sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Banche. Sì del Senato. Il Governo incassa la fiducia
Pubblicato il 06-04-2016


Senato-riforme

L’Aula del Senato ha dato  il via libera alla fiducia sul decreto banche, che contiene la riforma delle Bcc e la garanzia dello Stato sulle cartolarizzazioni dei crediti in sofferenza. Il decreto incassa così l’ok definitivo del Parlamento e diventa legge. I voti favorevoli sono stati 171, i no 105, un astenuto. Si tratta della 53° fiducia dell’esecutivo Renzi.

Un provvedimento con cui il governo prova a prendere di petto il problema dei crediti deteriorati delle banche e delle situazioni più a rischio del comparto. Come i due istituti veneti – Popolare Vicenza e Veneto Banca – che devono varare cospicui aumenti di capitale. Ieri a Palazzo Chigi si è svolto un vertice che ha visto attorno a un tavolo i principali soggetti, non è stata trovata una soluzione immediata ma si è avviato un percorso comune sulla base di un progetto di vasto respiro, basato su due gambe entrambe private e senza garanzia statale per non incorrere nel veto della Ue e della Bce. Il progetto però avrebbe avuto un’accoglienza ‘tiepida’ da parte dei presenti che attendono maggiori dettagli sull’operazione.

Si tratterebbe di un maxi fondo per le sofferenze che non rientrano nel meccanismo Gacs e un fondo aperto a investitori italiani (anche la Cdp) che sottoscriva l’inoptato degli aumenti come sorta di ‘paracadute’ per le banche garanti, prima fra tutte Unicredit. Uno strumento che, una volta in campo, potrebbe essere usato anche per altri aumenti di capitale anche se non per Mps, per la quale Unicredit ha seccamente smentito un progetto di acquisizione. La riunione, dopo che Matteo Renzi ha tenuto una breve introduzione, è proseguita alla presenza del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, dei vertici della Cdp Giuseppe Costamagna e Fabio Gallia, del presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti e degli ad di Unicredit Federico Ghizzoni, di Intesa Sanpaolo Carlo Messina e di Ubi Victor Massiah.

Varie le novità inserite nel decreto banche dalla commissione Finanze della Camera, che ha licenziato il provvedimento riscrivendo il meccanismo della “way out” per le Bcc e ampliando agli intermediari finanziari la possibilità di accedere alla garanzia dello Stato sulle sofferenze. In particolare sul fronte delle Bcc, le banche cooperative che non vorranno aderire alla holding, se al 31 dicembre 2015 hanno più di 200 milioni di patrimonio netto, avranno 60 giorni dalla conversione definitiva del decreto per decidere, da sole o con altre più piccole, di fare istanza a Banca d’Italia per conferire l’attività bancaria a una Spa. Ottenuto il via libera scatterà il modello della coop che controlla la Spa, dopo il pagamento il 20% del patrimonio netto come tassa straordinaria.

La garanzia sulla cartolarizzazione degli Npl (“Non performing loans”) potrà essere chiesta anche «dagli intermediari finanziari iscritti all’albo» e il fondo passa da 100 a 120 milioni. Si potranno vendere, altra modifica, sofferenze non oltre «il loro valore contabile netto alla data della cessione». Introdotta anche maggiore flessibilità per gestire la relazione con le agenzie di rating. Il sistema bancario italiano infatti nonostante abbia elementi di solidità e l’aiuto delle misure straordinarie della Bce, non riesce ad uscire dalle secche e mostra un aumento del credito ancora scarso a causa della grande massa di sofferenze. Ma sugli Npl un mercato non è ancora partito e la garanzia Gacs, strappata alla Ue dopo mesi di negoziato, non si è dimostrata quel colpo risolutore che molti si attendevano. Le ancora poche offerte dei fondi stranieri per i crediti deteriorati hanno evidenziato come in questa fase i prezzi li fanno i compratori, facendo emergere forti perdite nei bilanci e scompaginando gli assetti azionari.

Inoltre i problemi della Veneto Banca e Popolare Vicenza rischiano di trascinare con loro anche Unicredit e Intesa. I due grandi istituti infatti garantiscono gli aumenti di capitale imposti dalla Bce alle due venete. Ma se l’operazione di Veneto Banca e’ rimandata a giugno quella da 1,76 miliardi della Vicenza deve essere realizzata entro aprile in un contesto di mercato difficilissimo e Unicredit rischia così di ritrovarsi con il cerino in mano per scarse sottoscrizioni. Da qui l’idea di creare un fondo investimento aperto a diversi operatori (come le fondazioni, la stessa Cdp e le altre banche) che sottoscriva l’inoptato. Certo bisognerà vedere se la Bce, che ha imposto tali aumenti dopo aver portato allo scoperto le gravi perdite nei bilanci, sarà d’accordo. E le stesse fondazioni, oramai con munizioni ridotte, si sono dimostrate caute chiedendo dettagli sulla certezza dei rendimenti di un tale impegno, visto che devono garantire le erogazioni e tutelare il patrimonio.

Altra partita, meno urgente ma ugualmente importante è quella delle sofferenze. Nel maxi fondo allo studio confluirebbero quindi i crediti di bassa qualità non rientranti nella Gacs assieme a degli immobili strumentali delle banche, come garanzia per elevare un poco la qualità del pacchetto e rendere il tutto più appetibile. Qui la regia potrebbe essere di Cdp ma appunto per non incorrere nel veto di Bruxelles non ci sarebbe garanzia statale.

Redazione Avanti!

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