lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dilma verso l’impeachment, resa dei conti a Brasilia
Pubblicato il 14-04-2016


Dilma Rousseff

Quella che agli osservatori internazionali potrebbe sembrare una sofisticata partita a scacchi per l’impeachment di Dilma Rousseff è in realtà da tempo degenerata in una guerra per bande, senza quartiere e senza prigionieri, che ha un solo obiettivo: il controllo della settima economia mondiale, un gigante da 200 milioni di persone distribuite su 8,5 milioni di chilometri quadrati, abbondantissime risorse naturali e strabilianti potenzialità economiche. Una guerra che ha origini profonde e lontane nel tempo, nonostante abbia guadagnato la distratta considerazione della stampa italiana solo in occasione dello spettacolare interrogatorio dell’ex-Presidente Lula.

Il Brasile, inizialmente risparmiato dalla crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’Europa e gli U.S.A., ne ha subito le conseguenze nel lungo periodo. Il colpo di coda della crisi economica internazionale ha infatti colpito Brasilia solo con il relativamente recente rallentamento delle principali economie industriali (e della Cina in particolare) e con il conseguente crollo del prezzo delle commodities, permettendo lo sfogo di spinte e pulsioni a lungo anestetizzate dai travolgenti successi ottenuti dei governi petisti (Partido dos Trabalhadores, PT), che fino al 2010 hanno veleggiato su inattaccabili tassi di approvazione (87% il tasso di approvazione, più che bulgaro, di Lula nel 2010). Quando nel 2013 il consenso nei confronti delle politiche del PT ha cominciato a vacillare, un po’ per la recessione ed i problemi contingenti dell’economia ed un po’ per l’esasperazione di una cittadinanza non più disposta ad accettare i costi di una corruzione endemica da almeno un trentennio, è cominciato un assalto politico, mediatico e giudiziario, se non pianificato almeno coordinato, al sistema di potere costruito dal PT in 12 anni di governo.

Brasilia . I lavori per la coostruzione della barriera metallica destinata a separare i manifestanti pro e contro Dilma, davanti alla sede del Congresso nella Esplanada dos Ministerios

Brasilia . I lavori per la coostruzione della barriera metallica per separare i manifestanti pro e contro Dilma, davanti alla sede del Congresso nella Esplanada dos Ministerios

Il profondo disprezzo che una buona parte dell’elite brasiliana ha sempre covato nei confronti del PT, di Lula (l’ex Presidente e Professore Fernando Henrique Cardoso diceva, poco meno di un mese fa “il Paese non può essere governato da un analfabeta”) e delle masse che questi rappresentano, ha potuto finalmente trovare libero sfogo, mentre pezzi di classe dirigente, a lungo esclusi dalla stanza dei bottoni, hanno fiutato l’occasione unica per appropriarsi dello Stato o di pezzi dello Stato (Petrobras) facendo piazza pulita della compagine governativa e senza dover attendere le lontane elezioni del 2018.

Il pretestuoso ed inconsistente processo di impeachment intentato contro Dilma Rousseff per lo stratagemma contabile delle pedaladas fiscais si inserisce in questo clima di selvaggio assalto alla diligenza. Per le opposizioni, termine da intendere in senso lato, non è stato più sufficiente ostacolare o criticare democraticamente le politiche del governo, ma ne andava assolutamente impedita con tutti i mezzi la durata fino a naturale scadenza. Le 27, ventisette, richieste di impeachment presentate alla Camera contro la Presidente eletta (con l’1,64% e 3 milioni di voti in più dell’avversario Aécio Neves, PSDB) sono la plastica rappresentazione della volontà paragolpista di logorare l’esecutivo fino a sfinirlo ed affossarlo.

Le spettacolari inchieste giudiziarie, che hanno sfiorato con grande clamore mediatico Lula, che non è nemmeno indagato, e cui Rousseff è, ad oggi, totalmente estranea, sono l’ultimo tassello dell’assedio al Palacio de Planalto (sede del Presidente della Repubblica).

In questo clima convulso ed incendiario la Camera dei Deputati si avvicina ad una settimana decisiva per il processo di impeachment a Rousseff, ed è qui che la guerra per bande sta trovando il suo terreno più fertile. La scarsissima fedeltà partitica e l’ambiguità ideologica di tanti deputati, da sempre disposti a cambiare fazione e partito con straordinaria disinvoltura, sono il campo di battaglia su cui combattono la compagine governativa, coordinata da un Lula alla febbrile ricerca di alleati, e le opposizioni allineate dietro al vice-Presidente Michel Temer (PMDB) ed ai maggiorenti del PSDB. Entrambe le parti cercano disperatamente di convincere il maggior numero possibile di deputati offrendo posti di sottogoverno (in un rimpasto dell’esecutivo Rousseff o in un ipotetico governo Temer) ed alleanze elettorali. I numeri (ad oggi, secondo il quotidiano Estadão, i favorevoli all’impeachment sono 332, a soli 10 voti da quelli necessari , mentre i contrari sono 124 e i, decisivi, indecisi 57) favoriscono nettamente le opposizioni mentre Rousseff punta tutto sull’“effetto Cunha-Temer”, sulla riscossa della base petista e sull’appoggio dei parlamentari del Nord e Nord-Est. Cunha e Temer (entrambi del PMDB), rispettivamente Presidente della Camera e Vice-Presidente della Repubblica, sono ritenuti, non a torto, i principali incoraggiatori del processo di destituzione della Presidente, ma nel Paese sta crescendo la disapprovazione verso il loro operato. Cunha è pluri-indagato (tra le altre cose per corruzione e riciclaggio) ed il suo nome è spuntato anche nei documenti dello scandalo Panama Papers, mentre Temer emerge sempre più come un personaggio squallidamente machiavellico, a lungo considerato un vice “decorativo” e pronto a prendere in mano le redini del Brasile con un consenso insignificante (2% stando ai più recenti sondaggi). Il PT spera di convincere più deputati possibili a non salire su un tanto traballante carro dei vincitori, mentre con le manifestazioni di massa i militanti stanno ritrovando l’orgoglio smarrito. Un evento oceanico contro il “golpe”, tenuto da Lula a Rio de Janeiro con la presenza di artisti e intellettuali come Chico Buarque, ha risollevato il morale dei sostenitori del governo, e il tasso di disapprovazione nei confronti della Presidente è rapidamente sceso dal 68 al 61%, livelli comunque ancora estremamente alti. Infine i petisti puntano sul blocco granitico dei deputati delle regioni del Nord e Nord-Est, le zone più povere del Brasile, che si prevede voteranno in massa contro l’impeachment.

Sono ore decisive per l’assetto partitico e democratico del più grande stato sudamericano. Il futuro è reso incerto dall’indeterminatezza e dall’imprevedibilità dei giorni che seguiranno a domenica 17, quando ci sarà la votazione definitiva alla Camera che, prevedibilmente, porterà alla sospensione di Dilma Rousseff.

Nel frattempo i dati che arrivano dai sondaggi raccontano di un Brasile diviso, in cui Lula riesce ancora a farla da padrone, anche se con percentuali ben lontane dai gloriosi giorni della Presidenza, seguito dalla sua Ex-Ministra ed ex-compagna di partito, Marina Silva, al margine delle vicende degli ultimi mesi. Sarebbero ben più lontante le opposizioni registe di questo tentativo di impeachment, che non riescono a convincere gli elettori brasiliani nonostante i continui attacchi di magistratura e mass-media alla coppia Dilma-Lula.

Il futuro del Brasile è nelle mani dei 513 deputati della Camera, che nei prossimi giorni scriveranno una pagina importante di questo grande Paese.

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri FGS

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