Il primo maggio di ieri e di oggi

Il primo maggio, festa del lavoro, è una festa socialista. Venne ufficialmente proclamata dall’Internazionale socialista a seguito dei lavoratori morti a Chicago che nei primi giorni di maggio del 1886 manifestavano pacificamente per le otto ore di lavoro, anche se nello stato dell’Illinois quella legge era già stata approvata nel 1867. Quella manifestazione era stata anticipata dalla dimostrazione del 25 settembre del 1882 che si tenne a New York sempre con l’obiettivo delle otto ore di lavoro. Anche in Australia, addirittura del 1857, i lavoratori avevano rivendicato una giornata fatta di otto ore di lavoro, otto di riposo, otto di svago. In Europa la giornata del primo maggio venne lanciata proprio sul tema delle otto ore a partire dal 1890. Si celebrò la festa quasi cladenstinamente in Italia e furono pochi i lavoratori che ebbero il coraggio di assentarsi dal lavoro. Durante il regime crispino le manifestazion furono bandite e i socialisti, dall’estate del 1894 al 1896, furono perseguitati. Il partito nato a Genova nel 1892, che si trovò a congresso anche l’anno dopo a Reggio Emilia, fu costretto a rinviare il suo congresso di Imola, che doveva svolgersi nella città di Andrea Costa nel 1894, e si ritrovò clandestinamente a Parma l’anno dopo.

Le grandi manifestazioni del primo maggio si conciliarono cosi con obiettivi di democrazia e di giustizia sociale che trovarono il loro approdo nella fase giolittiana dei primi anni del novecento dopo le sanguinose repressioni del 1898 e le leggi speciali del governo Pelloux dell’anno dopo. In quel biennio finirono in carcere i più prestigiosi esponenti del Psi, da Filippo Turati, ad Anna Kuliscioff, da Leonida Bissolati, che dirigeva l’Avanti a partire dalla sua fondazione, nel 1896, a Camillo Prampolini. In Italia si raggiunse l’obiettivo delle dieci ore, si sanzionò il lavoro dei bambini, si stabilirono importanti normative di protezione sociale anche per le donne, grazie soprattuttto alla tenace azione di Anna Kuliscioff. Resta il fatto che le otto ore di lavoro verranno approvate attraverso una legge del 1923, quando presidente del Consiglio era Benito Mussolini, che in quel caso non si era del tutto dimenticato il suo passato socialista.

Ma mentre il fascismo dominuiva l’orario di lavoro aboliva la festività del primo maggio, anticipandola al 21 aprile, Natale di Roma. L’esaltazione del nazionalismo che celebrava in una data fittizia la nascita della capitale d’Italia era cosí conciliata con la festa del lavoro. Gli antifascisti approfittavano del primo maggio per sottolienarne in silenzio e in forme diverse non solo il suo originario valore socialista, ma anche il suo carattere antifascista. Solo nel 1945 il primo maggio venne ripristinato nella sua versione originaria. E purtroppo macchiata dal sangue di Portella della Ginestra, località in provincia di Palermo, due anni dopo, dove Salvatore Giuliano e la sua banda (su ordine di chi?) spararono sui lavoratori procurando undici morti e cinquanata feriti. Da allora l’accenno a Portella nei successivi primi maggio divenne d’obbligo.

Da qualche tempo la festa del lavoro viene celebrata con grandi concerti. Da vent’anni non assume più il suo valore puramente rivendicativo, esaltando solo quello celebrativo. Oggi dobbiamo rivendicarne il significato primo, intendendola come festa del lavoro, e soprattutto come festa per il lavoro. In Italia quasi il 50 per cento dei giovani è senza occupazione. Una parte cospicua delle nuove generazioni sono costrette a espatriare per vivere. I vincoli europei, il prevalere della finanza, la crisi della politica hanno creato un presente in cui il debito pubblico continua ad alzarsi, mentre lo sviluppo stenta e l’occupazione non aumenta. C’è tanto da fare, ancora, per affermare quegli ideali di solidarietà che animarono l’inizio di un grande movimento ottocentesco, che ha combattuto lungo il secolo ventesimo, e che oggi deve rialzare con orgoglio le sue insegne. La lotta per il lavoro è un grande obiettivo politico socialista. Nel mondo, in Europa, soprattutto in Italia.

Casa e mutuo: i banchieri sono anche giudici

Casa-Tasse-mutui

Sembra ieri che Ernesto Calindri recitava per la Cynar la sua pubblicità su carosello: “contro il logorio della vita moderna” – esclamava, seduto a un tavolo di un bar in mezzo al traffico convulso della modernità. Chi lo avrebbe detto che solo qualche anno dopo ci sarebbe voluta pari quantità di Xanax per ottenere lo stesso effetto promesso dal Cynar?! Oggi dobbiamo ringraziare davvero questi farmaci di ultima generazione se vogliamo superare le sollecitazioni che abbiamo durante il trascorre delle ore! Una notizia corre dietro l’altra, come a rincorrersi, e in mezzo a tutte queste sollecitazioni non riusciamo più a capire dov’è la fregatura. Mi riferisco a quei decreti governativi onnicomprensivi, nei quali dentro trovi di tutto: dal contributo alla parrocchia fino alla defiscalizzazione dell’aeroplano. Solo che questa volta magari fosse il Falcon 50 ad essere nascosto nelle pieghe dei vantaggi che si concedono a pochi eletti! In questo caso che mi appresto a raccontare la cosa è di una gravità assoluta; credo che sia talmente sfacciata che non trovi d’accordo neanche le lobby bancarie. Che è successo? E’ successo che nella nuova normativa dei mutui casa appena varata in Europa viene concesso agli istituti di credito l’automatismo in base al quale dopo 18 rate non pagate la banca si sostituisce all’ufficiale giudiziario e addirittura allo stesso giudice inquisitore. Giunge a casa tua e può cacciarti a pedate nel sedere! Questa è la giustizia amministrativa “fai da te”! Mi auguro non contagi anche quella penale altrimenti, come succede negli Stati Uniti, il primo distratto che entra in casa di sconosciuti si prende una pallottola in testa solo perché la normativa in vigore lo prevede. Tutto ciò è abbastanza raccapricciante, non vi pare!? Qui non è in gioco la contestazione – sette mesi, piuttosto che i diciotto – è assolutamente incivile il principio: il medioevo non è alle nostre spalle, ma nel futuro già presente! Le banche dicono di essere delle aziende private, come in effetti sono, quindi è giusto che facciano profitti. Quello che contesto decisamente è l’assurdità del privilegio che gli è stato concesso. A pensarci bene, la stessa cosa potrebbero reclamarla i concessionari di auto che, invece, per rientrare in possesso di una macchina non pagata aspettano tanto di quel tempo che quando ci riescono la portano direttamente dallo sfascia carrozze! Lo stesso dicasi per chi produce lavatrici e televisioni, così come il telefonino di ultima generazione che si compra solo a rate. Vuoi che il centro apple sotto casa alla prima scadenza non onorata non ti porti via l’I-Phone appena preso?! A volte, quando si fanno delle “cretinate” bisogna avere il buon senso di tornare indietro prima che sia troppo tardi! Stiamo legittimando una giustizia “fai da te”. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la libertà delle nostre democrazie, cioè con quei principi democratici e liberali che pretendiamo di esportare a tutti i costi in quei Paesi che, a giudicare da come concretamente siano applicate da noi, si capisce per quali ragioni continuino a rifiutarle.

Angelo Santoro

Cresce l’influenza di Verdini sulla maggioranza

Renzi Verdini

Roma come laboratorio politico per le future alleanze o per nuove maggioranze a livello nazionale? Difficile da dirsi, l’unica certezza è che quanto successo nella capitale sta scuotendo fortemente il centro destra e di conseguenza il centro sinistra non resta a guardare. Venerdì il Pd ha incontrato a Roma, alla Camera, il gruppo di Ala. Quello dei verdiniani. “Oggi non abbiamo parlato dei singoli provvedimenti – ha assicurato Verdini – quindi, non abbiamo discusso di prescrizione. Se volete un mio giudizio sul tema – ha aggiunto – dico che hanno ragione tutti. Ha ragione chi vuole la prescrizione lunga e chi vuole un processo breve. Si mettano d’accordo. Non si può essere sotto processo tutta una vita, non si può far cadere reati in prescrizione, ma ci dovrebbe essere una riflessione. Le responsabilità sono di molti, non soltanto dei termini di prescrizione. Dipende anche da come funziona la giustizia, ci sono tante cose. Ma siccome io sono un imputato, non posso parlare di giustizia, mi difendo nei Tribunali”.

Ma è proprio Denis, a fine riunione, a spiegare il senso dell’incontro: “Fino ad ora ancora non c’era stato un incontro tra i gruppi dei due partiti. Abbiamo deciso il metodo, una concertazione, per andare avanti nella legislatura”. A proposito di metodo, prosegue: “Serve dialogo perché altrimenti ci troviamo in difficoltà. Il nostro gruppo è nato per sostenere le riforme e ha votato a favore anche di altri provvedimenti: vorremmo conoscere prima i provvedimenti che vengono in Aula”. Richiesta accolta dai vertici del Pd. Dice Ettore Rosato: “Sui provvedimenti importanti ci saranno consultazioni anche con loro. Su questo per noi non ci sono problemi. Del resto compito di una maggioranza è cercare sempre più voti”.

Dalla minoranza il senatore PD, Federico Fornaro parla di clamoroso autogoal. “L’incontro ufficiale con Verdini e il suo gruppo in cui è stata decisa una consultazione permanente tra il PD e ALA sui prossimi passaggi parlamentari rappresenta un clamoroso autogoal, oltre a essere un errore politico. A poco più di un mese dalle elezioni amministrative nelle grandi città, rilanciare pubblicamente il dialogo con Verdini significa magari guadagnare qualche voto per le comunali di Napoli ma perderne alla grande nel resto d’Italia.
Come dicevano un tempo gli esperti delle campagne elettorali: bisogna stare attenti perché a volte per conquistare qualche voto al minuto si rischia di perderli all’ingrosso”.

Ma un certo imbarazzo in casa Dem c’è, proprio a seguito delle richieste di alcuni senatori verdiniani – specie campani – di un vero accordo politico con il Pd, anche in vista delle amministrative. Uno scenario che ha fatto insorgere la minoranza del Pd mentre M5s afferma di considerare il gruppo di Denis Verdini già nella maggioranza. Insomma finora i verdiniani hanno votato molti provvedimenti della maggioranza, ma ora vogliono partecipare agli incontri in cui si valutano insieme gli emendamenti e le leggi da votare. Quando era ancora vivo il Patto del Nazareno e si votava in commissione alla Camera il ddl Renzi-Boschi per Forza Italia agli incontri partecipava Massimo Parisi, verdiniano ora in Ala. Il modello che i verdiniani propongono ora al Pd sembra essere quello.

Una giornata convulsa in cui Renzi ha parlato anche di legge elettorale. “Di fronte a un centrodestra frastagliato e mobile, di fronte allo ‘spettro’ della stallo spagnolo con il ritorno alle urne per la seconda volta in pochi mesi”, Matteo Renzi ribadisce la sua ‘professione di fede’. E assicura che le elezioni politiche arriveranno nel febbraio 2018 a fare chiarezza dopo gli anni delle larghe intese parlamentari, grazie alla “rivoluzione spaziale” dell’Italicum, che “darà all’Italia un vincitore”. Un messaggio rassicurante per gli elettori Dem, alla vigilia di appuntamenti importanti: il progetto non è un “grande polo di centro” con dentro tutti. Ma anche, sostengono fonti parlamentari, un modo per avvertire chi – minoranza Pd da un lato e verdiniani dall’altro – fa pressione perché quella legge elettorale cambi. Ma l’Italicum, affermano i renziani, farà chiarezza: il Pd correrà da solo (senza, assicurano, né Ncd né Ala) e da solo potrà vincere, “sconfiggendo i populismi”. Uno scenario che ricorda quanto successo nel 2006. Anche se con condizioni del tutto diverse: diversa le legge elettorale, diversi i protagonisti, ma la stessa strategia. Quella dell’autosufficienza, con cui Veltroni perse le elezioni e azzoppò il centrosinistra.

Ginevra Matiz

PIÙ LAVORO PER TUTTI

jobs actArriva la prima buona boccata d’aria sul fronte lavorativo. A certificarlo è l’Istituto di Statistica italiano che certifica che il tasso di disoccupazione a marzo è sceso all’11,4%, il livello più basso dal 2012. Dopo il calo di febbraio (-0,4%, pari a -87 mila), a marzo la stima degli occupati sale dello 0,4% (+90 mila persone occupate), tornando così ai livelli di gennaio. Ma il brindisi italiano riguarda soprattutto il tallone d’Achille dell’economia italiana degli ultimi decenni, ovvero la disoccupazione giovanile. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), questa si è attestata al 36,7%, -1,5% sul mese precedente e 5,4 punti sull’anno. Anche qui si tratta del livello più basso dal 2012. Scende poi anche la stima degli inattivi nella fascia lavorativa dei 15-64 anni , scesi dello 0,3% (-36 mila). Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo gennaio-marzo 2016 si registra un calo dei disoccupati (-0,5%, pari a -15 mila) e degli inattivi (-0,3%, pari a -43 mila).

L’aumento dell’occupazione riguarda sia i dipendenti (+42 mila i permanenti e +34 mila quelli a termine) sia gli indipendenti (+14 mila). Lo rileva l’Istat, spiegando che a marzo si è toccata quota 22.578.000 occupati (+1,2% su marzo 2015, +0,4% su febbraio). Il tasso di occupazione è risalito al 56,7% con un aumento di 0,2 punti su febbraio e di 0,9 punti su marzo 2015.

A marzo i lavoratori dipendenti sono cresciuti di 75.000 unità su febbraio e di 295.000 su marzo 2015, mentre gli occupati in generale sono cresciuti di 90.000 unità sul mese e di 263.000 sull’anno. Grazie agli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, nonostante la forte riduzione del vantaggio a partire dal 2016, gli occupati ‘permanenti’ sono cresciuti di 42.000 unità sul mese e di 280.000 sull’anno. Gli occupati a termine sono aumentati di 34.000 unità sul mese e di appena 15.000 sull’anno.
Dopo i dati registrati l’Esecutivo plaude sugli ultimi dati Istat, in prima fila il segretario del Pd e Presidente del Consiglio, Matteo Renzi seguito dal responsabile Economia dem, Filippo Taddei, entrambi convengono sui buoni effetti del Jobs Act. A fare da contraltare ci pensa ancora una volta il segretario della Cgil, Susanna Camusso, per la quale “è stancante ed inutile commentare i numeri” diffusi periodicamente dall’Istat sull’occupazione italiana, perché assomiglia “a gara a commentare prefissi telefonici senza invece misurarsi con il fatto che non sta cambiando nulla di strutturale”.

Come sempre una buona notizia ne porta subito un’altra. Dopo mesi di “scaramucce”, attacchi e contrattacchi la Commissione europea apre finalmente all’Italia. Sulle riforme, sull’attuazione delle raccomandazioniUe, sulla flessibilità ed anche sulla complessa partita del ricalcolo dell’output gap, chiesto ufficialmente insieme ad altri 7 Stati membri. Oggi il vicepresidente del governo Ue, Valdis Dombrovskis, non ha nascosto la disponibilità al dialogo e al confronto, lasciando trapelare – almeno su alcune questioni chiave – una certa comprensione delle ragioni portate avanti da Roma a Bruxelles. Trarre ora conclusioni sul giudizio europeo sulla politica economica e sulla legge di stabilità italiane è “prematuro”, in vista del giudizio che arriverà a maggio, anche perché l’Italia deve ancora rispondere a molti rilievi della Commissione e deve fare i conti con un debito secondo solo a quello della Grecia, ma la semina portata avanti in questi mesi da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan sembra cominciare a dare qualche frutto.
In visita a Roma nell’ambito dei normali scambi del semestre europeo, Dombrovskis ha incontrato il ministro dell’Economia prima e il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, poi, cogliendo anche l’occasione per un’audizione a Commissioni riunite in Parlamento. In tutte le occasioni, il vicepresidente ha sottolineato la giusta direzione intrapresa dall’Italia con le riforme, e ha infatti sottolineato che “è importante che l’Italia continui con politiche ambiziose e rispetti l’agenda. Lo sforzo del governo deve continuare”, ha evidenziato, lodando Roma anche per il rispetto di molte delle raccomandazioni Ue. Anche se in questo l’Italia supera la media europea, qualche puntualizzazione è comunque arrivata. Se infatti il governo ha investito molto sullo snellimento delle procedure burocratiche, sulla riforma del mercato del lavoro e del credito e sulla semplificazione del processo legislativo, nulla è stato fatto invece sul versante fiscale. La raccomandazione Ue di spostare il carico delle tasse dal lavoro ai consumi e alla proprietà è stata totalmente disattesa ed è anzi andata in direzione opposta.
Allo stesso tempo, l’Italia continua ad essere uno dei Paesi più indebitati in Europa e per questo il rispetto della regola del debito è per Roma doppiamente importante. L’aver alzato l’asticella del deficit e l’aver posticipato il raggiungimento del pareggio di bilancio è qualcosa che la Commissione dovrà quindi valutare attentamente, ha spiegato Dombrovskis che a spanne ha indicato anche le nuove stime Ue sul deficit italiano
2016, probabilmente al 2,4% contro il 2,3% contenuto nel Def.
Anche se l’ultima parola dovrebbe arrivare il mese prossimo, ci sono buone speranze per l’Italia e sembra che a “spingere” sulla richiesta di flessibilità sia ancora una volta la questione migranti e soprattutto quella dei rifugiati.  Buone possibilità anche sull’output gap: “siamo disponibili e valutare e, ove necessario, ad adattare la metodologia”, ha spiegato, sottolineando però che se alcuni Paesi remano per una revisione dei meccanismi, altrettanti hanno opinioni contrapposte.

Redazione Avanti!

Le ragioni del mio impegno

Ho sempre rifiutato candidature politiche. In passato, quando segretario del Psi era Francesco De Martino (quindi molto prima dell’era Craxi), e ancora pochi anni fa, ben due partiti, uno di opposizione e l’altro della maggioranza, mi hanno messo sul piatto una candidatura per la Camera dei deputati . Ho sempre detto “no” , non certo per snobismo o per un rifiuto di ogni contaminazione con la politica e con i partiti. Io continuo a credere nelle forze politiche (sia quelle storiche, che quelle emergenti) perché costituiscono le colonne d’Ercole del nostro sistema costituzionale. La democrazia, diceva Pietro Nenni, “non si esercita fuori dei partiti” che, nonostante i tanti scandali, continuano a rappresentare i canali più autentici per una partecipazione reale dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Si può discutere molto su questo perché, da Tangentopoli in poi, costituisce un tema oggetto di analisi, ma è anche un alibi strumentale per chi persegue obiettivi autoritari, anche utilizzando e/o “forzando” gli strumenti della legalità. Non esiste alcuna democrazia telematica, come ci vogliono far credere i grillini , né i rappresentanti del popolo possono essere robot teleguidati da Grillo e da Casaleggio (un genio dell’informatica , ma che aveva una concezione della democrazia e del pluralismo molto discutibile, a giudicare dell’altissimo numero di espulsioni di parlamentari, consiglieri comunali e dirigenti del M5Stelle ).

Naturalmente questo non significa che la Rete e gli altri sistemi e strumenti, offerti dalle nuove tecnologie, non possono aiutare a sviluppare la comunicazione, la conoscenza e quindi l’interscambio di opinioni, critiche, proposte (non insulti, però) tra cittadini, tra elettori, tra questi ultimi e gli eletti. Ma, ovviamente, le tecnologie informatiche non possono e non devono sostituire totalmente quello che un tempo si definiva “il rapporto umano “, così giustamente valorizzato dai nostri padri socialisti. Qualcuno ancora si ricorderà, quando i candidati giravano l’Italia, in lungo e in largo, per migliaia di chilometri, arrivando anche nei minuscoli borghi di montagna per poter parlare a piccoli gruppi di elettori . “Sudore e sangue”, si diceva, perché spesso qualcuno ci rimetteva la vita per la fatica, a causa di incidenti o per improvvisi malori. Ho conosciuto anch’io molti anziani parlamentari socialisti che, in auto o in treno, si sobbarcavano questa fatica. Lo facevano volentieri, con grande passione, perché il contatto “diretto” elettori-eletti soddisfaceva entrambi. Poi le varie riforme elettorali e l’abolizione del voto di preferenza hanno fatto cambiare tutto. E la comunicazione informatica e digitale ha favorito il resto.

Ora, soprattutto con le elezioni amministrative, si ritorna un po’ al passato, senza però l’eccessiva fatica di un tempo.

Ho accettato di fare il capolista di “Una rosa per Roma” perché, come giornalista e analista politico, ho sempre rifuggito dall’impegno diretto. Perché solo ora? Penso che ci sia una fase della vita in cui non si può continuare a indignarsi, a protestare, criticare o limitarsi a fare proposte, che quasi sempre non sono tenute in alcuna considerazione. Mi sento, con l’esperienza politica, culturale e di vita, di poter contribuire, con onestà e competenza, a partecipare, con idee e programmi, alla elaborazione di politiche innovative pubbliche .

Sarei lieto anche di poter partecipare a un processo di formazione di una nuova classe dirigente, di cui Roma ha bisogno come il pane. Quando Francesco Rutelli, nei suoi incontri sul futuro di Roma, propose l’obiettivo di “100 uomini e donne per amministrare la capitale”, gli ho replicato che forse si doveva puntare all’obiettivo di una generazione nuova di amministratori di almeno un migliaio di rappresentanti espressi dalla società civile (architetti, ingegneri, medici, urbanisti, avvocati, ambientalisti, ecc.), oltre a un nucleo selezionato di esperti di amministrazioni pubbliche. Lui ha condiviso.

Ora abbiamo dato vita a una lista civica, socialista e laica, che sosterrà il candidato sindaco Roberto Giachetti. Non è stata una scelta facile. Inizialmente la lista doveva comprendere anche radicali, cattolici democratici, oltre a socialisti e ad altri laici. Poi però gli amici radicali, su sollecitazione di una parte del loro partito, hanno deciso di fare una loro lista. Con amarezza e dispiacere, ma senza polemiche, abbiamo pensato di dar vita a una lista aperta, “Una rosa per Roma”, che comprende, oltre ai socialisti, liberali, repubblicani, cattolici democratici, altri laici ed anche tutti quei radicali che hanno condiviso con noi, sin dall’inizio, la scelta unitaria. Sarà questa l’unica lista autenticamente laica di Roma, non legata strettamente a un solo partito, con un programma costruito anche con le proposte dei cittadini e in particolare dei giovani che si sono impegnati molto nelle ultime settimane per raccogliere idee, proposte, umori, denunce e critiche sulle vecchie gestioni del Campidoglio.

C’è molto da dire e lo faremo su questo giornale (e anche su altri ) perché noi vogliamo essere il più possibile trasparenti, valorizzando tutte le voci e le proposte di riforma del sistema di governo di Roma Capitale e dei municipi, che ci proponiamo di trasformare in Comuni Urbani (componenti della città metropolitana), con autonomia amministrativa, bilanci partecipati, favorendo la massima partecipazione dei cittadini. Non sarà facile amministrare Roma, con le pesanti eredità delle passate amministrazioni, marcate non solo dalla vergogna di “Mafia Capitale”, ma, per ultimo, dalla incompetenza e dagli errori commessi da un chirurgo marziano, naufragato in un mare di scontrini.

Aldo Forbice

Facebook, i fake e il reato
di sostituzione di persona

FakeCon l’insorgere di nuove abitudini telematiche si vanno a creare, inevitabilmente, nuovi reati che necessitano di regolamentazioni. È di questi giorni la notizia secondo cui il Garante della Privacy  avrebbe chiesto a Facebook di bloccare tutti i fake (i profili fasulli) per tutelare gli utenti. Inoltre, sarebbe stata inoltrata anche la richiesta di fornire informazioni più chiare sul trattamento dei dati personali.

È facilmente intuibile che, secondo il Garante della Privacy, il blocco dei fake potrebbe ridurre i furti d’identità. La presa di posizione è giunta a seguito di una disavventura avvenuta ad un cittadino italiano, il quale avrebbe ricevuto minacce di estorsione tramite un profilo Facebook, che inoltre era divenuto un clone del suo stesso profilo, con tanto di fotografie della vittima. La persona che si celava dietro a questa operazione avrebbe anche creato dei fotomontaggi offensivi.

Il Garante della Privacy, accogliendo la richiesta dell’utente danneggiato, ha chiesto di ottenere tutti i dati necessari inerenti al profilo fasullo. Tenuto a rispettare le regolamentazioni italiane, Facebook Italy potrebbe dunque trovarsi a dover rivedere le proprie policy, al fine di limitare la creazione dei profili fasulli.

Il sesso privilegiato dai fake è il femminile. Una ricerca della Northeasttern University

Il sesso privilegiato dai fake è il femminile. (Da una ricerca della Northeasttern University)

Il furto di identità non è una novità: con il crescere degli utenti sono aumentati anche i fake che, spesso, per sembrare realistici presentano fotografie rubate da profili reali. Al fine di difendere la propria identità, è importante tenere in considerazione che una sentenza del Tribunale di Roma ha stabilito che le fotografie pubblicate sul social network non comportano “la cessione integrale a Facebook dei diritti fotografici spettanti all’utente”, bensì concedono una “licenza non esclusiva, trasferibile, per l’utilizzo di qualsiasi contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook, valida finché il contenuto è presente sul social network” (Di Blasio, 2015 – Foto pubblicate su facebook: di chi sono i diritti di sfruttamento economico?).

Ciò nonostante, la creazione di un fake di per sé non è un reato, a meno che questo non venga utilizzato per molestare altre persone e questo è stato decretato da una sentenza del 2015 della Cassazione, la quale ha condannato una donna che aveva utilizzato un profilo fasullo per compiere molestie. Secondo i recenti sviluppi, la forte posizione del Garante della Privacy sull’utilizzo delle foto e dei dati altrui, andrebbe a confermare quanto disponeva quella sentenza della Cassazione del 2015, la quale decretava, inoltre che la sostituzione di persona su Facebook è reato.

Secondo le stime indicate da Facebook nel marzo del 2015, i profili fasulli sarebbero oltre 170 milioni (Parsons, 2015 – Facebook’s War Continues Against Fake Profiles and Bots – Huffington Post). Molti di questi profili fasulli vengono utilizzati per prendere parte ai programmi di “scambio likes” sulle pagine fan, ed è per questo motivo che Facebook ha cominciato a rimuovere i like degli utenti non attivi, declassando nella ricerca le pagine coinvolte. Per evitare i furti d’identità ed i reati compiuti con profili fasulli però, Facebook sembra non avere un piano d’azione, anche se potrebbero essere d’aiuto gli algoritmi in grado di identificare i doppioni delle fotografie, simili a quello presente su Google dedicato alla ricerca delle immagini uguali o similari.

Alessia Malachiti

Germania “potenza di centro”
e il futuro dell’Europa

La Germania è nata in ritardo come Stato nazionale; sin dalla sua origine, essa si è trovata ad essere portatrice della “sindrome dell’accerchiamento”, dovuta al fatto che, nonostante fosse dotata di un proprio potenziale economico e culturale, si trovava collocata all’interno di un mondo già da molto tempo diviso tra le vecchie potenze coloniali. Queste, sin dal primo momento, hanno mal sopportato le pretese avanzate dalla potenza ultima arrivata. Le rivendicazioni tedesche hanno così incrinato l’equilibrio di potenza costruito nel corso dei decenni precedenti, soprattutto ad opera dell’Inghilterra e dalla Francia. Di qui, il tratto oggettivamente aggressivo attribuito alla politica estera tedesca dopo la proclamazione del Reich nel 1871; tratto conservato negli anni successivi e giunto alla nemesi storica nel 1945.

La consacrazione di potenza geopolitica della Germania è avvenuta pochi anni dopo l’unificazione, compiutasi nell’estate del 1878, quando è stato convocato a Berlino, sotto la direzione di Otto von Bismarck, il congresso delle potenze europee per disinnescare le cause del conflitto scoppiato tra Russia e Impero ottomano. Nel corso del congresso, Bismarck è riuscito a ridimensionare le pretese russe e ad affermare il ruolo di grande potenza della Germania, assicurando il prolungamento del periodo di pace, iniziato in Europa con il Congresso di Vienna, ma inducendo la Germania a scoprirsi “potenza di centro” che, nelle intenzioni del “Cancelliere di ferro”, implicava un’egemonia tedesca in Europa costruita, come afferma Gian Enrico Rusconi, nella forma di un’“egemonia vulnerabile”, in virtù di una sua presunta fragilità e debolezza.

Inizia così, dopo il 1878, il fatale cammino della Germania, che la porterà alla catastrofe della prima guerra mondiale e, successivamente, anche della seconda. Con questi due conflitti, e la successiva risistemazione del secondo dopoguerra, è stato sconvolto irreversibilmente il precedente equilibrio di potenza tra i vecchi Stati europei, rendendo irrilevante la dimensione geopolitica della «posizione di centro» tedesca. Soltanto dopo la caduta del muro di Berlino e la riunificazione tedesca, seguita dall’allargamento dell’Unione europea verso Est, la questione della Germania “potenza di centro” è tornata ad essere attuale.

Nel 2015, in occasione della celebrazione del bicentenario della nascita di Bismarck, afferma Rusconi, a Berlino si è avuto “un risveglio di interesse per i grandi paradigmi geopolitici”; tale risveglio ha spinto “la Germania di oggi a riprendere consapevolmente e in modo nuovo il ruolo di “potenza di centro”. Sebbene il contesto storico e politico della Germania di oggi sia inconfrontabile con la Germania bismarckiana, soprattutto per l’esistenza dell’Unione Europea della quale la Germania è parte, la riacquisita “posizione di centro” l’hanno spinta quasi naturalmente ad esercitare la sua egemonia, dentro e fuori l’Unione, ma anche “oltre i confini del Vecchio Continente”, inducendo i popoli europei a temere che la centralità tedesca finisca col sovrapporsi a quella dell’Unione.

Secondo molti commentatori tedeschi, a causa del ritardo sulla via dell’integrazione politica dell’Europa, la «potenza di centro della Germania» ha teso a confondersi con la «potenza di centro dell’Europa». Sennonché, pur non intendendo sostituirsi all’autorità formale della Unione Europea, di fatto la Germania ha interpretato la sua ritrovata posizione centrale come il presupposto per sancire il suo ruolo politico e la sua funzione supplente dell’Unione. Si è trattato di un salto di qualità, rispetto al potere condizionante che la Germania ha potuto sin qui esercitare nell’ambito meramente economico-monetario.

La prospettiva dell’esercizio di una benevole egemonia tedesca ha però subito un’improvvisa battuta di arresto con l’esplosione del fenomeno della migrazione di massa e della sua apparente ingovernabilità. La politica di accoglienza voluta dalla Cancelliera Angela Merkel non è stata condivisa, non solo in Germania, ma anche e soprattutto dai Paesi membri dell’Unione, i quali hanno negato l’adesione ad una politica migratoria comune. Ciò che era stato possibile evitare durante la crisi economica – osserva Rusconi – si è registrato con la crisi dei flussi migratori.

Berlino, di fronte ai crescenti flussi migratori, ha perso la capacità di svolgere con efficacia il ruolo di orientamento politico, con “contraccolpi sulla sua posizione egemonica costruita negli anni precedenti”, i cui effetti si sono ribaltati immediatamente sulla strategia a livello geopolitico; la perdita del ruolo di orientamento ha messo alla prova anche la “sindrome di Bismarck”, che prefigurava, sia pure in un diverso contesto storico, la possibilità che la Germania potesse “orientare, se non a guidare, l’Europa, nonostante (o proprio per) le sue differenze di interessi, di cultura e di peso geopolitica”.

Nel dibattito in corso viene sviluppato, sulla base dei due processi di unificazione, un parallelismo storico tra situazioni molto diverse: la Germania bismarckiama e quella attuale; quella occorsa con la proclamazione del Reich del 1871 e quella realizzatasi nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino. E’ a partire dalle date citate che è stata configurata per la Germania la posizione di “potenza di centro”; in altri termini, una posizione che le ha consentito di esercitare, sulle base di condizioni diverse, una posizione egemone, dotata però in entrambi i casi di un’intrinseca fragilità; fragilità connessa al fatto che la Germania, indipendentemente dalla sua volontà, ha sofferto, e continua a soffrire, dell’esistenza di alcuni condizioni obiettive che l’hanno spinta, e continuano a spingerla, ad essere riluttante nell’assumersi le responsabilità implicate dall’essere stata, e dell’essere divenuta ancora, potenza egemone.

Infatti, ai tempi di Bismarck, la Germania risultava troppo piccola per esercitare un ruolo egemone in Europa, ma troppo grande perché potesse contribuire a conservare l’equilibrio di potenza esistente; fatto, questo, che ha spinto il “Cancelliere di ferro”, Otto von Bismarck, ad affermare che la Germania doveva convincere il mondo che un’egemonia tedesca in Europa avrebbe potuto agire “in modo più utile, imparziale e meno dannosa per la libertà degli altri che non un’egemonia francese, russa o inglese”.

Come la Germania di Bismarck, quella di Angela Merkel, per via della potenza economica raggiunta, è stata costretta a un esercizio soft del ruolo di potenza egemone, per via del fatto che la forza economica acquisita è fondata su regole immodificabili sottoscritte da tutti i Paesi dell’Unione Europea. Questa situazione di fatto – afferma Rusconi – ha esonerato il governo tedesco dall’assumere l’onere di una responsabilità di leadership che avrebbe potuto condurla a comportamenti più solidali verso i partner in difficoltà. “Se è così, – continua Rusconi – allora la riluttanza tedesca non nasce semplicemente dalla rigidità delle proprie convinzioni di ordine economico-finanziario, ma dall’insicurezza nell’affrontare i rischi politici connessi a un ruolo di autentica leadership europea”. E’ in questo modo che si ripropone oggi la vulnerabilità dell’egemonia tedesca.

I due processi, quello della unificazione del 1871 e quello della riunificazione del 1990, si collocano in contesti europei diversi: nel primo caso, le grandi potenze europee (soprattutto Inghilterra, Francia e Russia) hanno assistito con diffidenza alla politica bismarckiana; mentre, nel secondo caso, la riunificazione tedesca è stata realizzata, oltre che a seguito dell’implosione dell’ex URSS, anche grazie a un’operazione politico-diplomatica “all’interno di una dinamica internazionale ed europea interattiva”, per essere stata promossa e supportata dal “rapporto speciale” che nel frattempo si è instaurato tra la comunità Europea e la Germania. Fatto, questo, che, a parere di Rusconi, avrebbe dovuto fugare ogni motivo di un “’impero inquieto’ di stile bismarckiano o postbismarckiano”.

Perché, allora, la riluttanza della Germania ad assumere una qualche forma di condivisione di responsabilità nella soluzione dei problemi degli altri Paesi dell’Unione, per via di una presunta vulnerabilità della sua benevola egemonia, che avrebbe dovuto svolgere in virtù della sua primazia economica? Od anche, perché, nonostante la natura benevola della sua egemonia, sono crescenti i sentimenti di ostilità di molti Paesi dell’Unione nei confronti della Germania?

Per rispondere agli interrogativi, occorre tenere presente che la mancata integrazione europea in senso federale ha imposto all’Europa un governo delle interdipendenze dei governi degli Stati membri, con cui ciascun Stato ha conservato un residuo di sovranità, soprattutto nel campo della politica fiscale. Ciò, tuttavia, non ha escluso che la Germania potesse esercitare, con “stile assertivo”, una leadership nei momenti cruciali della crisi scoppiata nel 2007/2008 nei confronti dei Paesi membri dell’Unione, attirandosi per questa via l’accusa di volere un’”Europa germanizzata”, anziché una “Germania europeizzata”.

Sarà vero che, come afferma Rusconi, la Germania “non è direttamente responsabile della crisi che ha attanagliato l’Europa”; ma, al di là dell’opinione di molti analisti (ma non solo loro) che essa abbia tratto vantaggio dei “difetti di costruzione” dell’Unione, in generale, e dell’Eurozona in particolare, resta il fatto che, durante gli anni cruciali della crisi, la Germania ha accumulato avanzi della sua bilancia commerciale; questi, anche se al lordo delle perdite in conto capitale per i prestiti concessi ai Paesi destinatari delle sue esportazioni, vengono negati da molti analisti tedeschi, favorevoli all’uscita della Germania dall’euro, i quali affermano che a trarre vantaggio non sarebbe stato il loro Paese, bensì quelli che hanno male amministrato i loro conti pubblici.

Giustamente, Rusconi conclude affermando che, al contrario, malgrado i difetti di costruzione dell’Unione e dell’Eurozona, la Germania “si è sviluppata aumentando gradualmente il divario con altri Stati membri strutturalmente più deboli”. Nonostante ciò, la potente Germania, assurta di nuovo a “potenza di centro”, anziché prestare la necessaria solidarietà ai Paesi in crisi, ha preferito, sia pure in termini assertivi, assegnare loro “compiti a casa”, evitando di assumersi la responsabilità di creare le condizioni all’interno dell’intera Eurozona, come l’esperienza degli accordi di Bretton Woods avrebbero dovuto suggerirle.

In conclusione, malgrado la riacquisita posizione di potenza di centro, non solo sul piano politico, la Germania ha preferito svolgere il ruolo di potenza egemone riluttante, optando egoisticamente per il disimpegno, ammantato di ordoliberismo, che è valso a rendere la Germania, se non proprio responsabile della crisi, certamente a peggiorarla a livello europeo.

Gianfranco Sabattini

Sollecito: “Un cortocircuito giustizia-informazione”

Raffaele Sollecito“Non c’è bisogno di molta immaginazione per capire che la mia vita è stata stravolta. Otto anni di persecuzione giudiziaria, cinque sentenze per addivenire ad una verità. La mia innocenza. Una vita che mi è stata cambiata non dalla notte dell’omicidio della povera Meredith. Quella sera per me non era accaduto nulla. Ero tranquillamente a casa mia. Tutto cambiò invece quando fui arrestato. Ho perso la mia quotidianietà, gli anni di studio all’università, i miei sogni, i miei progetti di vita”.
Così ci risponde Raffaele Sollecito, pugliese, ingegnere informatico, quattro anni di reclusione, poi assolto, per l’omicidio di Meredith Kercher.

Meredith venne assassinata il 1º novembre 2007 a Perugia. Era una studentessa inglese di 22 anni, in Italia nell’ambito del progetto Erasmus e fu ritrovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all’interno della casa che condivideva con altri studenti. Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva con rito abbreviato il cittadino ivoriano Rudy Guede. Il processo ha avuto un iter giudiziario particolarmente travagliato. In primo grado, come concorrenti nell’omicidio, furono condannati dalla Corte d’Assise di Perugia nel 2009 anche la statunitense Amanda Knox, e l’italiano Raffaele Sollecito. I presunti coautori del delitto furono successivamente assolti e scarcerati dalla Corte d’Assise d’appello nel 2011 per non avere commesso il fatto.

Che opinione ha della magistratura italiana e della giustizia italiana. Cosa

Meredith Kercher

Meredith Kercher

pensa delle indagini e del processo a suo carico?
La giustizia in Italia crea non pochi problemi. Io ad esempio sono stato letteralmente preso di mira dagli inquirenti da subito. Hanno fatto indagini frettolose ed errate. Poi anche alla luce delle palesi amnesie investigative, hanno continuato in tutti i modi a cercare di dimostrare il loro teorema in mondovisione. Una sete di conclusione a tutti i costi. Trovare immediatamente un capro espiatorio per affermare che lo Stato c’era. La cosa più assurda fu la conferenza stampa indetta dal questore di Perugia a poche ore dall’accaduto, con indagini ancora in corso. In quella circostanza il questore affermò: “Abbiamo i colpevoli”. Raffalele Sollecito, Amanda Knox e Patrick Lumumba, tre innocenti. Un omicidio, secondo il Questore, avvenuto al termine di un’orgia andata male. Solo fantasie. Meredith è morta per mano di un solo uomo al termine di un furto andato male. Ripeto ad indagini aperte andando oltre il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Per loro io ero colpevole. Fumavo erba e bevevo alcol e avevo una sudditanza psicologica nei confronti di Amanda. Questo bastava per essere colpevole. Ecco queste falsità hanno stravolto la mia identità agli occhi degli italiani che prima non conoscevano nulla di me.

Dicevamo quattro anni di reclusione; dove, in quale carcere e in che condizione viveva?
Sono stato recluso dapprima nel carcere di Perugia e successivamente in quelli di Terni e Montorio Veronese. Appena arrestato fui sottoposto immediatamente al regime di isolamento per evitare che nei miei conforti ci potessero essere ripercussioni da parte di altri detenuti, poiché ero accusato di un omicidio di una donna. Ancor peggio, secondo la procura, a seguito di un orgia andata male.

Cioè lo Stato ti isola, perché conscio di non poterti eventualmente proteggere da altri detenuti.
Continuo a pensare a distanza di anni che il carcere di per sé non serve a nulla. Il carcere è una discarica sociale dove si viene abbandonati. Una scuola del crimine che genera crimine e violenza. Il carcere è così da sempre perché l’opinione pubblica e di riflesso la politica rifiuta di approfondire le difficoltà dei detenuti. Il sovraffollamento è una piaga. In una cella non hai la tua privacy, non puoi studiare, leggere ad alta voce ecc. E crea spesso di squilibri psicologici. Di notte specialmente si sentono centinaia di urla di uomini psicologicamente sfiniti. Tentati suicidi, aggressioni insomma un mondo che non auspico a nessuno. Sul tema sono d’accordo con Gherardo Colombo quando afferma che la maggioranza dei detenuti in italia non ha una pericolosità sociale e quindi il carcere è superfluo. Andrebbero dimezzate le misure cautelari e la detenzione alternativa al carcere.

Quanto rimase in isolamento?
Ben 6 mesi. Chiesi mediante i miei avvocati immediatamente la revoca di quella restrizione perché mi accorsi che stavo perdendo capacità cognitive. Preferivo assumermi i miei rischi venendo a contatto con altri detenuti pur di non rimanere in una condizione di solitudine.

È stato mai vittima di atti intimidatori in carcere da parte di altri detenuti?
Fortunatamente no. Però solo chi è stato in quei luoghi può percepire alcune regole non scritte. Inevitabilmente la vita in carcere divide e non unisce. Si creano gruppi contrapposti. Comandano sempre i gruppi che fanno parte di varie associazioni a delinquere di stampo mafioso. Se non vai a genio a loro sono guai. Se loro decidono che sei un “infame” allora potresti passare dei guai. Ma ripeto è difficile da spiegare se non si è mai vissuto il carcere.

Come trascorreva il tempo e cosa pensava?
Pensavo a tante cose. Ai miei affetti, alle tante menzogne raccontate sul mio conto, alla mia reputazione rovinata. Per me era motivo di forza aspettare la telefonata della mia famiglia, come da regolamento per dieci minuti ogni settimana. Poi ho cominciato ad impegnare il mio tempo studiando e facendo un corso di pittura. Anche il corso di pittura a volte era faticoso svolgere a causa di un laboratorio piccolo quasi quanto una cella. Angusto e poco luminoso.

La cosa che più l’ha segnata di questa vicenda?
Non sapere cosa sarebbe stato della mia vita. Finire i miei giorni in carcere per un delitto che non avevo commesso. Pensare alle sofferenze che questo errore giudiziario stava provocando alla mia famiglia, ai miei amici a chi ha sempre creduto nei miei valori e nel mio modo di essere.

Anche se per legge 516 mila euro è il massimo della somma che puo richiedere, pensa che bastino a ripagare il torto subito?
Non c’è cifra che mi possa ripagare di quello che ho sofferto. Ma non nego che il denaro mi necessita. Serve alla mia famiglia che ha consumato per le spese processuali (spese legali, consulenze, trasporti, etc) un milione e trecento mila euro. In questi anni abbiamo venduto due appartamenti di nostra proprietà. Ecco, quello economico è uno dei tanti problemi che mi ha causato questa vicenda.

Il dato di fondo è che la giustizia spesso è di ‘classe’, costosa e piena di pregiudizi. Ci diceva delle esose spese legali, ma ha avuto buoni avvocati. Pensa che questo abbia avuto un peso? Un immigrato irregolare o una persona poco facoltosa sarebbe stato assolto?
Ringrazio i miei avvocati, ma non credo che aver avuto la possibilità economica per pagare buoni avvocati sia stato un vantaggio. Le persone agiate non hanno un vantaggio innanzi alla giustizia. Le persone in generale, siano esse immigrati e di qualunque razza, invece sono e saranno fortunate quando giudicate in modo equo. Il punto vero è il cortocircuito della giustizia. Le procure giustizialiste per natura, passano notizie a quotidiani di cronaca che soddisfano la sete di vendetta di una opinione pubblica giustizialista, che vuole il mostro in prima pagina. Io penso che la prima cosa bisognerebbe consentire ai giornalisti di cronaca di accedere alle notizie di reato e agli atti al termine delle indagini senza il consenso delle Procure, in modo da evitare una presa di posizione marcata del giornalista. Poi aggiungo al di là degli avvocati che ti difendono la differenza la fanno i giudici. I giudici che hanno voglia di approfondire i casi e quelli che già pregiudizialmente ti condannano per una propria opinione personale.

Cosa dice a quelle persone che ancora la osservano con disappunto?
Dico di informarsi o meglio ancora di leggere le carte processuali. Se non lo fanno per disinteresse, ma nello stesso tempo continuando a accusarmi, pazienza vorrà dire che neanche a me interessa il loro giudizio.

Progetti per il futuro?
Come prima cosa sto promuovendo il mio libro, grazie al quale racconto la mia storia di mala giustizia. Un modo per far capire come la giustizia in Italia spesso fallisca nella speranza che certe cose non accadano più. Come progetti di vita tra qualche settimana presenterò il mio portale: beonmemories.com, che spero potrà diventare un lavoro solido e di prospettiva per il mio futuro.

Luigi Iorio

Migranti. Vienna, nuovo giro di vite. La SPÖ in crisi

Werner Faymann

Werner Faymann

In Austria c’è stato un terremoto che non ha fatto neppure una vittima e non ha fatto cadere neppure un pezzetto di intonaco, però ha fatto tremare, e forte, i Palazzi del potere politico e ha fatto salire la febbre nel partito socialdemocratico. Il sisma si chiama Norbert Hofer, esponente del Partito della Libertà (Fpö), della destra estrema, che al primo turno delle elezioni presidenziali domenica scorsa, ha agevolmente battuto tutti i concorrenti conquistando oltre il 35% dei voti. Una sberla epocale per socialisti (SPÖ) e popolari (ÖVP), che si sono fermati poco sopra il 10% con i rispettivi candidati. SPÖ e ÖVP, a turno hanno governato il Paese dal dopoguerra fino al 2006 quando sono stati costretti a dare vita a un primo governo di coalizione (2006), a guida socialdemocratica cui ha fatto seguito dal 2008, un bis con il cancelliere Werner Faymann tuttora in carica.

Ovviamente c’è da ricordare che si tratta solo del primo turno di un’elezione presidenziale, che il Presidente austriaco ha un ruolo essenzialmente di rappresentanza, inferiore anche a quello del nostro Presidente della Repubblica, un po’ come avviene in Germania dove è il Cancelliere ad avere davvero in mano le redini del potere. Ciò nondimeno è la prima volta che l’opposizione conquista la carica e soprattutto è la prima volta che l’esponente di un partito radicale di destra, antieuropeo e dai tratti nazionalisti e xenofobi, arriva a conquistare le simpatie di oltre un terzo dell’elettorato, tra l’altro smentendo alla grande i sondaggi (davano i tre candidati praticamente alla pari).

Il 22 maggio la sfida sarà tra Hofer e il ‘verde’ Alexander van der Bellen che si è piazzato al secondo posto con il 20% circa dei voti, 15 punti sotto. È possibile che l’elettorato progressista e, in parte, quello conservatore assieme alla fetta consistente di chi ha votato per il candidato indipendente Irmgard Griss (quasi il 19% delle preferenze), converga sul ‘verde’ van der Bellen, dando vita a quella che in Francia è conosciuta come ‘alleanza repubblicana’, una sorta di diga che fino a oggi ha funzionato per impedire alla destra estrema di salire al potere. È possibile, ma tutt’altro che scontato.

L’elettorato ha dimostrato di essere estremamente sensibile alla campagna propagandistica della destra tutta incentrata sulla presunta difesa dei valori nazionali da una sorta di invasione imminente di profughi per la gran parte di religione islamica. Vienna insomma correrebbe ancora una volta il pericolo di essere conquistata dai turchi e sarebbe chiamata a fare da argine alla barbarie salvando tutta l’Europa cattolica come avvenne alla fine del ‘600.

I due partiti storici non solo hanno mancato di dare una risposta razionale a questa propaganda, ma l’hanno rincorsa, credendo così di arginare la slavina elettorale e finendo invece per pagare un prezzo altissimo. Hanno dimenticato che l’elettorato non sceglie mai una copia e preferisce l’originale di un’idea forte, per quanto sbagliata possa essere.
“Socialisti e popolari – scrive Gerhard Mumelter, su Internazionale – pagano il prezzo di aver rincorso la demagogia della destra sull’immigrazione”. Per questo oggi sono nell’angolo e sono chiamati a fare scelte dolorosissime.

Norbert Hofer. Nella sua propaganda elettorale il richiamo nazionalista alla bamndiera

Norbert Hofer. Nella sua propaganda elettorale il richiamo nazionalista alla bamndiera

È possibile che il 22 maggio Hofer conquisti la Presidenza della Repubblica e in questo caso le dimissioni del governo di coalizione diverrebbero più che probabili, ma in ogni caso il cancelliere Faymann sa che non può pensare di governare ancora con i Popolari fino alla scadenza del mandato. È praticamente impossibile difatti preparare una campagna elettorale parlando male del proprio alleato di governo ed ancora più difficile attaccare la politica dell’estrema destra dopo averla scimmiottata da Cancelliere mentre il 70% degli elettori si dichiara insoddisfatto del governo. Insomma sembra davvero improbabile che la coalizione regga fino alle politiche del 2018 e sono in tanti a pronosticare il voto anticipato di un anno.

Ovviamente la sconfitta al primo turno ha alzato il livello delle critiche interne allo SPÖ. Faymann viene attaccato su tutto, dalla scelta del grigio candidato alla presidenza, l’ex ministro Rudolf Hundstorfer, agli scarsi risultati del Governo da lui presieduto. A muoversi sono i possibili contendenti alla leadership del partito, il sindaco di Vienna Michael Häupl, Christian Kern, l’AD delle ferrovie austriache (ÖBB-Holding AG) e Gerhard Zeiler, già a capo della ORF, la tv austriaca, e oggi presidente della Turner Broadcasting System International.

Il terremoto nei due grandi partiti austriaci fa suonare campanelli d’allarme un po’ dappertutto perché in diversi Paesi europei, Italia compresa, molti leader politici, anche di centrosinistra, sposano purtroppo tesi e argomentazioni tipiche della destra conservatrice e illiberale illudendosi così di mantenere la presa su un elettorato confuso e frastornato dall’interminabile crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 e oggi anche da quella dei migranti in fuga da guerre e fame.
Gli occhi sono puntati non solo sul secondo turno austriaco, ma anche sulle prossime elezioni francesi. Qualcuno (il quotidiano Der Standard) già parla di una ‘orbanizzazione’ del Vecchio Continente, insomma di un possibile scivolamento continuo a destra che riporterebbe, come nell’Ungheria di Victor Orbán, le pagine del calendario indietro di decenni, all’Europa dei confini e delle nazionalità comn tutto quel che di brutto ne consegue.

Intanto mentre il governo tedesco si è detto d’accordo con la posizione di Vienna per quanto concerne il valico del Brennero, ieri 27 aprile, il parlamento austriaco ha approvato l’inasprimento delle norme che regolano il diritto d’asilo, arrivando a ipotizzarne la cancellazione totale in “situazioni di emergenza”. Le modifiche consentono al governo di dichiarare lo stato di emergenza per un massimo di sei mesi e poi di estenderlo ancora per tre volte per un altro periodo di sei mesi.

Carlo Correr

Aleppo sotto le bombe, colpito un altro ospedale

Aleppo Siria bombardamentiContinua il martirio di Aleppo dove l’esercito regolare sta cercando di strappare la seconda città della Siria al controllo dei ribelli. Oggi è stato colpito un altro ospedale nei bombardamenti dell’aviazione siriana e sette persone, tra cui un infermiere, sono rimaste ferite. Lo riferisce la televisione panaraba Al Jazira citando “fonti degli attivisti”. Secondo le stesse fonti sono 20 i raid compiuti oggi su aree della città controllate dai ribelli. Secondo l’agenzia governativa Sana, è di almeno 8 persone il bilancio dei bombardamenti con mortai che i ribelli hanno compiuto contro una moschea. Ledificio religioso si trova nel quartiere Midan, che è sotto il controllo deelle truppe lealiste. Altre vittime sono segnalate dalla Sana in un altro bombardamento sul quartiere di Bab al Faraj.

Complessivamente è di oltre 200 civili uccisi, di cui più di 50 bambini e 20 donne, in una settimana di bombardamenti aerei e di artiglieria, il bilancio dell’inasprimento della violenza su Aleppo. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), sono 202 i civili morti dal 22 al 28 aprile ad Aleppo e dintorni.

Intanto continua a suscitare profonda emozione il ricordo struggente dell’“ultimo pediatra di Aleppo” scritto dal dottor Hatem, direttore dell’ospedale dei bambini di Aleppo. Sul portale The Syria Campaign Hatem ha voluto ricordare Muhammad Waseem Maaz, 36 anni, prossimo alle nozze, “che pensava prima a salvare le vite dei bambini e poi la sua”. L’ultimo pediatra della città è stato ucciso in un raid aereo compiuto da velivoli del regime contro un ospedale gestito dalla Croce rossa internazionale e da Medici senza frontiere. “Era la persona più amata di tutto l’ospedale” è scritto nellla lettera-ricordo che ha già avuto oltre 30mila condivisioni.