giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Acrescita, come decrescita
Pubblicato il 01-04-2016


Mauro Gallegati, della Facoltà di economia “Giorgio Fuà dell’Università Politecnica delle Marche, in “Acrescita. Per una nuova economia” ripropone il tema da tempo oggetto di approfondite discussioni: la necessità di rifondare la teoria economica sulla base di un nuovo paradigma, in alternativa a quello proprio della teoria dominante, divenuta inutile e incoerente, nonché caratterizzata da una profonda crisi di identità.

Il lavoro, come sottolinea l’autore sin dal primo capitolo, è costruito sull’ipotesi che la crisi, in cui versa l’intera economia mondiale, a causa della Grande Depressione iniziata nel 2007, a seguito dello scoppio della bolla dei mercati finanziari immobiliari, “sia allo stesso tempo ecologica, economica e della teoria economica”. Trascurando la crisi ecologica, Gallegati si sofferma sulle ragioni per cui la crisi starebbe determinando un “ripensamento della teoria economica tradizionale”; ciò, non tanto per non essere riuscita a prevedere l’avvento della crisi stessa, “quanto perché una diminuzione così violenta non viene neanche immaginata dall’economia dominante, ossessionata com’è dalla camicia di forza dell’equilibrio”.

L’economia tradizionale vuole essere una scienza che, rifacendosi a diverse discipline sociali (storia, sociologia psicologia, ecc.) e ad alcune altre discipline estranee al capo degli studi sociali (come, ad esempio, la matematica), si compendia “in un contesto complesso fatto di attori diversi che interagiscono in gran parte fuori dei mercati”, nella presunzione che questi ultimi possano aggiustare tutto e rimuovere ogni motivo di disturbo, per assicurare ai sistemi economici un funzionamento stabile. La presunzione, secondo Gallegati, è fallace: se con i mercati è possibile dare un prezzo a tutto, la valutazione che con i prezzi di mercato può essere effettuata dei fatti economici è, in relazione all’esistenzialità degli uomini, priva di significato; si assume infatti che il PIL, valutato a quei prezzi, possa essere adottato a misura del soddisfacimento degli stati di bisogno della vita degli uomini e che, attraverso il suo aumento quantitativo, possa essere espressa la “crescita” con cui garantire il benessere di quanti compongono i sistemi economici.

La crescita, però, secondo Gallegati, è di per sé una “trappola evolutiva”, in quanto senza di essa il sistema capitalistico è destinato ad implodere. Il risvolto negativo della crescita del PIL è che essa provoca l’esaurimento delle risorse naturali non riproducibili, per cui il processo attraverso il quale può essere ottenuta impone che esso sia sostenibile con un’”acrescita”; ciò in considerazione del fatto che il benessere, in sé e per sé considerato, è una grandezza multisistemica, che rende il solo aumento quantitativo del PIL (crescita) inidoneo a cogliere l’insieme degli elementi del “vivere bene”.

Posto che senza acrescita, il benessere è destinato a diminuire irreversibilmente, diventa improcrastinabile un “cambio di paradigma” per sostituire il PIL, inteso come fenomeno esclusivamente interno al mercato, con un nuovo paradigma, che “consideri insieme economia, natura e società”. La crescita di ogni sistema economico, secondo il paradigma tradizionale, è possibile solo in presenza di un consumo crescente di risorse; ma se la crescita del PIL è perpetua, il consumo crescente di risorse non rinnovabili diventa prima o poi impossibile. Ciò significa che se la quantità di risorse disponibili non è infinita, la crescita del consumo in generale non può continuare per sempre. Da ciò consegue che la crescita economica, misurata attraverso il PIL, non può essere la pre-condizione del miglioramento qualitativo (sviluppo) del livello di benessere delle comunità, in quanto questo livello manca di esprimere il peggioramento delle condizioni di vita delle stesse comunità, imputabile al crescete consumo delle risorse.

A parere di Gallegati, per superare i vincoli della “trappola evolutiva” della crescita continua, occorre fare riferimento a un nuovo paradigma che, abbandonando l’assunto del solo ”homo oeconomicus”, faccia ricorso a un nuovo assunto, sul quale fondare la costruzione di un nuovo “modello ad agenti”, la cui funzione sia quella di non considerare l’economia indipendente dalla natura e dalla società, come se il capitale naturale fosse infinito e come se le condizioni esistenziali dei componenti le singole comunità fossero ininfluenti rispetto al funzionamento del sistema economico.

Secondo Gallegati, il modello dell’equilibrio della teoria economica tradizionale non può spiegare il mondo reale, in quanto al suo interno l’attività di innovazione non dà conto dell’evoluzione dell’economia, ma solo della tendenza di questa verso una configurazione di equilibrio; mentre, per il modello ad agenti, l’attività innovativa può diventare il motore dell’evoluzione dell’economia e non una “pietra d’inciampo”, solo se l’acrescita diventa l’obiettivo dell’innovazione. Per evitare che l’acrescita porti a un’esplosione senza controllo della disoccupazione, si dovrà pensare “sia alla riduzione dell’orario di lavoro sia all’introduzione di un reddito sociale, legato alla fornitura di servizi socialmente utili”. Tenendo conto che l’attività innovativa, motore della dinamica economica, distruggerà i lavori tradizionali, sarà necessario inventare nuove forme di lavoro, legate all’attività scientifica e tecnologica, ma anche al cambiamento delle usuali quantità di lavoro e alla riduzione dell’orario di lavoro.

In conclusione, secondo Gallegati, con l’adozione della prospettiva dell’acrescita, mentre si dovrà lavorare per continuare a consumare secondo la logica dell’homo oeconomicus tradizionale, sarà necessario “immaginare” un nuovo paradigma sul quale basare la rifondazione della teoria economica prevalente, idonea a giustificare l’orientamento dell’economia non più al perseguimento di un maggiore PIL, ma a quello di un miglior benessere, nell’assunto che il miglioramento qualitativo del livello di benessere non dipenda tanto dalla quantità di beni a disposizione, quanto dalla possibilità di poter disporre di condizioni di vita che non siano valutate esclusivamente in funzione della sola quantità dei beni prodotti. A tal fine, si avrà bisogno “di un paradigma che – afferma Gallegati – sappia coniugare aspetti economici, sociali e ambientali. Un paradigma laico, cioè scevro da quella aconfessionalità che è caratteristica dell’attuale mainstream economico”, per garantire agli uomini la possibilità di scegliere il futuro dal quale fare dipendere il proprio benessere.

Gallegati, al pari di molti teorici della decrescita, sembra concentrarsi sulla insostenibilità delle conseguenze negative della crescita illimitata del PIL, assumendo che la sua interruzione implichi necessariamente una interruzione dell’aumento dello “throughput”, cioè del “flusso di energia e materia” che origina dall’ambiente e che per effetto del processo produttivo e del consumo torna all’ambiente sotto forma di rifiuti.

Sostenere che con l’interruzione della crescita continua del PIL può essere migliorato sul piano qualitativo il livello di benessere, come conseguenza del venir meno dell’uso illimitato delle risorse ambientali, non significa eludere la crescita dello “throughput”. Se anche fosse possibile dissociare il miglioramento qualitativo del benessere dallo “throughput”, attraverso il processo di innovazione tecnologica, l’eventuale diminuzione dell’uso delle risorse naturali potrebbe essere più che compensato dai danni ambientali e dal consumo di risorse, causati appunto da un aumento dello “throughput”. Ciò perché, ipotizzare di bloccare la crescita del PIL e, nello stesso tempo, di migliorare qualitativamente il livello di benessere, significherebbe accettare l’idea che il miglioramento del benessere possa essere realizzato senza una crescita dello “throughput” e senza alcun vincolo posto alla dinamica demografica.

La prospettiva dell’acrescita di Galleati, può costituire una valida ipotesi per uscire dall’economia della crescita, a patto però che non sia ignorato il problema demografico; non sia ignorato, cioè, che la prospettiva di un’economia a crescita zero del PIL implica anche una crescita zero della demografia. Inoltre, è anche necessario tenere presente che, pur anche in un’economia in cui sia azzerato l’investimento netto, realisticamente non sarà possibile evitare di effettuare gli investimenti necessari a conservare gli stock dei mezzi di produzione costanti, ai livelli desiderati tramite un basso tasso di manutenzione, cioè tramite flussi di energia e materia tenuti ai livelli più bassi che sia possibile. L’acrescita, perciò, può essere assunta solo come obiettivo asintotico, cioè come obiettivo tendenziale, al quale conformare al meglio il funzionamento dei moderni sistemi economici. Allo stato attuale, l’idea di poter bloccare in assoluto l’uso delle risorse naturali appartiene ancora al mondo dei sogni.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. Sempre interessanti gli articoli.
    Che si debba pensare alla riduzione del l’orario di lavoro è nelle cose. Diversamente la disoccupazione non scenderà stante il continuo aumento della popolazione. La teoria del prezzo sempre più basso porta solo allo sfruttamento dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo o dove nn c’è tutela dei lavoratori. Da noi, le fabbrichereste che resistono o si sono attrezzate producendo di più con meno manodopera oppure gli artigianali lavora 10 o 12 ore per sbarcare il lunario. Vorrebbero trovare un posto di,lavoro da dipendente ma non lo trovano. La finanza spericolata ha contribuito al disastro ma si sta avviando al collasso. Non so quando avverrà ma primo o poi capiterà. I governi non hanno la forza necessaria per contrastare questa finanza selvaggia. Chiudo concordando fino in fondo che serve una nuova scuola economica che rompa gli schemi e le abitudini attuali. Sarebbe interessante se il PSI abbracciasse una nuova teoria economica e la portasse avanti. Forse qualcuno parlerebbe di noi. Sabatini, non potresti parlarne al congresso di Salerno? Grazie per i tuoi articoli.
    Fraterni saluti.
    Paolo Grassi

  2. Eppure se i paesi occidentali riuscissero a sostituire il petrolio con fonti rinnovabili – secondo il mio modesto parere non appartiene al mondo dei sogni -: sole, vento e rifiuti si risolverebbe anche il problema delle migrazioni indotte dai paesi arabi che vogliono ritornare a dominare l’Europa come già accaduto 700 anni fa circa.

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