sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Congresso Nazionale PSI Salerno – L’intervento di Ugo Intini
Pubblicato il 18-04-2016


ugo intini apre

L’intervento di Ugo Intini

Oggi parlerò non dell’orgoglio per il passato, ma del futuro. E dirò alcune cose che a me sembrano vere, ma che possono non essere piacevoli da ascoltare.

Il vicepresidente della Banca federale americana Alan Blinder nel 2001 scriveva. “Gli storici diranno che la caratteristica principale di questa epoca è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. Da allora, è accaduto di peggio e di più. Il liberismo senza freni che aveva prodotto lo “spostamento senza precedenti di denaro e potere” ha causato con la sua arroganza dissennata la catastrofe finanziaria del 2007, dalla quale non ci siamo ancora ripresi. Una catastrofe-calcolano gli economisti-che ha bruciato ricchezza pari a quella distrutta dall’ultima guerra mondiale. E che ha allargato ancor di più in tutto l’Occidente (nel solo Occidente) la distanza tra ricchi e poveri.

Il liberismo è stato senza freni per l’ovvio motivo che i freni sono stati logorarti e distrutti. E i freni si chiamano “politica” con la P maiuscola. Politica solidale, ovvero, in Europa, politica socialdemocratica. Esattamente quella politica socialdemocratica che è profondamente in crisi dappertutto e che solleva pertanto il grande dibattito, oggi in pieno svolgimento, sulla “rosa appassita”. A mio parere, la rosa è appassita (in Europa, attenzione, soltanto in Europa, come ieri ci ha spiegato Luis Ayala) soprattutto per quattro ragioni. Primo. Per combattere il comunismo, occorreva dimostrare che il libero mercato produce non soltanto più efficienza e ricchezza, ma anche, grazie alla politica, democrazia vera e giustizia sociale. Crollato il comunismo, il potere economico non ha più avuto bisogno della politica, anzi, ha puntato, oltre che sullo Stato minimo, sulla “politica minima”. Li sentiamo strepitare nei talk show dove non siamo invitati i politici minimi della politica minima. Secondo. Tutto è diventato globale. L’economia, la cultura, lo spettacolo, lo sport, l’immigrazione, il crimine e soprattutto, infine, il terrorismo. Soltanto la politica è rimasta inchiodata nei confini nazionali ed è diventata perciò ininfluente, anzi, ridicola. Terzo. La politica della sinistra ha perduto una parte del suo appeal verso i ceti popolari perché tutti hanno capito che i governi non sono più in grado di ridistribuire il reddito. Anzi, faticano a tenere in piedi lo Stato sociale. La sinistra ha perduto appeal perché accetta (giustamente, anzi inevitabilmente) l’immigrazione, che però colpisce soprattutto le classi a basso reddito. Il ricco vede infatti l’immigrato come un servitore o un manovale a basso costo. Il povero lo vede come un concorrente nei servizi sociali, nel lavoro e come un vicino di casa scomodo.

D’altronde, la solidarietà è il valore principale della socialdemocrazia. Ma è un valore più difficile da coltivare nelle società multietniche. Si è solidali più facilmente con chi ha la tua stessa origine e tradizione. Ed è anche per questo che negli Stati Uniti socialismo e solidarietà hanno sempre ceduto il passo all’individualismo. L’Europa degli immigrati si va americanizzando.

A tutto questo si aggiunge la crisi della politica democratica in generale, non solo socialdemocratica, ma anche conservatrice. Persino negli Stati Uniti, dove normalmente gli anticorpi sono più forti. Diciamo la verità. Le elezioni americane sono con Trump una fiera dell’orrore. Con la Clinton (che pure è professionale e credibile) sono quella che qualcuno potrebbe definire una fiera delle tangenti. Perché Hillary è la regina di denari in una campagna che costerà dai 3 ai 10 miliardi di dollari. Dollari versati non da filantropi, ma da aziende che pagano per avere qualcosa in cambio. In America si chiamano donazioni. I magistrati italiani li chiamano –appunto- tangenti, o traffico di influenze, o voto di scambio. Io li chiamo investimento lobbista. E in effetti la democrazia americana è sempre più governata dalle lobbies. Esattamente come dice Bernie Sanders il quale ha 74 anni ma è il candidato più seguito dai giovani, a dispetto dei teorici della rottamazione. Il quale ama definirsi socialista, a dispetto di chi in Italia ( e solo in Italia) non osa neppure più pronunciare una parola considerata obsoleta. Il socialismo ha tante vite. La rosa è appassita in Europa, ma forse una nuova rosa è sbocciata in Vermont

La crisi delle democrazie- ché di questo si tratta- è anche una crisi di idee e di personalità, avvertita in Italia prima e peggio che altrove. Non per caso. L’Italia è stata – non dimentichiamolo- il Paese occidentale inventore del fascismo. L’Italia è stata l’unico Paese occidentale dove il comunismo si sia sviluppato e sia diventato culturalmente egemone con un consenso popolare spontaneo. L’Italia è storicamente il ventre molle delle democrazie. Anche per questo stiamo peggio di tutti.

Diciamo la verità. Le unicità italiane non riguardano solo il passato. Riguardano il presente, condizionano il futuro e sono tante. L’Italia è l’unico Paese occidentale dove un sistema democratico è stato cancellato dall’azione della magistratura. È stato cancellato nel 1993, ormai 23 anni fa, Per passare dalla prima alla seconda Repubblica. Che però non è mai arrivata. Non mi stancherò mai di dire che per oltre un ventennio (l’intera durata del regime fascista) abbiamo avuto non un regime, ma il nulla. La Repubblica del nulla e del ventennio perduto. L’Italia è di conseguenza, ed eccoci al presente, l’Italia dei casi unici. Siamo l’unico Paese occidentale dove manca la certezza del diritto. L’unico dove un cosiddetto conflitto tra poteri dello Stato (legislativo e esecutivo contro potere giudiziario) si trascina irrisolto. Il film è incredibilmente sempre lo stesso. Rispunta persino, con Davigo presidente dell’Associazione Magistrati, un primo attore di 23 anni fa’. Ricordo un solo caso in cui una tecnocrazia autoritaria ha tenuto sotto occhiuta tutela le istituzioni democratiche per decenni: il caso dei generali turchi. Ma anche quello è finito. Per la verità, la tutela italiana non ha funzionato. Siamo infatti l’unico Paese occidentale dove almeno tre regioni sono inquinate da tre reti del crimine organizzato: mafia, ndrangheta e camorra. L’unico dove l’evasione fiscale abbia superato i 120 miliardi di euro all’anno, raggiungendo livelli percentuali messicani. L’unico (andate a vedere a Washington il museo delle News ospitato in un grattacielo) dove la piena libertà di informazione sia messa in dubbio dalle organizzazioni internazionali di controllo. Siamo l’unico Paese occidentale dove le stesse organizzazioni internazionali denuncino una corruzione a livello africano. Ma sostanzialmente impunita, nonostante la retorica. Perché l’Italia non è certo più virtuosa della Germania, ma ha un numero di detenuti per reati economici che è 35 volte inferiore a quello delle carceri tedesche.

Ho già elencato sei casi indiscutibilmente unici. Ma si aggiungono almeno tre unicità del nostro sistema democratico, che comincia a scricchiolare. Siamo l’unico Paese dove le leggi elettorali si cambiano non ogni mezzo secolo ma quasi a ogni legislatura. Portando i cittadini a pensare che chi può vuole vincere cambiando le regole del gioco mentre la partita è in corso. Siamo l’unico Paese dove la maggioranza assoluta della Camera è detenuta da un partito che è stato votato dal 18, 47 percento degli aventi diritto. 9.122.000 voti in meno degli italiani che votarono nel 1992 per il quadripartito guidato da Craxi e Forlani. L’unico Paese dove i cittadini antisistema (estrema sinistra, più Grillo, più Salvini) sono ormai la quasi maggioranza degli elettori e (se si conta l’astensionismo dal voto) la stragrande maggioranza della popolazione. C’è da essere allarmati per il livello di rappresentatività delle nostre istituzioni democratiche.

Se lo sviluppo economico è da anni la metà di quello (già miserabile) dell’Europa, lo si deve alle troppe unicità italiane prima ricordate. Causa ed effetto l’una dell’altra. Non certo al fatto che il ministro –appunto- dello sviluppo economico sia stato sino a ieri una statista come la Guidi. La farsa ha avuto se mai un valore simbolico. Perché la Guidi ministro non era nient’altro che un messaggio simbolico. Il messaggio caro al nuovismo e alla antipartitocrazia. Caro ai media (di proprietà dei loro papà) che hanno costruito per l’Associazione dei Giovani Industriali l’immagine del brillante futuro e per il sindacato quella del grigio passato. Dicono che l’Associazione dei Giovani industriali e la Confindustria da una parte, il sindacato dall’altra, sono entrambi delle lobbies. Può darsi. Ma i socialisti continuano a preferire il sindacato.

Da tempo, cerco di usare gli insegnamenti della tradizione socialista per definire con uno slogan, corrispondente al titolo di un libro, le novità del nostro tempo. Con il titolo “la democrazia virtuale”, ricordavo nel 1995 che la democrazia (da Berlusconi in poi) si basa ormai non sulla realtà vera, ma sulla realtà virtuale, ovvero sulla immagine deformata della realtà creata dai media. Temo sia accaduto. Con il titolo “la privatizzazione della politica”, osservavo nel 2001 che, crollato il comunismo, al potere economico non bastava più privatizzare l’economia: voleva privatizzare anche la politica, assumendone il controllo diretto. Temo proprio che sia accaduto. Con il titolo “la politica globale”, insistevo nel 2006 sulla necessità che la politica diventasse globale come tutte le attività del mondo, pena la sua sostanziale sparizione. E pena il trionfo dei paradisi fiscali. I Panama papers non dicono niente di nuovo. Nel libro del 2001, scrivevo. Il risultato dell’accoppiata globalizzazione- concorrenza fiscale tra gli Stati consiste in imposte sempre più leggere per i fortunati che possono spostare i profitti in giro per il mondo, sempre più pesanti per i disgraziati che rimangono intrappolati all’interno dei confini nazionali. Il vertice della FIAT (non era ancora arrivato Marchionne a spostare addirittura la sede ad Amsterdam) sa come sfuggire alle imposte nella legalità. Mentre le multinazionali stanno al di sopra, le persone fisiche, vengono spinte nell’infermo fiscale, ma anche qui esistono gironi diversi. In alto stanno i professionisti che dispiegano ( o fingono di dispiegare) il proprio talento nel mondo: dal famoso attore allo sportivo di successo, spesso riparati, tra l’altro, da ombrelli societari. Più in basso, stanno i professionisti e imprenditori irrimediabilmente legati al proprio Paese. Ancor più in basso, si dibattono gli artigiani e i piccoli commercianti. In fondo alla piramide, più indifesi di tutti, i lavoratori dipendenti”.

Ed ecco i Panama papers che confermano tutto e di più. Ma sono soltanto la punta dell’iceberg. Quella illegale. Sotto sta la montagna dell’evasione legale. Che la politica diventata minima e provinciale neppure vede. La montagna che è pari al prodotto nazionale lordo di Stati Uniti e Giappone messi insieme. Ne ha parlato ieri Nencini con efficacia. Il “fiscal divide” (la divisione tra chi paga le tasse e chi no) è il primo problema.

In questi giorni, sta per uscire il mio nuovo libro, pubblicato con la prefazione di Giuseppe de Rita. Con un nuovo slogan. Le unicità prima ricordate non sono le sole. Se ne aggiunge un’ultima, più grave (temo) di tutte le precedenti messe insieme: l’Italia ha un record di vecchiaia nel mondo. Lo slogan (e il titolo) del libro è “dalla lotta di classe alla lotta di classi di età?”. Si. In Italia prima che altrove c’è il rischio che la tradizionale, obsoleta lotta di classe, sia sostituita dalla lotta di classi. Di classi di età: giovani contro vecchi e viceversa. I primi segnali sono le polemiche sulla rottamazione, sulle pensioni, sul lavoro conteso tra le generazioni. Il record di vecchiaia può diventare una chiave di lettura che spiega molto di quanto accade in Italia. Cominciando dall’economia, si può osservare che certo la vecchiaia non è mai stata un motore per l’innovazione, i consumi e lo sviluppo. Noi siamo cresciuti nella continuità e nell’affetto tra le generazioni. Non nella lotta tra generazioni. Il socialismo è sempre stato una staffetta. Una staffetta tra anziani e giovani.

Abbiamo un record di vecchiaia nel mondo e per di più i giovani, che sono troppo pochi, hanno a loro volta un record europeo in Europa e nell’Occidente avanzato: quello della disoccupazione. Oltre il 40%, contro ad esempio il 7,6% della Germania. Sciupiamo la nostra risorsa più scarsa e potenzialmente più preziosa. Ma la sciupiamo ancor prima che i giovani cerchino lavoro. La sciupiamo mentre sono a scuola. Perché i nostri giovani detengono in Europa e nell’ Occidente avanzato un altro record. Hanno la più bassa percentuale di istruzione superiore: meno della metà che in Gran Bretagna e Francia. Sciupiamo la risorsa dei giovani e anche quella delle donne. Perché l’occupazione femminile in Italia è ormai inferiore a quella dell’America Latina (23,5 punti percentuali in meno che in Germania). Le donne italiane sono quelle che  al tempo stesso lavorano meno e fanno meno figli. E questa è una emergenza nazionale.

Vogliamo parlare di tutto questo? Penso di sì, perché da sempre i socialisti hanno affrontato con meno ipocrisia degli altri i temi scomodi.

E qui torniamo ai socialisti. Anche, inevitabilmente, al che fare per i socialisti. Abbiamo sempre detto. Primum vivere, poi filosofare. Io faccio il militante leale e seguo qualunque scelta il partito compia. Mi fido. E non so suggerire alternative tattiche, anche perché non frequento gli addetti ai lavori e, come si suol dire, “non sono in palla”. Come ho fatto anche in questo intervento, mi occupo del “filosofare”, che anche ha la sua importanza. Ma posso farlo, ad esempio davanti a questa platea di compagni, perché i dirigenti del PSI l’hanno radunata qui, perché hanno assicurato il primo vivere. Perché il PSI nonostante tutto c’è, nelle istituzioni e in Parlamento. E ci lavora al meglio. Del primum vivere, vi sono grato. Fate tutto quello che è tatticamente utile e possibile perché la vita del PSI continui.

Non è facile. E tuttavia il PSI deve vivere. Ignazio Silone scriveva sull’Avanti! della Roma appena liberata, nel 1943. “Il popolo italiano ha più bisogno di verità che di dollari e sterline”. Anche oggi. Veniamo da un disastro non materiale, come allora, ma politico e morale. Per uscirne l’Italia ha bisogno innanzitutto di verità. Anche le verità che ho appena elencato, che nessuno dice e vuole sentire. Dire la verità, se necessario da soli, se necessario a futura memoria, è il primo compito dei socialisti. Dobbiamo dire la verità anche sul passato, perché un grande compito per il PSI è quello di preservare per le future generazioni una storia gloriosa. Dobbiamo trarre da questa storia insegnamenti che sono oggi di straordinaria attualità. Se Turati chiedeva nel 1896 l’unità politica dell’Europa, come spesso ricordiamo, essa è proprio in questo momento la prima delle necessità. Nel 2050, gli europei saranno il 5% della popolazione mondiale, gli italiani lo 0,5%. Soltanto un mentecatto può immaginare che una singola Nazione europea possa contare qualcosa a livello globale senza l’unità politica dell’Europa. Turati chiedeva anche, per un futuro più lontano, gli Stati Uniti del mondo. E il tempo si avvicina. Perché il terrorismo ci ha dato la sveglia. Non c’è sicurezza per nessuno, senza una difesa che non può essere più nazionale e neppure europea, ma mondiale.

Concludo. Gli europei –si diceva- saranno il 5%. Ma è dunque davvero importante che continuino a contare? È’ proprio importante che si parli ancora della storia socialista? Una semplice domanda. Dove vengono applicati, contestualmente, i principi di libertà individuale e solidarietà sociale? In Europa e nella sola Europa. Un’altra domanda. Grazie a chi si sono realizzati, contestualmente, questi principi? Grazie ai socialisti europei. Grazie ai nostri padri e nonni socialisti. Se lo ricorderemo con chiarezza, basterà questo per dare al primum vivere dei socialisti un significato profondo. E per preparare la battaglia decisiva. Perché i casi sono soltanto due. O renderemo universali i diritti conquistati dai socialisti in Europa. O l’Europa smetterà di essere economicamente competitiva e li perderemo anche noi. Globalizzata l’economia, bisogna globalizzare anche i diritti individuali e sociali. Una nuova generazione di socialisti ha il suo compito. Ed è un compito urgente. Perché, come dice lo slogan congressuale, “il futuro è adesso”.

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