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Opinioni e commenti
 

Elezioni in Serbia, rivince Vucic ed è sempre più solo
Pubblicato il 27-04-2016


Aleksandar Vucic

Aleksandar Vucic

Le elezioni parlamentari svoltesi in Serbia lo scorso 24 aprile hanno confermato il netto strapotere del premier Aleksandar Vucic e del suo Partito Progressista. Questa forza di centrodestra, difatti, si è aggiudicata ben il 48% dei voti, distanziando di gran lunga gli altri partiti. Secondo è arrivato il Partito Socialista, fino ad oggi stretto alleato di Vucic, fermo all’11%: è bene ricordare che, nonostante il nome, tale partito ha connotati nazionalisti, tanto da vedersi negato da anni l’apparentamento con la famiglia dei Socialisti europei. Al terzo posto è balzato invece il Partito Radicale di Vojislav Seselj, fresco di assoluzione all’Aja dall’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che, grazie all’8% dei voti, rientra in parlamento, dove darà battaglia con la sua retorica nazionalista. Superano la soglia di sbarramento del 5% anche altre forze di opposizione, tra cui le due forze di centrosinistra, il Partito Democratico e il Partito Socialdemocratico, ferme al 6 e al 5%.

La netta vittoria di Vucic è però macchiata da diffuse accuse di brogli e irregolarità in diverse aree del Paese, nonché da una campagna elettorale monopolizzata dal partito di maggioranza, che può vantare un vasto controllo sui media. Alle accuse delle opposizioni, che hanno richiesto un nuovo conteggio dei voti, si è aggiunta la presa di posizione del Partito Socialista Europeo, che in una nota ha espresso preoccupazione circa il rispetto degli standard democratici nel processo elettorale. Sicuramente, a fronte di questi risultati, nel Paese balcanico emerge uno scenario di chiaro predominio di un unico partito, fondato sul forte successo personale del suo leader.

Con un noto passato di vicinanza a Slobodan Milosevic e a posizioni nazionaliste, negli ultimi anni, da quando cioè ha abbandonato il Partito Radicale per formare una forza più moderata come i progressisti, Vucic ha scelto di portare la Serbia sul cammino dell’integrazione europea. Senza negare lo stretto rapporto con la Russia, il suo governo ha fino ad ora portato avanti le riforme richieste da Bruxelles e ha spinto per un dialogo costruttivo con il governo del Kosovo, ufficialmente considerato dalla Serbia come una propria Provincia, nonostante l’indipendenza unilaterale di Pristina nel 2008. Queste posizioni apertamente filo-occidentali hanno portato Vucic ad essere osteggiato dai nazionalisti ma, al contempo, lo hanno accreditato come uomo delle riforme e del dialogo presso le cancellerie europee, tanto che, a dispetto delle polemiche sulla trasparenza del processo elettorale, il premier ha incassato i complimenti e il sostegno della Commissione europea e dei leader del vecchio continente.

Era stato lo stesso Vucic, d’altronde, a decidere di anticipare di due anni le elezioni, per trarre vantaggio dai sondaggi favorevoli e dalla debolezza delle opposizioni. In realtà, nonostante la netta vittoria, il Partito Progressista non ha registrato il risultato sperato, quello di superare il 50% dei voti, “fermandosi” a confermare il risultato delle scorse elezioni. Resta ora da capire se il premier deciderà di governare da solo o se stringerà una nuova coalizione, magari con i vecchi alleati del Partito Socialista. In ogni caso, la politica della Serbia sembra totalmente monopolizzata da Vucic e dal suo partito: se da un lato il sostegno dei cittadini serbi alla via europea può essere letto in chiave positiva, dall’altro i risultati riflettono anche un pericoloso accentramento di potere, che rischia di nuocere al sistema democratico serbo.
Riccardo Celeghini

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