubblicato il 15-03-2016


Paolo Flores D’Arcais s’inserisce nel dibattito ideologico-politico svoltosi tra Alain Badiou e Marcel Gauchet su comunismo e socialdemocrazia, il cui testo è stato pubblicato nel n. 1/2016 di “Micromega”. Nello stesso numero che celebra i trent’anni della fondazione della rivista, Flores D’Arcais, nell’articolo “Sovranità eguale. Il riformismo rivoluzionario della democrazia radicale” coglie l’occasione “per affrontare la crisi delle democrazie, la situazione delle sinistre e il contributo che la filosofia politica può offrire per rendere possibile una risposta”. La ricchezza degli spunti offerti dal dialogo a confronto tra Badiou e Gauchet consente a Flores D’Arcais “di procedere oltre la contrapposizione […] e di profilare una terza ipotesi, di democrazia radicale, egualitaria e libertaria, che le rimetta in discussione entrambe [quella comunista e quella socialdemocratica] e al tempo stesso ne metta a punto la ricchezza”.

Secondo Flores D’Arcais, i motivi che inducono ad andare oltre le tesi sostenute dai due filosofi francesi sono riconducibili al fatto che, mentre l’ipotesi neo-comunista di Badiou evidenzia il limite di tradursi in un accumulo di desideri teorici (wishful thinking), quella riformista di Gauchet risulterebbe inadeguata e contraddittoria, “solo perché non pone sul tappeto la questione delle rifondazione della rappresentanza [politica], la necessità si sottrarre il suo esercizio alla gilda dei politici di mestiere”. Da qui, il suo tentativo di affermate la riproponibilità dell’ipotesi riformista, a condizione che si parta dal riconoscere che il “monopolio partitocratrico delle vita pubblica, e inevitabile mutazione antropologica dei politici in ‘Casta’”, costituiscono l’ostacolo strutturale, dalla cui rimozione dipende il ricupero pieno della politica, perché, liberata “dall’attuale subordinazione all’economico, possa divenire orizzonte di identità collettiva e rappresentazione di sovranità”.

Flores D’Arcais ritiene che il “darsi da sé norme e fini”, dimensione specifica della modernità, implica la sovranità democratica per realizzarsi ed “esige istituzioni politiche che approssimino asintoticamente un’esigenza di uguaglianza anche sul piano materiale, superando e abbandonando il punctum dolens della socialdemocrazia, il carattere procedurale della stessa”. Oggi, la deriva “partitocratrica della rappresentanza ha reso fungibili in un ‘grande centro molle e invariante’ i partiti un tempo di destra e di sinistra, proprio perché ha sottratto la rappresentanza ai cittadini facendola diventare autoreferenziale”, trasformando “la rappresentanza dapprima in gilda […] e infine in inamovibile “Casta”.

La risposta alla espropriazione della rappresentanza non può che essere una riforma della rappresentanza stessa, che “renda obsoleto il monopolio dei politici di professione e delle loro macchine elettorali sulla vita pubblica”; fatto, questo, che può essere realizzato solo attraverso una lotta “durissima”, e non con un’autoriforma realizzata dalla Casta al potere. Non basta, però, affermare la necessità del ricupero della sovranità della politica, occorre anche individuare “chi“ potrà essere il soggetto in grado di poterlo realizzare.

Per Flores D’Arcais, tale soggetto non può essere individuato nelle socialdemocrazie attualmente esistenti, che da tempo hanno smarrito ogni vocazione riformatrice; deve trattarsi di un soggetto rigorosamente nuovo, che sappia garantire l’”irruzione organizzata delle cittadinanza attiva sulla scena pubblica, della politica come bricolage, e la sua strutturazione istituzionale”. La reinvenzione della democrazia rappresentativa, che vada ben al di là dei partiti tradizionali, diventa perciò “questione ineludibile”, considerato che i politici di carriera sono divenuti vittime della sindrome di weberiana memoria, secondo la quale l’esercizio delle politica come mestiere contamina di sé l’intero organismo, cioè la democrazia. I politici, perciò, non possono più rappresentare i cittadini, perché, dopo essersi “resi omologhi” con un cursus honorum che li ha trasformati in Casta, hanno dato luogo ad una partitocrazia espropriatrice della sovranità politica degli stessi cittadini.

Malgrado le difficoltà, l’”alternativa democratica al professionismo politico” può essere costruita, a patto che siano rimosse, secondo Flores D’Arcais, alcune delle “regole” sulle quali la Casta ha costruito il suo primato, procurando in particolare di “sovvertire l’idea egemone nella filosofia politica che la democrazia sia procedurale, consista solo nel rispetto di istituzioni e regole di funzionamento e non riguardi le politiche sostanziali che nel rispetto di tali procedure verranno istituite”: quali, ad esempio, il divieto della ricerca di finanziamenti, fatta eccezione per le sottoscrizioni personali trasparenti e per importi molto bassi, la gratuità pubblica degli strumenti di comunicazione per tutte le liste, il divieto del carrierismo politico, con l’introduzione di un limite massimo dei mandati politici, l’incompatibilità tra le cariche elettive, tra cariche elettive ed esecutive, tra interessi in conflitto, e tutte le misure atte a rinforzare la condivisione del principio della politica intesa “come servizio civile temporaneo, anziché carriera e lucro”. Tutto ciò perché la democrazia abbia “come unico fondamento le palafitte dell’ethos repubblicano diffuso, che se non costantemente curate e protette e radicate e rafforzate marciscono”.

In una democrazia così intesa, a parere di Flores D’Arcais, è inevitabile il “quasi comunismo”, da intendersi non come proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma come uguaglianza radicale, “non solo di condizioni di partenza ma di costante uguagliamento degli esiti”, dove l’uguaglianza sia posta come tendenza asintotica da perseguire. Questa alternativa democratica al professionismo politico non può che essere il risultato di un “riformismo rivoluzionario”, il quale però ha davanti a sé “due ineludibili pietre d’inciampo”: il carattere antinomico della democrazia e l’individuazione del soggetto che può rimuoverlo.

Il primo risulta dal conflitto permanente tra le forze della “coerenza democratica” e quelle dell’”ipocrisia democratica”, che minano la democrazia attraverso la reintroduzione di vecchie e nuove strutture di privilegio politiche e sociali; esso può essere contenuto solo se la difesa delle regole della democrazia è interiorizzata dai cittadini come “sempre e solo come lotta-per-la-democrazia”; mentre il secondo “inciampo”, relativo alla individuazione del soggetto in grado di assicurare la coerenza democratica nel quale si compendia la rivoluzione riformista può essere superato, secondo Flores D’Arcais, con l’individuazione di un “soggetto politico non effimero, capace del riformismo permanente necessario per l’eguaglianza asintotica”, creato non “dal basso”, come metamorfosi di movimenti sociali, ma “dall’alto”, attraverso un atto di fondazione, senza un modello organizzativo preventivamente stabilito, dove la quasi permanete mobilitazione della società civile si saldi con “una fortissima leadership carismatica, capace di inclusione antisettaria”.

Solo in questo modo, conclude Flores D’Arcais, può essere realizzata la pre-condizione necessaria per dare inizio alla permanente “lotta per la democrazia radicale”; ciò al fine di rendere la politica idonea a cogliere ogni occasione “per incrementare il caleidoscopio degli indicatori sostantivi e procedurali”, coi quali realizzare il sostanziale ricupero della sovranità politica dei cittadini nei confronti della Casta dei politici di mestiere.

La realizzazione della democrazia radicale evocata da Flores D’Arcais non ha bisogno, come egli afferma, di alcuna “teoria”, ma solo di un approccio culturale riconducibile a un ”ethos repubblicano diffuso”, che faciliti la “sperimentazione dell’immaginazione politica” da parte dei movimenti sociali, guidati da una forte leadership. Quest’ultima, però, non è possibile rinvenirla in nessuno dei movimenti spontanei dei quali il mondo ha sperimentato la nascita in questi ultimi anni; ciò perché nessuno dei loro leader fa riferimento, al di là della protesta, a un “ethos” inclusivo sul quale innestare la plausibilità dell’ipotesi di un “quasi comunismo” (alternativo al comunismo ed alla socialdemocrazia), cosi come prospettato dallo stesso Flores D’Arcais; cioè ad un disegno generale dell’organizzazione sociale.

Si potrebbe pensare che l’assenza dell’ethos necessario nei movimenti spontanei possa essere compensata se i leader populisti, almeno quelli che muovono da posizioni di sinistra, riuscissero ad interiorizzare ed a proporre, in termini di tendenza asintotica, un’organizzazione comunitaria della società di tipo, ad esempio, mazziniano; ad un’organizzazione, cioè, fondata sul principio di comunità o di fratellanza e su quello della pari influenza politica per tutti i singoli componenti. Un’organizzazione comunitaria fondata su questi principi implicherebbe il rispetto della proprietà privata, intesa, da un lato, come presidio e garanzia della libertà di scelta dei singoli soggetti, e dall’altro, come salvaguardia della loro dignità in quanto liberi cittadini.

L’ethos repubblicano incarnato in questi principi sarebbe alternativo a qualsiasi forma organizzativa delle comunità che risulti essere, o di natura statolatrica (comunista), tale da negare la libertà individuale, oppure di natura individualistica (liberista), tale da consentire che la libertà di alcuni possa sacrificare la libertà degli altri; ma sarebbe anche alternativa alla forma organizzativa della comunità di natura socialdemocratica, in quanto eviterebbe che la rimozione o l’attenuazione delle disparità sociali avvenisse in termini caritatevoli, come accade ora nelle società dotate di uno Stato di protezione sociale di stampo welfarista.

Una cosa però va tenuta ben presente: lo Stato della comunità democratica dovrà costituire il presidio per supportare, difendere e garantire l’attivismo dei cittadini orientati a realizzare una democrazia piena e completa. Questo obiettivo potrà essere perseguito dal riformismo rivoluzionario, solo attraverso un’opposizione continua e inflessibile contro le forze dell’ipocrisia democratica, perché lo Stato cessi d’essere colonizzato da politici di mestiere e venga restituito ai cittadini.

Gianfranco Sabattini

 

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