martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Utøya. Lo stragista fa causa alla Norvegia
Pubblicato il 15-03-2016


Anders Breivik

Anders Breivik

Il giovane norvegese di estrema destra, autore del massacro di Utøya, Anders Behring Breivik, in carcere dal 2011, si lamenta per le sue condizioni di vita nel carcere di Skien e fa causa allo Stato. Breivik, che ha prima ucciso con un’autobomba 8 persone e ferite 209 a Oslo e subito dopo ha aperto il fuoco contro i giovani socialisti riuniti nel campo estivo dell’isola di Utøya facendo subito altri 69 morti (poi saliti a 77) e 110 feriti tra cui 55 gravemente, definisce ‘disumane’ le sue condizion di carcerazione perché è stato condannato all’isolamento e le sue comunicazioni vengono controllate dalle guardie, due comportamenti che violano la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta i trattamenti inumani e tutela il rispetto della privacy.

Il 37 enne estremista norvegese ha depositato la sua denuncia nel luglio scorso in vista dell’apertura del processo e la direzione del carcere giustifica l’isolamento e il controllo della posta con la necessità di evitare che Breivik riprenda i contatti con gli ambienti dell’estrema destra in cui militava e in cui è maturato il suo proposito stragista.

Quanto alle condizioni ‘inumane’ in cui si troverebbe, la sua detenzione assomiglia più a una vacanza protetta che alla permanenza coatta in un luogo di pena, soprattutto se messo a confronto col sistema carcerario del resto di Europa per non parlare di quello fasticente dell’Italia.

Nel carcere, a 130 chilometri dalla capitale dove è stato trasferito nell’autunno 2013, Breivik dispone di tre camere, una per dormire, l’altra per studiare e l’ultima adibita a palestra. Può uscire una volta al giorno, dispone di un computer (ma senza connessione senza internet), tv e Playstation. Nel 2014, Breivik avanzò 12 richieste alle autorità, tra queste la sostituzione della Playstation 2 con il modello più aggiornato, poter scegliere i giochi da utilizzare e un adeguamento del salario che riceve in carcere.


Fanno più paura gli immigratiUtoya-strage
di Luca Mariani*

Quando negli anni settanta le Brigate Rosse e, più in generale, i terroristi di sinistra insanguinarono l’Italia e il mondo, tutti si posero domande logiche e conseguenti: “Con chi parlano questi assassini? Chi frequentano? Dove hanno studiato? Cosa pensano? Quali amicizie hanno? Da chi sono addestrati? In sostanza: in quale brodo di coltura nuotano?”. Queste domande, assolutamente legittime, non valgono per il brodo di coltura attorno ad Anders Behring Breivik. Nel luglio 2011 uccise con un’autobomba otto persone nel palazzo del Governo di Oslo e poi massacrò uno a uno 69 adolescenti nell’isola di Utoya, dove i socialisti e i laburisti di tutta Europa si riuniscono per il campeggio estivo da quando Willy Brandt aveva i pantaloncini corti. Fu la strage più efferata e crudele nell’Europa occidentale dai tempi della seconda guerra mondiale.

Cosa ricorda oggi la gente comune di quella strage? Poco o nulla. I più attenti ripescano qualcosa negli angoli lontani della memoria: “Ah, sì. Quel pazzo norvegese…”. I media, nell’anno del Signore 2011, prima cavalcarono la pista islamica: “Sono sempre loro ci attaccano… La guerra continua”. Poi, quando i fatti misero in evidenza che uno xenofobo di estrema destra uccise ragazzini di 14-20 anni perché favorevoli all’immigrazione e ai valori del multiculturalismo e della fratellanza tra i popoli, tutto cadde nel dimenticatoio. Nessun film di Spielberg, nessun plastico dell’isola di Utoya da Vespa, nessuna cassa di risonanza.

Si preferì parlare di un pazzo, eppure il Tribunale di Oslo lo ha dichiarato sano di mente, perché quella di Utoya fu una strage politica a 360 gradi. Breivik scrisse un manifesto di 1500 pagine con il suo programma: deportazione degli immigrati, soprattutto quelli islamici, dall’Europa, no al multiculturalismo, no all’Unione Europea, no all’Onu, sì al nazionalismo e alla salvaguardia dei genotipi, anche con l’utero in affitto. Per realizzare tutto ciò è necessario prendere il potere negli Stati europei entro il 2030. Brevik elencò quindi i partiti e i movimenti potenzialmente amici: tra gli altri, ‘Russia unita’ di Putin, il ‘Front National’ di Le Pen, ‘Lega’ e ‘Forza Nuova’ in Italia, ‘Npd’ in Germania, ‘English Defence League’ nel Regno Unito, ‘Jobbik’ in Ungheria, ‘Fpoe’ in Austria, ‘Pvv’ in Olanda, ‘Vlaams Belang’ in Belgio, il ‘Partito del Popolo danese’, i ‘Democratici svedesi’, ‘I Veri finlandesi’, ‘Likud’ e ‘Yisrael Beitenu’ in Israele.

È questo il brodo di coltura attorno a Breivik? Sono sicuramente idee che hanno il vento in poppa. Partiti, un tempo minuscoli, sono ora costantemente in doppia cifra, con punte superiori al 25% dei voti, in qualche caso addirittura al Governo. La paura del terrorismo islamico alimenta questa spinta e molti preferirebbero costruire muri piuttosto che ponti. I buoni risultati di Trump nelle primarie repubblicane Usa e di Afd in Germania sono una conferma di questo trend.

Oggi Breivik ha tratti meno giovanili, ma lo sguardo sempre cattivo e determinato. Nell’aula di giustizia non saluta più con il pugno chiuso in avanti e poi sul cuore. Si ‘limita’ al classico saluto nazifascista con la la mano destra tesa in avanti. Chiede alla Norvegia un nuovo processo perché giudica “disumane” le sue condizioni carcerarie. Ha tre celle di otto metri quadrati ciascuna: una per dormire, una per studiare, una per l’attività fisica. Nel carcere di Skien continua a ricevere centinaia di lettere di suoi ammiratori da tutta Europa. La Norvegia, che aboli’ l’ergastolo nel 1971, gli nega l’accesso a internet, perché teme il suo lavoro finalizzato alla costruzione di una rete di estrema destra europea. Tutto questo meriterebbe più spazio sui media, ma forse c’è chi preferisce diffondere l’idea che il terrorismo sia solo islamico, magari nascosto tra i disperati che fuggono dalla guerra in Siria. Il popolo europeo spaventato comincia a pensare che sia ora necessario ‘un uomo forte’ al comando. “Per le deportazioni dei musulmani – scrisse Breivik – verrà concesso un chilo d’oro per ogni famiglia che se ne andrà con le buone, per gli altri si userà la forza…”.

*Luca Mariani è l’autore del libro ‘Il silenzio sugli innocenti

 

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