venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Daniela Rocca, la star siciliana tradita dal cinema
Pubblicato il 15-04-2016


Daniela_Rocca_Luna_ParkA differenza di Stefania Sandrelli, che è riuscita a conquistarsi uno spazio nella storia e nei dizionari del cinema grazie al regista Pietro Germi che la fece recitare nel film Divorzio all’italiana, di Daniela Rocca (Acireale 12 settembre 1937- Milo 28 maggio 1995), invece, che in quel film interpretò il ruolo della baronessa Rosalia Cefalù, moglie di don Fefè-Mastroianni, quasi nessuno si ricorda più. Prima di morire a 57 anni, sola e in preda a gravi disturbi che la costrinsero al ricovero in case di cura per malattie mentali, era stata una donna bella e formosa, tanto che nell’estate del 1953 qualcuno, all’insaputa del padre, la iscrive al concorso per l’elezione di Miss Catania, che si svolge al lido Spampinato della Plaja.

Eletta Miss Catania a sedici anni non ancora compiuti, Daniela lascia scontenti i suoi genitori, che per lei hanno in mente altri progetti e perciò vedono la partecipazione a quella gara come un indizio della sventatezza della figlia foriero di disastri e fallimenti: “Se avesse dato retta a mio padre! – dirà anni dopo il fratello Pietro – Ma lei non l’ascoltava.” Daniela, infatti, con una disinvoltura che non ha nulla da invidiare a quella delle coetanee svedesi e inglesi, incoraggiata dal momento storico che registra un significativo miglioramento delle condizioni materiali di vita insieme a un desiderio di emancipazione sociale delle classi meno abbienti, si trasferisce a Roma. Qui lavora come modella e poi, grazie, pare, all’attore Saro Urzì, suo conterraneo, si inserisce gradualmente nel mondo del cinema dopo avere superato una serie di provini che le permettono di firmare un contratto di quattro anni con la Galatea Film. Nel 1955 Daniela Rocca esordisce come attrice nel film di Vittorio Duse Il nostro campione e l’anno dopo il suo nome compare nel cast del film di Franco Brusati Il padrone sono me, ispirato all’omonimo romanzo di Alfredo Panzini. Prima di arrivare a interpretare il ruolo di Rosalia Cefalù, Daniela Rocca compare in una dozzina di film senza storia. In uno di questi, I masnadieri di Mario Bonnard, viene notata dal regista Pietro Germi, allora impegnato nella ricerca di un volto nuovo per il personaggio della moglie tradita in Divorzio all’italiana. Così l’attrice racconta il suo incontro con il regista: “Un giorno andai a mangiare da Gino in via Rasella dove, appartato, in un tavolo d’angolo c’era Pietro Germi. A un certo punto mi fecero sapere che mi cercava. Andai da lui e gli dissi: “Pietro mi sono innamorata di te”. E lui, guardandomi, con un mezzo sorriso, rispose: “Anch’io”. E nacque il grande amore.[…] Il giorno dopo firmai il contratto per Divorzio all’italiana. Il grande amore durò poco più di un anno e fu una storia piena di scenate, un rapporto difficile, perché Germi, anche lui della Vergine come me, duro, caparbio, era molto geloso, aveva un carattere –pater.”

Pur di interpretare la parte di Rosalia, moglie oppressiva e poi vittima del barone Ferdinando Cefalù, la Rocca accetta di farsi imbruttire per poi, durante i provini, dimostrare di essere vocata alla recitazione, perché si cala perfettamente nel personaggio grottesco e antipatico che le viene richiesto, surclassando in bravura Sandra Milo, attrice emergente, anche lei in lizza per quel ruolo. Dopo il successo internazionale ottenuto da Divorzio all’italiana, la Rocca, che ormai guadagna anche bene, pensa di avere sfondato nel mondo del cinema. Invece, inspiegabilmente, dopo quel film produttori e registi non affidano alla giovane catanese ruoli di primo piano e l’attrice vive perciò il suo stare nel mondo del cinema di serie B come una colpa e una condanna che mettono in crisi la sua fragilità psicologica (nella sua stanza al “Jolly Hotel” di Ragusa, dopo una scenata con Germi, la Rocca si scolò una bottiglia di whisky e poi provò a tagliarsi le vene dei polsi), rendendola estranea a se stessa, aggressiva e sempre più infrequentabile. Pietro Germi, che non ama l’ambiente fatuo del cinema, popolato da gente falsa e senza scrupoli, deve averglielo gridato tante volte di non farsi illusioni. Ma Daniela, come ai tempi in cui viveva a Catania e litigava con il padre e il fratello, per perseguire con caparbietà propositi di crescita personale invece che il mito del grande amore e il matrimonio come sistemazione, questa volta scambia il cinico realismo del regista per una limitazione della propria libertà. Traumatizzata dal senso di precarietà che la sua esistenza ha ora assunto, impossibilitata a consolidare la sua immagine, le ambizioni artistiche frustrate riportano l’attrice a una realtà che si rifiuta di accettare e che le procurano forti esaurimenti nervosi che la costringono ad abbandonare le scene. Dopo avere sperperato i suoi guadagni nell’ingenuo tentativo di dirigere e produrre un film che doveva essere intitolato Il peso del corpo, l’ex attrice si lascia andare allo sfacelo fisico e mentale e trova un parziale conforto-rifugio nella scrittura poetica. Daniela Rocca, sebbene pressoché ignorata nei libri di cinema, è stata una figura significativa, perché nei primi anni Cinquanta, ancora giovanissima, ha contribuito a incrinare l’immagine della donna sottomessa alla famiglia, che conduce la sua esistenza eterodiretta all’insegna del “vorrei ma non posso”. Contro la pigrizia di donne e uomini rassegnati e fatalisti, suonano come lucido ammonimento le sue parole che richiamano l’attenzione sul contributo che nella crescita sociale e civile nazionale ha avuto questa ragazza siciliana: “Il cinema non mi ha rovinato, ha soltanto impostato la mia vita in un modo piuttosto che in un altro, ed è andata come è andata. Ma poteva andare male anche se avessi fatto l’indossatrice, l’impiegata o l’operaia. E poi non si deve mai piangere su quello che è stato”

Lorenzo Catania
(Brano tratto dal libro di Lorenzo Catania, Sicilia terra di elezione. Viaggio nel cinema siciliano di Pietro Germi, Algra Editore)

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