mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Craxi e il debito pubblico
I fatti contro le bugie
Pubblicato il 26-04-2016


Il direttore dell’Avanti ha già risposto al livore rabbioso di Corrado Augias che ha attribuito a Craxi il debito pubblico italiano nelle sue attuali proporzioni.Quando Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% del Pil (agosto 1983). Quando lascia, quattro anni dopo, il debito è arrivato all’84%. L’inflazione dal 16% si è ridotta al 4%.

Rapporto debito pilCome si vede dal grafico, il debito comincia a salire dall’inizio degli anni settanta e questo accade soprattutto perché,nel nuovo contesto dell’inconvertibilità del dollaro proclamata da Nixon nel ferragosto del 1971, le monete cominciano a fluttuare e la lira comincia a svalutarsi mentre alla fine del 1973 esplode la crisi petrolifera,con effetti conseguenti di stagnazione e inflazione che si presentano insieme.
Nel 1976, quando comincia l’epoca dell’Unità nazionale con il sostegno dei comunisti al governo Andreotti, l’inflazione è al 16%, il debito al 56,8% del PIL,con una crescita di 17 punti rispetto a sei anni prima. Nel 1979 il debito raggiunge il 60%. Quando nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% e l’inflazione al 16%. In quel periodo si registra una fortissima impennata verso l’alto dei tassi di interesse. Cosa sta succedendo?

Sul piano internazionale è iniziata l’epoca di Paul Volcker con un famoso discorso del 6 ottobre 1979 dell’economista che Carter aveva collocato due mesi prima alla Presidenza della Federal Reserve: era necessario aumentare drasticamente i tassi di interesse, che raggiunsero in poco tempo il 20%. Reagan appoggiò quelle scelte, che puntavano ad un dollaro forte, alla riduzione dell’inflazione e quindi al rafforzamento dei creditori, anche scontando un elevato livello di disoccupazione.Per l’Italia questo significava pagare più interessi sul debito e la circostanza fu aggravata da una scelta interna.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato e i tassi di interesse sul debito schizzarono verso l’alto. L’obiettivo di Andreatta, fortemente contrastato da Rino Formica, era quello di abbattere i salari. Nel 1984 lItalia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa lItalia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall8% del Pil nel 1984 all11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto dEuropa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella delleurozona dal 3,5% al 4,4%. Così,la misura di Andreatta, che doveva salvaguardare i vincoli di spesa e abbassare i salari, diventò una valanga che ingigantiva le rendite finanziarie.

E qui mi sia consentito un ricordo personale,anche per interrompere questa noiosa sequela di cifre.
Accadeva che i titoli di stato erano esenti da imposte, il che attirava il popolo dei BOT che comunque riceveva interessi inferiori all’inflazione e subiva un’imposta patrimoniale occulta. Le imprese invece, e particolarmente quelle finanziarie, potevano contrarre prestiti i cui interessi erano deducibili dall’imponibile per costituire… redditi esenti! In questo modo le Banche e le imprese annullavano gli utili e l
imposta sul reddito delle persone giuridiche era la Cenerentola del sistema tributario. L11 ottobre 1984 in Commissione finanze mettemmo in minoranza la DC, chiedendo la fine di questo assurdo meccanismo. Il segretario della DC andò a protestare dal Presidente del Consiglio, che lasciò filtrare una critica al nostro comportamento, poi ripresa il giorno successivo in un articolo sull’Avanti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato. Sempre sull’Avanti del 16 ottobre uscì la replica, firmata da Formica, Ruffolo e da me, nella quale si scriveva:
“Il carico tributario grava in Italia sul lavoro dipendente, ma la struttura delle imposte non facilita né i profitti di impresa né il capitale di rischio. I vantaggi vanno tutti al capitale inerte. C’è di più: c’è il fatto che uno dei trucchi più usati è appunto quello di utilizzare i titoli del debito pubblico per precostituire erosioni dagli imponibili. Ci sono due mercati del debito pubblico: quello di chi può ridurre gli imponibili e quello del risparmiatore che non può. Anche per questo vi è un intervento urgente da compiere sul primo mercato che si giova del debito e lo alimenta, con un sistema peraltro regressivo perché chi ha più possibilità viene più premiato:esattamente il contrario dell’art.53 della Costituzione”. A Montecitorio incontrai Bruno Visentini che si complimentò per l’articolo e mi chiese di mantenere un segreto: aveva parlato con Craxi e pensava di poterlo convincere. Potevo mantenere il segreto con tutti tranne che con Bettino. E lo chiamai. “Quali altri guai mi combini?” Con questo esordio era difficile proseguire con le mie ragioni. E subito aggiunse: “Vieni qui, con il casino che hai fatto sulle barriere architettoniche adesso puoi arrivare senza fare un gradino”. Lo trovai,come sempre, con la scrivania stracolma, dalla quale spuntava l’Avanti di quel giorno. Ascoltò il mio sfogo e aggiunse: “Il Presidente del Consiglio deve tenere unita la maggioranza. Ma il segretario del Partito ti invita ad andare avanti”. E quindi? “Adesso il governo deve decidere e deciderà”. Un mese e mezzo dopo il decreto era fatto. Due anni dopo anche le rendite finanziarie erano tassate: con la discesa dell’inflazione non si pagava più un’imposta patrimoniale occulta,come quella in vigore con l’alta inflazione che dava rendimenti reali negativi. Non si colpiva l’albero, ma i frutti. Tutti gli studi concordano quindi sul fatto che l’esplosione del debito derivava dalla necessità improvvisa di ricorso al mercato determinata dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, dagli elevati tassi di interesse, che erano anche conseguenza delle politiche della Thatcher e di Reagan, ma anche dal mancato adeguamento delle entrate.

Salari realiLa riduzione dell’inflazione comportò la crescita dei salari reali: se osservate il grafico seguente vedrete che all’insediamento del governo Craxi i salari reali erano al di sotto dello zero e successivamente crebbero fino al1992,quando raggiunsero circa il 4% in più.La convinzione diffusa che con Craxi i salari crescevano e i ceti popolari stavano meglio ha una base scientifica.

Infine, l’Italia cresceva, come mostra il grafico seguente. Fossimo quinti o sesti nel mondo, si era inaugurato il periodo del made in Italy e una nuova considerazione veniva riservata ad un Paese che aveva sconfitto il terrorismo, l’inflazione e la crisi. Era cresciuto il debito, ma il deficit annuale era sotto controllo, tant’è che si registravano avanzi primari. Era un problema che si poteva affrontare perché la stragrande maggioranza del debito era detenuta dagli italiani e dunque era possibile redistribuire il reddito. Anche considerando che all’epoca dell’insediamento del governo Craxi la disoccupazione cresceva, ma alla fine di quell’esperienza si vide che anche la disoccupazione poteva essere vinta. Perché, nel frattempo il PIL cresceva, fino a superare il 4% annuo nel 1989.

Variazione PilPrima o poi le verità torneranno tutte a galla. Meglio prima che poi. E siccome Keynes ironizzava sul fatto che nel lungo periodo saremo tutti morti, sarà meglio che, seguendo la replica di Mauro Del Bue ad Augias, ci diamo da fare per ristabilire la verità dei fatti ed almeno una verità tanto poco dichiarata quando molto diffusa:nella storia d’Italia, quando il Partito Socialista era forte gli italiani stavano meglio. E questo non vale solo per l’età giolittiana, per le elezioni del 1919 e quelle del 1946, ma anche per gli anni sessanta e per gli anni del governo Craxi.

Franco Piro

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Commenti all'articolo
  1. Caro Franco, ti ringrazio per questo magnifico articolo. Non posso dimenticare il tuo ruolo di parlamentare e di presidente della commissione Finanze della Camera dei deputati. Continua a collaborare col tuo Avanti.

  2. Carissimo Franco
    Bentornato!!
    Mi sembra di ricordare che l’ultima volta che ti ho visto è stato in Romagna in occasione di un affollatissimo e riuscitissimo appuntamento della “Rosa nel pugno”.
    Come parlamentare ti ricordo anche per la gara che facevi con il compagno Servadei per aggiudicarvi la maglia rosa per il maggior numero di presenze in Parlamento.
    Anche se uno dei due arrivava secondo, primo risultava sempre un rappresentante del PSI !!.
    I tuoi articoli economici sono stati sempre approfonditi e con questa analisi puntuale confermi la tua competenza e una memoria sempre lucida.
    L’avanti ha bisogno di valenti collaboratori come te.
    Riprendi con noi le lotte per la verità contro le menzogne, la distorta propaganda e la demagogia.
    Un abbraccio fraterno da un vecchio compagno che sull’Avanti riesce ancora ad esprimersi e ad avvertire il calore di tanti altri compagni che con i loro commenti e contributi continuano a rendere vitale “la Voce dei socialisti”
    Je suis socialiste

  3. Ottimo, preciso, utilissimo per controbattere la solfa di tutti quelli che attribuiscono a Craxi anche il debito monstre dell’Italia. Grazie.
    Il punto che meriterebbe un approfondimento è quello della lotta all’inflazione che venne combattuta con successo anche con l’abolizione della scala mobile che con il suo automatismo funzionava da moltiplicatore del caro-prezzi.
    I Sindacati, soprattutto la Cgil, (per quelli in buona fede naturalmente) difendevano giustamente dal loro punta di vista il sistema di adeguamento automatico dei salari, ma in realtà il danno che si produceva era di gran lunga superiore al beneficio trimestrale. L’inflazione è la tassa più iniqua che ci sia perché colpisce soprattutto i redditi fissi – salariati e pensionati – intaccando la capacitò di acquisto e con maggior durezza, per ovvie ragioni, le fasce più povere e meno protette della popolazione. Per questo quella di Craxi contro l’inflazione fu una grande battaglia socialista.
    Andrebbe ricordato oggi che si parla a sproposito di ‘deflazione’ come se fosse un pericolo in sé e invece è solo il sintomo di un’economia che arranca. Non ha senso dunque puntare all’inflazione come obiettivo a meno che non si voglia proprio ottenere assieme alla riduzione nominale del debito pubblico anche un’ulteriore compressione dei redditi da lavoro fisso e da pensione. Ma nessuno lo dice…

  4. Giuste osservazioni. La scala mobile innescava aspettative di inflazione anche per il punto unico di contingenza che appiattiva i salari.Per questo Tarantelli propose di ridurne l’impatto, una delle cause che portava le imprese ad adeguare i prezzi prima ancora che si verificasse l’effetto. Dal grafico si vede che i salari reali crebbero proprio per la riduzione dell’inflazione. La vera domanda del referendum era:volete più soldi che valgono di meno? E la risposta fu:no! Il meccanismo delle aspettative funziona in modo ancora più micidiale per la deflazione.Prevedendo una riduzione dei prezzi gli acquisti e gli investimenti vengono rinviati, ma la deflazione innesca riduzione dell’occupazione e del monte salari, minori entrate e conseguentemente aumento del debito pubblico,essendo alcune spese incomprimibili. Un’inflazione 2% annuo innescherebbe aumento della domanda,degli investimenti e dell’occupazione,riducendo il debito pubblico e rendendolo più sostenibile.Per questo bisogna far crescere i redditi bassi e le pensioni minime,che hanno una grande propensione al consumo mentre se si continuano ad ampliare le disuguaglianze si ha l’effetto di ridurre la propensione al consumo e gli investimenti.Draghi cerca di imboccare in ritardo la strada che ha portato gli Stati Uniti ad avere nell’ultimo trimestre una disoccupazione al 4,9%,meno della metà di quella europea. E la disoccupazione spinge i salari sempre più in basso,con il meccanismo che si avvita. Per questo il governo fa bene ad impostare un piano contro la povertà, che va arricchito di più ampie risorse e va sostenuto da un piano straordinario di investimenti nelle zone da cui proviene l’emigrazione.

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