mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Caso Regeni. La ‘normalità’ della tortura in Egitto
Pubblicato il 05-04-2016


Febbraio 2013, proteste contro Morsi per la morte di Mohamed Nabil el-Guindy, un giovane che faceva parte del partito d’opposizione ‘Corrente popolare’

Febbraio 2013, proteste contro Morsi per la morte, sotto tortura, di Mohamed Nabil el-Guindy, un giovane che faceva parte del partito d’opposizione ‘Corrente popolare’

Nei giorni scorsi è emerso dai dossier egiziani che i servizi segreti del Cairo seguivano Giulio Regeni. In particolare, il quotidiano “Al-Akhbar” ha sottolineato che l’attenzione era focalizzata sul lavoro che l’italiano stava svolgendo. Il governo egiziano ha poi indicato che quanto accaduto al ricercatore costituirebbe «Un caso isolato», versione che non viene condivisa dalla famiglia Regeni. In attesa dell’incontro -fissato per oggi- tra investigatori italiani ed egiziani, i genitori del ventottenne hanno commentato: «Se il 5 aprile sarà una giornata vuota, confideremo in una risposta forte del nostro governo». La speranza della famiglia Regeni è inoltre quella di non voler mostrare le fotografie dalle quali si evince che il ricercatore è stato torturato.

Un’inchiesta del “New York Times” ha messo in luce la possibilità che Regeni sia stato fermato da tre poliziotti egiziani in data 25 gennaio (durante l’anniversario delle rivolte di piazza Thair). Nel frattempo, “Il Corriere” ha realizzato un documento nel quale viene indicato che, nell’arco di un anno, in Egitto sarebbero scomparse 533 persone (di 396 non si conoscono le sorti).

Il lavoro giornalistico sta indubbiamente suggerendo interessanti piste da seguire, sia tramite l’analisi dei dati, sia attraverso la ricostruzione dei fatti. Ciò nonostante, i media non hanno ancora evidenziato che, già negli anni passati, erano stati lanciati allarmi da più fonti in merito alle torture che avvengono in Egitto. Infatti, Amnesty International (2016), scrive in un rapporto in merito agli anni 2015 e 2016: «Le forze di sicurezza egiziane fanno un uso eccessivo della forza contro manifestanti, rifugiati, richiedenti asilo e migranti. I detenuti devono affrontare torture ed altri maltrattamenti».

Già negli anni Novanta il fenomeno era noto e la Human Rights Watch (1992: 118) scriveva: «Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha rilevato che i giudici egiziani della Corte di Sicurezza Nazionale (State Security Court) hanno ordinato inchieste sulle denunce di tortura, assolvendo gli imputati nei casi in cui la tortura è stata utilizzata per estorcere confessioni».

I dossier statunitensi consentirebbero quindi di identificare un atteggiamento di “copertura” da parte della magistratura egiziana nei confronti di coloro che mettevano in atto torture, soprattutto se a scopo di ottenere informazioni. Se tale “politica” continua ad essere applicata, come suggeriscono alcuni report, si potrebbe spiegare l’omertà egiziana per quanto concerne il caso Regeni.

Tom Stevenson (23 marzo 2015), del Middle-East Eye, ha scritto: «Nuove lettere scritte da detenuti e da noi visionate suggeriscono che la tortura in Egitto non è diminuita e non è diventata meno grave». Nello stesso articolo viene proposta una testimonianza, dalla quale si apprende che i detenuti egiziani «Sono stati feriti con fili elettrici e sono stati appesi dalle spalle mentre venivano derisi». Se il comportamento delle guardie carcerarie e delle forze dell’ordine è violento al punto di compiere torture, è possibile che Giulio Regeni sia stato ucciso durante un tentativo di estorcere informazioni sul lavoro che stava svolgendo?

Alessia Malachiti

 

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