domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Silvia Gallerano in scena all’Auditorium con
il monologo “La Merda”
Pubblicato il 08-04-2016


la merdaDopo aver vinto l’oscar del teatro europeo e registrato un enorme successo di pubblico e critica in tutto il mondo, “La Merda”, il clamoroso fenomeno che ha da tempo rotto i confini del teatro e che viene ormai accolto quasi fosse un concerto rock, è ritornato all’Auditorium Parco della Musica di Roma per l’ultima volta. Purtroppo per una sola serata che è andata tutta esaurita.

Si tratta di un’opera che ha scioccato e meravigliato il mondo al Festival di Edimburgo 2012 vincendo, tra gli altri, il Fringe First Award for Writing Excellence per la scrittura, che è andato all’autore Cristian Ceresoli, ed il The Stage Award for Acting Excellence per l’interpretazione dell’attrice Silvia Gallerano. Rappresentato non solo ad Edimburgo ma anche a Copenhagen, Roma, Madrid, San Paolo del Brasile, Milano, Glasgow, Berlino, Vilnius, Adelaide ed al celeberrimo West End di Londra, ha registrato per quattro anni consecutivi il tutto esaurito, nonostante una sottile e persistente censura, in particolare in Italia.

“La Merda” è una tragedia in tre tempi, Le Cosce, il Cazzo, La Fama, e un controtempo, L’Italia. Gli spettatori entrano tutti insieme in platea e trovano l’attrice già seduta su uno sgabello al centro del palco, nuda sotto i riflettori, che canticchia un motivo di cui solo alla fine si capirà il senso. L’oscurità dietro di lei mette in risalto la sua nuda fisicità. Le luci in platea sono ancora accese ma di fatto lo spettacolo è già iniziato.

Nella sua nudità ed intimità pubblica, l’attrice costituisce una maschera fisica e vocale sfidando un testo scandaloso, provocatorio e rabbioso, di stampo pasoliniano ma con passaggi ispirati anche dalla scuola futurista. La scrittura è cantabile, sebbene il canto emerga se non alla fine, ed è invece preponderante la chiave dell’invettiva, del grido, del corpo che sussulta la sua storia personale in un flusso di pensieri e parole – utilizzando la tecnica teatrale dello “stream of consciousness” per l’appunto – raccontati come suoni. Suoni talora dolci, talora strazianti, che improvvisamente diventano urla assordanti o contratte. Sopite, implose.

La pièce teatrale è la bulimica e rivoltante confidenza pubblica di una “giovane” donna “brutta” che tenta con ostinazione, resistenza e coraggio, di aprirsi un varco nella società delle Cosce e delle Libertà, ovvero in un contesto in cui prevalgono l’apparenza e la libertà è solo quella di “prostituirsi” sessualmente per poter arrivare al successo.

Questa giovane donna intreccia nel suo racconto diversi piani narrativi: il ricordo del padre, i consigli della madre, i complessi irrisolti sulla bruttezza delle proprie cosce, il primo rapporto sessuale con un ragazzo diversamente abile, la preparazione del primo provino, il sogno di una intervista con un conduttore famoso e quello di una storia di amore con lo stesso per raggiungere la notorietà. Emerge tuttavia la consapevolezza che la donna, nonostante sia pronta ad adattarsi a quel mondo di arrivismo, ne viene di fatto respinta, perché brutta. E se il padre, scomparso prematuramente, aveva provato ad insegnargli che l’uomo libero deve sempre guardare al cielo, la giovane donna, che ricerca visibilità nella società, forse più per gli altri che per sé, afferma: “Ho imparato a fare quello che serve in certe occasioni, che se una cosa ti fa schifo, tu, ti puoi abituare. Che c’è la lotta, e c’è il mondo com’è e come lo vorresti tu”.

Sivia Gallerano nel suo monologo è a dir poco bravissima. Modula la sua voce con estrema abilità, passando da toni dolcissimi ad urla strazianti, dal sorriso al pianto, con in più la capacità di simulare le voci di tutti i personaggi che intrecciano la vita della protagonista. Ma più che il testo da rappresentare, quello che conta qui è l’impatto e le suggestioni che lo spettacolo è in grado di esercitare sugli spettatori, il cui coinvolgimento è altissimo. L’attrice crea una forte empatia, sia perché si mostra nuda al pubblico e sia, soprattutto, perché mette a nudo i limiti di ciascuno di noi.

“La Merda” ha come spinta propulsiva il disperato tentativo di districarsi dal pantano o dal fango, ultimi prodotti di quel genocidio culturale di cui scrisse e parlò Pier Paolo Pasolini all’affacciarsi della società dei consumi. Quel totalitarismo, secondo Pasolini, ancor più duro di quello fascista poiché capace di annientarci con dolcezza. Prodotto con poco, anche con il sostegno del Teatro Valle Occupato, è uno spettacolo che evidenzia la funzione democratica del teatro. È anche un esempio di teatro sperimentale d’avanguardia, assolutamente da vedere per chi è un amante di questa forma d’arte.

Al. Sia.

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