domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Caso Regeni. Sotto accusa il capo della polizia criminale
Pubblicato il 06-04-2016


Un anonimo che, si dice appartenere alla polizia segreta egiziana, scrive da qualche giorno al quotidiano la Repubblica accusando i vertici del Paese e svelando dettagli delle torture inflitte a Giulio Regeni mai resi pubblici, conosciuti solo dagli inquirenti italiani. A poche ore dall’arrivo a Roma – alle 21 – della missione egiziana che dovrebbe portare agli inquirenti italiani le carte richieste per cominciare a far luce sul sequestro e l’assassinio del ricercatore Giulio Regeni, continuano ad emergere piste, dettagli, rivelazioni di dubbia provenienza destinate soprattutto a influenzare l’opinione pubblica come questa delle mail inviate al quotidiano diretto da Mario Calabresi.
“Si tratta di un anonimo, uno dei tanti, in casi come questi di forte risonanza mediatica. Non hanno nessuna rilevanza giudiziaria”, hanno chiosato nella procura della Capitale e dunque tecnicamente valgono nulla le rivelazioni secondo cui “l’ordine di sequestrare Giulio Regeni è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza”.

Khaled Shalabi, Capo del dipartimento investigativo di Giza

Khaled Shalabi, Capo del dipartimento investigativo di Giza

Di Shalabi, già emerso all’onore della cronaca subito dopo il ritrovamento del cadavere per aver sostenuto la tesi dell’’incidente stradale’, si sa che in passato è stato condannato per torture inflitte a un prigioniero.

“L’ordine di sequestrare Giulio Regeni – scrive l’anonimo – è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza. Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme ad ufficiali della Sicurezza nazionale. Fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per 24 ore”. Nella caserma di Giza, Giulio “viene privato del cellulare e dei documenti e – continua la mail arrivata a Repubblica -, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell’Ambasciata italiana”, viene pestato una prima volta. Chi lo interroga “vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando”. Quindi tra il 26 e il 27 gennaio “per ordine del ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar” viene trasferito “in una sede della Sicurezza nazionale a Nasr City”. Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio e allora – ricostruisce l’anonimo nel testo pubblicato da Repubblica online – il ministro dell’Interno decide di investire della questione “il consigliere del presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari a Nasr City perché venga interrogato da loro”. Seguono torture sempre più violente – racconta la fonte -, fino alla morte di Giulio. regeni“Viene messo in una cella frigorifera dell’ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne. La decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la Sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja”. “Nella riunione – conclude la mail – venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall’ospedale militare di Kobri a bordo di un’ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria”.

La ricostruzione dell’anonimo può essere credibile solo a patto di considerare la polizia e i servizi egiziani, al-Sisi compreso, un’accolita di malvagi improvvisatori pasticcioni perché la messa in scena non poteva reggere al più banale dei controlli indipendenti, come quello dello stesso ambasciatore italiano che per primo vide il corpo di Regeni con i segni ben visibili delle torture. Se fosse vero quanto affermato, e quanto sottinteso, ovvero che il ricercatore era sospettato di essere una spia, o non l’avrebbero ucciso, ma casomai tenuto in custodia per uno scambio, oppure una volta massacrato, l’avrebbero fatto sparire definitivamente e non certo fatto ritrovare nel giorno della visita dell’ex ministra Guidi con un’importante delegazione economica creando un colossale scandalo internazionale.
Dovrebbe insospettire anche la frase “tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio” perché vorrebbe dire che l’anonimo attribuisce a Regeni la conoscenza di segreti da confessare e dunque accredita la tesi della ‘spia’. Di certo sotto tortura un normale giovane ricercatore italiano avrebbe ammesso qualunque cosa, figuriamoci se non anche i nomi degli amici sindacalisti peraltro sicuramente già ben conosciuti dalla polizia.
L’anonimo sembra piuttosto un inquinatore, impegnato a intossicare l’opinione pubblica italiana per far salire la temperatura e e far deragliare i tentativi di giungere alla verità e a una soluzione non traumatica per i rapporti tra Italia ed Egitto, della vicenda. Con un po’ di malizia si può pensare che la mossa serva bene invece ai nemici interni ed esterni di al-Sisi, a chi si è ingolosito per lo sfruttamento dei colossali giacimenti scoperti dall’Eni al largo delle coste egiziane oppure a chi punta a marginalizzare il ruolo dell’Egitto e dell’Italia nella soluzione della crisi libica.

Per chi indaga in Italia, le mail contengono una “molteplicità di imprecisioni nella ricostruzione dei fatti e soprattutto in riferimento agli esami autoptici”. In sostanza non verranno neppure prese in considerazione dagli inquirenti.

Comunque secondo fonti del Cairo, è proprio quello di Shalabi il nome che l’Egitto ‘sacrificherà’ per la responsabilità della morte di Giulio Regeni. L’alto ufficiale della Sicurezza nazionale è stato già condannato nel 2003 da un tribunale di Alessandria per aver torturato a morte un uomo e falsificato i rapporti della polizia, ma reintegrato dopo la sospensione della sentenza.

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