domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tortura, il Parlamento
ha ‘dimenticato’ il reato
Pubblicato il 07-03-2016


Reato torturaIn Italia nonostante il profluvio di chiacchiere, materia su cui siamo imbattibili con campioni anche ai vertici delle Istituzioni, su alcuni questioni non facciamo passi avanti se non quando siamo obbligati a farlo da qualche sentenza della Corte di giustizia europea o da qualche legge recepita sotto dettatura di Bruxelles.
I casi embleamatici non mancano a cominciare da quello più fresco di una legge per regolamentare le Unioni Civili, passando per le assunzioni degli insegnanti precari all’infinito, per finire col reato di tortura. Sì, perché inorridiamo, giustamente, quando apprendiamo delle torture inferte al povero Giulio Regeni prima di essere assassinato, ma molto meno quando un oscuro imam, Abu Omar, viene rapito da un team di agenti della Cia in collaborazione con i nostri per subire lo stesso trattamento di Regeni, perché sospettato di essere un terrorista salvo poi essere liberato (e noi condannati a risarcirlo). Parliamo di fatti gravissimi, tra l’altro spesso commessi in nome della ‘ragion di Stato’ anche per mettere al riparo gli aguzzini (come nel caso di Abu Omar o dei fatti del G8 a Genova), su cui non riusciamo a legiferare nonostante il grande impegno, verbale, dei nostri governanti.
Come ricorda Fabio Napoli su Public Policy intervistando il senatore Luigi Manconi, il “7 aprile, quasi un anno fa, la Corte di giustizia europea condannava l’Italia per i fatti della Diaz durante il G8 di Genova; l’8 aprile il presidente del Consiglio Matteo Renzi scriveva su Twitter che «quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura»; il 9 aprile la Camera approvava il ddl in seconda lettura. Quella del Senato avrebbe dovuto essere la terza e ultima lettura parlamentare, ma la commissione Giustizia di Palazzo Madama modificò ulteriormente il testo licenziandolo, quasi tre mesi dopo, nel luglio 2015”. Da quei giorni più nulla, silenzio assoluto. Perché?

Le resistenze sono sempre le stesse. Dalle forze dell’ordine, o meglio da chi ritiene di interpretare i loro interessi e quelli della ‘ragion di Stato’, c’è un blocco totale. Un rifiuto assoluto come quello opposto contro un’altra norma che ci aiuterebbe ad assomigliare un po’ di più ad un Paese civile, quella per identificare le forze dell’ordine con un numero ben visibile sul casco o sulla divisa (anche i socialisti hanno lavorato su questo in Parlamento).

Il senatore Manconi (Pd) non ha problemi a indicare con chiarezza il punto di maggior resistenza all’interno della maggioranza a una legge che nel suo iter è stata già fortemente depotenziata. «Ci sono state resistenze robuste da parte del ministero dell’Interno», cioè da parte di Angelino Alfano, leader di Ncd-Ap, lo stesso che ha fatto barriera sulla step child adoption in perfetta consonanza con il fronte clericale trasversale a tutte le forze politiche. Poi ci sono le resistenze del «sindacato, non tutti e non tutti allo stesso modo (…) Personalmente ho sempre avuto una reciproca dialettica con loro (i sindacati di polizia, ndr) e non li considero dei nemici».

A questo punto ci si chiede perché il Governo non adotta lo stesso atteggiamento che ha avuto per le Unioni civili, perché non manda avanti comunque la legge anche ricorrendo al voto di fiducia, ma soprattutto se, e quanto sia giusto mantenere in piedi una maggioranza la cui linea, in tema di diritti civili e di libertà – ma non solo – viene dettata da una minoranza che riesce sempre a imporre il suo profilo di conservatorismo e oscurantismo a tutta la coalizione.
Carlo Correr

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