venerdì, 24 giugno 2016
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Opinioni e commenti
 

Uno, due… dieci PD
Pubblicato il 14-03-2016


Sono esplosivi i contrasti nel Pd a tre mesi dalle elezioni per i sindaci del prossimo giugno. Antonio Bassolino contesta le elezioni primarie vinte a Napoli dalla renziana Valeria Fedeli. L’ex sindaco della metropoli partenopea e già governatore della Campania parla di “schifezze” nelle votazioni e non esclude di presentare una lista elettorale contro quella ufficiale del Pd.
Anche Roma è nella bufera, il quadro è analogo. Le primarie sono state vinte dal renziano Roberto Giachetti, ma l’ex sindaco Ignazio Marino e il dalemiano Massimo Bray potrebbero correre con loro liste. Analoga situazione potrebbe replicarsi a Torino, su iniziativa della sinistra interna ed esterna al Pd, città nella quale si è ricandidato a sindaco Piero Fassino, in sintonia con Matteo Renzi.
Le divisioni potrebbero rivelarsi pericolosissime: il Pd, spaccato in più tronconi, potrebbe regalare la vittoria al M5S o al centrodestra. C’è già un brutto precedente. Un anno fa Sergio Cofferati lasciò il Pd, accusò Renzi di sbandare “a destra”, lanciò una nuova lista contro la candidata ufficiale dei democratici a presidente della Liguria, e il risultato fu una bomba: le elezioni regionali furono vinte dal centrodestra. Giovanni Toti, Forza Italia, divenne il governatore della Liguria, una regione per decenni roccaforte del centrosinistra. Ora Cofferati ha avvertito: «C’è spazio a sinistra per un nuovo partito».
La virata a destra c’è anche per Massimo D’Alema, perché Renzi vuole prendere “il posto” di Silvio Berlusconi in crisi. L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, ha usato parole durissime contro il giovane “rottamatore” fiorentino. Ha parlato di “arroganza”, del tentativo di «trasformare il Pd nel partito del capo», di una fuga di molti elettori e militanti di sinistra dal partito. Ha delineato l’ipotesi di una scissione: «Nessuno può escludere che, alla fine, qualcuno riesca a trasformare questo malessere in un nuovo partito».
Le varie minoranze del Pd sono in gran parte sul piede di guerra, tuttavia marciano in ordine sparso. Alcuni (il presidente del Pd Matteo Orfini, i ministri Andrea Orlando e Maurizio Martina) appoggiano il presidente del Consiglio e segretario dei democratici. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Enrico Letta, invece, attaccano a testa bassa Renzi. Contestano le riforme liberiste del governo e il cambiamento dell’identità di centrosinistra del Pd in una neocentrista. Bersani ha rivendicato i suoi meriti e quelli della coalizione di centrosinistra nelle elezioni politiche del 2013: «Renzi sta comodamente governando con i voti che ho preso io. Non io Bersani, io centrosinistra». La lacerazione è profonda: «Il segretario deve fare la sintesi, non deve insultare un pezzo di partito».
Le minoranze di sinistra, però, smentiscono il progetto di una scissione. Speranza ha indicato la volontà di combattere una battaglia dall’interno dei democratici: «Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Non c’è più il Pd se non c’è più questo pezzo del partito». Tutto, però, è al limite della rottura. Speranza ha perfino paragonato Renzi a Berlusconi per «un’idea padronale del partito» nel quale si rischia di cantare «meno male che Matteo c’è» come accadeva in Forza Italia per il leader del centrodestra.
Una pesante emorragia a sinistra già c’è stata. Oltre a Cofferati hanno detto addio al Pd anche Stefano Fassina, Pippo Civati, Alfredo D’Attorre. Hanno costituito Sinistra Italiana e la prima prova di forza ci sarà nelle amministrative di giugno. Fassina, ad esempio, è candidato sindaco a Roma, dove il terremoto dell’inchiesta di Mafia Capitale ha colpito uomini del Pd e del centrodestra. Ma anche qui i problemi non mancano. Sinistra Italiana è alleata con Sel e l’obiettivo immediato è di spuntare il migliore risultato possibile nel voto per i sindaci, tuttavia le divisioni rendono la situazione difficile: molti non vogliono sottoscrivere intese elettorali con il Pd mentre molti sono favorevoli; non si sa quale sarà il nome del nuovo partito della sinistra e, almeno per ora, Civati sta per conto suo. L’ambizione era di ottenere il 10%-15% alle elezioni politiche, ma per adesso i sondaggi danno il 3%-4% a un nuovo partito alla sinistra del Pd, più o meno la forza di Sel.
Renzi è sul chi vive. Definisce “di sinistra” le riforme strutturali del governo come quella del mercato del lavoro, perché combattono il precariato e aumentano l’occupazione. Teme brutti scherzi nella sfida per i sindaci come è successo in Liguria. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha avvertito: «Chi cerca di usare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sta sbagliando campo di gioco». Ha definito “surreale” l’attacco contro di lui ed ha invitato le minoranze a “saper perdere” perché lui ha vinto le elezioni primarie per la segreteria del partito. Ha respinto la richiesta dei bersaniani di anticipare il congresso perché «chi vuole mandarmi a casa la battaglia la farà al congresso nel 2017».
Renzi, da due anni segretario del Pd e presidente del Consiglio, è stato un “rottamatore” della vecchia classe dirigente del partito; “la vecchia guardia”, come l’ha chiamata. Massimo D’Alema e Walter Veltroni sono state due vittime dell’operazione ricambio generazionale. Le reazioni sono state diverse: D’Alema attacca e Veltroni si mantiene defilato. Il fondatore del Pd ed ex vice presidente del Consiglio ha smentito di dissentire da Renzi assieme alla sinistra del partito. In una lettera al Corriere della Sera ha scritto: «Semplicemente non è vero». Veltroni si è chiamato fuori: «Non partecipo da anni al dibattito interno alla variopinta articolazione di correnti e posizioni del Pd». Nel caos si stanno formando molteplici partiti: uno, due, dieci Pd.

Rodolfo Ruocco

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