domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

De Sanctis, ponte fra giovani e antifascismo
Pubblicato il 04-04-2016


Francesco_de_Sanctis

In un articolo del 1926, scritto in occasione dell’inaugurazione di un busto di Francesco De Sanctis al Pincio, Benedetto Croce  invitava a rileggere gli articoli politici dello studioso irpino pubblicati sul giornale il “Diritto” tra il 1877 e il 1878, là dove rifletteva sul fatto che l’Italia era un paese a regime parlamentare, “ma non ancora nel carattere, nelle abitudini, nell’istruzione”. In quegli anni, a dispetto del mito dell’ “italiano nuovo” radicato nella cultura del primo Novecento e poi di Mussolini e del fascismo, la figura di Francesco De Sanctis, l’educatore liberale che aveva posto con fermezza il problema della decadenza dell’Italia come decadenza della coscienza morale, appariva emarginata dalla cultura ufficiale. È  vero, infatti, che in quegli anni i testi desanctisiani si potevano acquistare per poche lire nelle bancarelle dell’usato sparse nella penisola. Più in particolare, la Storia della letteratura italiana era acquistata dai giovani liceali, che la leggevano e la  studiavano come scelta privata e controcorrente verso i libri indicati dalle scuole. Fu così per Giorgio Amendola, ad esempio, che nel libro autobiografico Una scelta di vita ha scritto: “Scoprii soltanto in seconda liceo la ‘Storia della letteratura italiana’ di Francesco De Sanctis, che mi fece guardare con occhi diversi quelli che a scuola erano presentati come indigesti testi letterari.

Da quel momento la ‘Storia’ di De Sanctis divenne per me una guida non solo culturale, ma anche morale”. Al regista Carlo Lizzani, nel 1939 rimandato in italiano, la lettura di alcuni capitoli della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis era stata suggerita dalla sua professoressa. “Da allora – ha scritto  il regista  – quel libro diventerà la mia bibbia e avvierà quel percorso che mi porterà allo storicismo, a Croce, a Gentile, a Ugo Spirito. E alla scoperta di una miniera preziosa: il catalogo affascinante (proprio perché un po’ sospetto) delle edizioni Laterza, che mi svelerà l’universo dell’estetica, ma anche un’etica diversa da quella del regime.

Allora certo non ne potevo essere consapevole, ma forse è proprio con quel libro che cominciò a profilarsi per me il punto di fuga verso una Storia aperta al futuro”.  Anche nella biografia di  Francesco Rosi l’incontro con l’opera di De Sanctis rappresentò una svolta culturale ed esistenziale e fu determinante nella sua carriera di cineasta, perché lo spinse a concentrarsi sulla realtà e a mantenersi distante da esperienze artistiche pure congeniali alla doppia natura dell’anima napoletana fatta di razionalità e di creatività fantasiosa: “E poi, nel mio caso, c’è la scoperta di Francesco De Sanctis, che in una raccomandazione ai giovani scriveva che la vita è una missione, che bisogna viverla consapevolmente per il raggiungimento dell’arte, della scienza e della morale, insomma di quello che è bello, buono e giusto”. In queste testimonianze biografiche concordi nell’indicare in De Sanctis un maestro ideale, si coglie, in una minoranza di giovani consapevoli, il desiderio di sottrarsi al conformismo del tempo e di essere persone libere che pensano con la propria testa: Mussolini e i suoi gerarchi disprezzavano la cultura, che volevano asservire al governo al potere corrompendo gli intellettuali non recalcitranti e offrendo loro prebende e visibilità. È adombrata, contro il sapere astratto e accademico, un’idea militante della cultura che negli anni dell’immediato dopoguerra produrrà nuovi miti, nuove utopie palingenetiche legate alla Resistenza, destinate a essere condannate alla “non speranza”, come ci ricorda in maniera allusiva Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel romanzo  Il Gattopardo: “Per il momento delle camicie rosse non si parla più, ma se ne riparlerà.

Quando saranno scomparse ne verranno altre di diverso colore: e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire?” La strada per fare dell’Italia un paese veramente rinnovato dopo la catastrofe del fascismo, della guerra e del tragico biennio 1943-1945 era ancora lunga.

Lorenzo  Catania

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