mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Una esplorazione difficile
Pubblicato il 01-03-2016


Chi dirige il M5S? Chi lo vota e perché? Qual è la sua strategia politica e la natura del suo messaggio alternativo e la prospettiva temporale in cui si colloca? Come funziona il sistema di controllo delle iscrizioni e di selezione dei quadri? Da cosa nasce e a quali conseguenze porta la rigida volontà di separatezza dal mondo che lo circonda? Perché le faide che bloccano l’attività di tante strutture locali sino a mettere a rischio le stesse amministrazioni locali del movimento? Con quali strategie e con quali risorse si pensa di poter governare, oggi i grandi comuni e domani il paese?

Non stiamo parlando di una setta religiosa. Né di un partito di puri e duri, limitato ad una funzione di testimonianza. Stiamo parlando di una formazione politica che, qualunque sistema elettorale si consideri (ad eccezione del proporzionale puro), appare in grado di concorrere alla direzione politica del paese, sia nel confronto con il Pd sia, ancor più, avendo come avversario il centro-destra.

“Saperne di più” dovrebbe essere considerato, almeno in una democrazia degna di questo nome, come una specie di diritto civile; e, questa volta, non dell’ennesima minoranza, ma della comunità dei cittadini/elettori. Ma, come ognuno sa o dovrebbe sapere, i diritti valgono se e in quanto concretamente rivendicati; e, nel nostro caso, nessuno li rivendica. Non li rivendicano i gestori del sistema bipolare, Pd in testa, troppo impegnati nell’attività di delegittimazione della concorrenza per sentire il bisogno di capirne la natura. Non si pongono il problema quelli della sinistra di opposizione per non doversi misurare con il fatto, assai sgradevole, che nel campo della contestazione a Renzi e al Pd, Grillo conta per più del 25% e la sinistra radicale per meno del 5%. Non sono interessati i media ridotti da gran tempo ad uno stato semicomatoso in quando a indipendenza di giudizio e capacità investigativa. E, per la verità, nemmeno i cittadini comuni; quelli variamente motivati a dare il proprio consenso al Movimento così com’è (diciamo un puntiglioso controllore/contestatore dei politici corrotti) senza curarsi troppo di come dovrebbe o potrebbe essere.

Manca, dunque, quella sollecitazione esterna suscettibile di spingere il M5S a interrogarsi criticamente su sé stesso e sui suoi possibili futuri percorsi. A prevalere è, invece, la logica del “taci il nemico ti ascolta”. Una logica in cui, paradossalmente, quanto più crescono i legami con il mondo esterno, tanto più si alimenta la tendenza  all’ arroccamento per evitarne le possibili contaminazioni.

In tale contesto è ancor più apprezzabile la ricerca che, sul tema, ha svolto Mondoperaio (presentata alla stampa il 25 febbraio); anche nella consapevolezza dei suoi oggettivi limiti.

Non si poteva, infatti, disquisire di massimi sistemi in nome e per conto di interlocutori assenti e magari poco interessati alla faccenda. E, allora, si doveva ripiegare, sull’analisi della condizione presente e delle sue possibili derive; a partire, peraltro, dalla considerazioni svolte da Paolo Becchi, già ideologo del movimento, ora in posizione di esplicita rottura.

Filo rosso della sua analisi, la rivoluzione tradita; o, detto in altro modo, la verginità perduta. Al centro del processo, il ritiro di Grillo e il dominio prossimo venturo di Casaleggio. Prima, i cento fiori del dibattito interno, il movimentismo, il rifiuto di entrare nel gioco della politica politicante: dopo, la caserma, il partito, gli accordi al ribasso con il Pd, le liste, i posti, le contaminazioni mafiose e, sullo sfondo, la Casaleggio e associati;  oggi un grumo equivoco e oscuro, in prospettiva una Spectre a servizio di interessi inconfessabili.

Una narrazione appassionata e affascinante; ma fatalmente viziata, al di là di questa o quella imprecisione fattuale, da un’illusione di fondo. Quella di considerare missione rivoluzionaria e verginità politico-morale una risorsa che può essere preservata a condizione di non esporla alla verifica della politica quotidiana.

Un’illusione  che, curiosamente, non appartiene soltanto all’ideologo contestatore ma è elemento centrale dell’immaginario collettivo dello stesso movimento: quasi che essa fosse una immagine sacra da esibire in processione a confusione dei malvagi.

E qui vale, in conclusione, l’episodio di Quarto. Un episodio che lo stesso Becchi richiama a testimonianza e di corruzione; ma che avrebbe potuto essere citato come manifestazione di immaturità. A partire dalla reazione isterica dei vertici del movimento. Quasi che la verginità, individuale e collettiva, da esibire nei confronti dei nemici e dei dubbiosi, potesse essere preservata in un ambiente corrotto e corruttibile; e quasi che l’onestà individuale, leggi l’impermeabilità al male, fosse la condizione necessaria per conoscerlo e sconfiggerlo collettivamente.

Di qui una serie di interrogativi sul futuro. Interrogativi appena abbozzati nella ricerca di Mondoperaio. E che dovranno, però ,trovare una prima risposta in occasione delle prossime elezioni amministrative.

Alberto Benzoni

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