martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Una lingua bistrattata,
un Paese in declino
Pubblicato il 31-03-2016


Una delle pecche più evidenti di noi italiani riguarda certamente la nostra idea di (non) patriottismo: guardiamo con un velo di superficialità alle nostre potenzialità e alle cose belle che ci appartengono, mentre preferiamo fossilizzarci sulle caratteristiche negative della nostra identità, portate, quelle, al parossismo quasi a voler conferire loro dignità. Ci dimentichiamo delle opere d’arte che rendono molte delle nostre città tripudi di poetiche visioni, e degli artisti che hanno raccontato la nostra prospettiva culturale attraverso i secoli. Non li prendiamo in considerazione, non ne parliamo, non ci sentiamo ispirati da loro, non tentiamo più di raggiungere quei fasti di civiltà e bellezza. E non solo non guardiamo al passato per celebrarlo ma, soprattutto, non puntiamo sul futuro, sui giovani e le loro idee.

Rimaniamo fermi, brancoliamo sereni nella mediocrità, senza porci troppe domande. Parliamo una lingua che è un incanto di grazia e potenza espressiva, senza neanche accorgercene. E anzi la violentiamo quotidianamente, la inquiniamo con errori, inesattezze, volgarità. E ci ricordiamo della sua esistenza soltanto in situazioni eccezionali, come il tormentone di “petaloso”, che è stato citato addirittura dal presidente del consiglio Matteo Renzi, sempre attentissimo ai trend mediatici. Proprio quel Renzi che è simbolo di come persino il linguaggio politico – specchio della società – si sia semplificato e imbarbarito negli ultimi 20 anni, a partire dal celodurismo bossiano, trovando poi la sua fase più florida nel berlusconismo e finendo, al giorno d’oggi, nel grillismo e, in misura diversa, ma equivalente, nel linguaggio pressapochista del già citato Renzi.

Sicuramente un tempo la comunicazione politica era fin troppo ampollosa, ma, nella sua complessità, costringeva l’ascoltatore ad uno sforzo di comprensione e di riflessione e lo portava, talvolta, a provare un fremito di stima nei confronti di quelle parole, così ben assestate, così elevate. Considerata, dunque, la strada intrapresa al giorno d’oggi dal linguaggio politico e, di conseguenza, da quello giornalistico medio, non deve sorprendere se poi non è raro imbattersi in laureati che inciampano nel famigerato “se io sarei…” più e più volte. E non si tratta di sviste. O se il capillare utilizzo di social network non ha fatto altro che ampliare il fenomeno di imbarbarimento della lingua, con soggetti di ogni età e ogni riferimento culturale, pronti a giurare che si scriva “qual’è” e che ci si firmi scrivendo prima il cognome e poi il nome, e altri che apostrofano “un’amico” e “un’albero”. Eppure basterebbe ricordarsi una cosa semplicissima, e cioè che l’apostrofo serve proprio a eliminare la vocale finale quando la successiva inizia per vocale, come nel caso di “una amica -> un’amica”.

Ma se i classici errori grammaticali e ortografici, in una lingua complessa come la nostra, potrebbero essere tollerati sempre fino a un certo punto, sono quelli dettati dai vezzi di presunte mode, a costituire l’aggravante maggiore. Si pensi, ad esempio, al “piuttosto che…” usato con valore disgiuntivo, che ultimamente è saltato alla ribalta proprio per la sua estrema divulgazione. Alcune fonti attestano l’utilizzo del “piuttosto che” al posto di “oppure” già a partire dagli anni ’80, nei ceti borghesi del Settentrione (Torino e Milano su tutti) e giunto sino ai giorni nostri grazie soprattutto alla promozione ricevuta dal mondo giornalistico e mediatico in generale. Non passa giorno, infatti, in cui nei programmi televisivi non si sentano frasi come: “Voterei X piuttosto che Y piuttosto che Z” oppure “potete preparare una vellutata di lenticchie piuttosto che di ceci”. Il “piuttosto che”, utilizzato in questo modo, conferisce un nonsoche di snob al discorso e, a quanto pare, fa tendenza ma, come sottolinea Ornella Castellani Pollidori dell’Accademia della Crusca, potremmo pagare a caro prezzo questo malvezzo linguistico, poiché potrebbe portare a dei fraintendimenti, soprattutto nei linguaggi settoriali come quello scientifico, che necessitano di linearità e univocità. [1]

Il vero problema, però, è probabile che stia proprio a monte, in una scarsezza culturale e di intenti, che si registra a partire dai banchi di scuola: le prove Invalsi degli ultimi anni attestano la grave e imbarazzante situazione che riguarda i giovani italiani; al di là dell’incapacità di inserire l’H al posto giusto (errore più frequente di quanto si possa immaginare) e dei vari “un pò”, sembra che le difficoltà maggiori si riscontrino nella comprensione del testo, nella capacità di argomentare, di avere padronanza della propria lingua. Inoltre, i nostri ragazzi non sono più in grado di utilizzare il passato remoto né tantomeno i segni di interpunzione, di cui si segnala sicuramente una penuria di punto e virgola e due punti e, d’altro canto, un’abbondanza di virgole e punti sospensivi. Gli esperti dell’Invalsi considerano insufficienti il 58% dei temi analizzati. Nei licei il 37% dei temi analizzati viene considerato insufficiente, negli istituti tecnici la percentuale sale al 75,5% e negli istituti professionali addirittura all’80%. [2]

Se, dunque, non si cerca di riformare anzitutto la scuola, la povertà linguistica e di pensiero continueranno a dilagare. Bisognerebbe cercare di ragionare su alcune semplici idee (un esempio? Stimolare la capacità di sintesi e di decodificazione del testo grazie ai riassunti, come suggerisce Luca Serianni) per cercare di porre degli argini a questa deplorevole situazione. Formando studenti quantomeno in grado di parlare e scrivere in maniera sufficiente, sarebbe poi più difficile incappare in articoli giornalistici dilettantistici e generici, negli opinionisti del “piuttosto che…” e nei tronisti del “cioè…”.

Giulia Quaranta

[1]   Castellani Pollidori, Ornella “Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo” in accademiadellacrusca.it, settembre 2002

[2]     Benedetti, Giulio “Maturità, che fatica scrivere in italiano – Nei licei un tema su tre è insufficiente” in corriere.it, giugno 2010

 

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Commenti all'articolo
  1. Forse non si è accorta che siamo una colonia degli USA: persino la pubblicità alla TV è fatta in inglese!
    Parte dalla scuola la magnifica attrazione per la lingua americana. L’altro giorno ho assistito a questa scena: una bambina di una decina di anni si rivolge alla vecchia nonna e le dice: “Ma, nonna! studia l’inglese, che se non lo parli sei tagliata fuori”.
    L’ha capito anche Renzi!

  2. L’uso della lingua nel modo qui segnalato sembra coincidere temporalmente con quella che a me pare essere una progressiva perdita di identita’, o senso di appartenenza, del nostro Paese (salvo qualche segnale vche potrebbe far pensare ad una inversione di tendenza al riguardo).

    Io non so se si tratti di una semplice contestualita’ cronologica, o se possa esservi un qualche nesso tra le due cose (e se fosse cosi’ sarebbe verosimilmente materia da sociologhi per trovare la spiegazione).

    Paolo B. 01.04.2016

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