domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Elezioni. Quanta confusione nel caleidoscopio di simboli
Pubblicato il 26-04-2016


Gabriele Maestri, classe 1983, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, dottore in ricerca in Teorie dello Stato alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre e una grande passione: i simboli dei partiti politici. Negli ultimi anni, infatti, il giovane Maestri, ha scritto ben due libri sull’argomento: “i simboli della discordia”, pubblicato dalla casa editrice Giuffrè nel 2012 ed, in seguito, “Per un pugno di simboli. Storie e mattane di una democrazia andata a male”. Proprio su questo suo originale interesse e sulla valenza, ormai quasi dimenticata, che hanno i contrassegni dei partiti nello scenario politico, abbiamo voluto intervistare il dottor Maestri.

Simboli elettoraliCome le è venuta l’idea di scrivere un libro e, creare un blog, sui simboli di partiti?
La passione, in realtà, nasce molto prima: da bambino, nei periodi delle elezioni, guardavo curioso e divertito quei cerchi riempiti da disegni strani, che in televisione vedevo a colori ma sulle schede erano ancora in bianco e nero (sarebbero passati in technicolor solo nel 1992). Crescendo non ho smesso di essere curioso; dopo la laurea in giurisprudenza (2008) e l’inizio del mio primo dottorato in Teoria dello Stato (2009), ho scelto di occuparmi di simboli anche come argomento di studio, visto che prima non l’aveva fatto quasi nessuno. Nel Gabriele Maestri2012 è nato il mio primo libro giuridico, I simboli della discordia (Giuffrè), incentrato sulle regole da applicare (poche e non chiarissime) e sulle liti in tribunale o precedenti le elezioni. Le storie da raccontare, in realtà, erano ben di più, magari in equilibrio tra il comico e il grottesco e meritavano di avere spazio, anche con le immagini degli emblemi: anche per questo, nel 2014 è nato Per un pugno di simboli (2014, Aracne, prefazione di Filippo Ceccarelli). Infine, visto che la materia simbolica è magmatica, sempre in movimento, serviva uno strumento che ne raccontasse prontamente gli aggiornamenti: per questo, già nel 2012, è nato www.isimbolidelladiscordia.it, per promuovere il libro omonimo (e anche il “secondo nato”, quando è arrivato) e soprattutto per raccontare le nuove puntate sui simboli. Notizie che, a quanto pare, interessano a un certo gruppo di persone: oggi il sito ha quasi 9mila accessi al mese, non pochi per un tema di nicchia.

Copertina libro Per un pougno di simboliCosa rappresentano oggi i simboli per partiti che sono diventati per lo più comitati elettorali?
Innanzitutto, per chi vuole partecipare alle elezioni, i simboli in Italia sono un elemento obbligatorio (dal 1919, per consentire anche agli analfabeti di capire per chi stessero votando): nessuno può presentare liste o candidati, a qualunque livello, senza abbinare loro un contrassegno (la legge lo chiama così). Detto ciò, di certo il valore del simbolo è cambiato molto – lo spiego meglio nella risposta successiva – e a volte rischia davvero di ridursi a un feticcio, a un’etichetta da appiccicare o a una maglia da indossare senza troppo pathos. Anche per questo, se non piace o non fa un bell’effetto, è facile da cambiare.

Campagna elettorale 1948

Campagna elettorale 1948

Oramai i simboli non esprimono più l’identità di un partito e questo genera confusione nell’elettore. Ne nascono sempre di nuovi e molti simboli, avendo caratteristiche simili ad altri, finiscono per risultare poco riconoscibili tra di loro: ma il ruolo dei simboli non è quello, soprattutto, di colpire l’elettore? Dov’è finito il loro fine mnemonico?
I simboli nascono con una natura doppia: raccontano l’identità del soggetto politico richiamandone il patrimonio di idee (come fa il nome di una persona) e lo distinguono dagli altri attori politici, per evitare confusione tra gli elettori (proprio come i marchi commerciali). Ciò dovrebbe far differenziare tutti i segni, ma nella realtà ci sono elementi di disturbo. Sempre più partiti, ad esempio, inseriscono nei loro simboli le tinte del Tricolore, come richiamo all’Italia, aggiungendo a volte l’azzurro, altro colore nazionale (e già qui le occasioni di somiglianze si sprecano). I partiti che si richiamano alla stessa tradizione politica, poi, adottano varianti dei simboli legati ad essa (pensi alla falce col martello per i socialisti e i comunisti, oppure alle rose e ai garofani che spuntano su vari simboli socialisti); le formazioni che sono frutto di scissioni o si proclamano eredi di partiti del passato, invece, fanno di tutto per mantenere il vecchio simbolo o qualcosa di simile (pensi alle lotte dentro e fuori dalle aule giudiziarie che hanno coinvolto lo scudo crociato o la fiamma tricolore). Da ultimo, la maggior parte degli ultimi contrassegni nati, disegnati da agenzie di marketing e non da grafici “interni” come un tempo, non ha più un soggetto riconoscibile (un animale, un fiore, un oggetto…), di fatto manca proprio il simbolo: c’è una somma di testo e colori che di iscritti e simpatizzanti racconta poco o niente. E se pretendere che un contrassegno colpisca l’elettore è troppo, dovrebbe almeno farsi ricordare: oggi è difficile che chi vota – iscritti a parte – si identifichi in un emblema partitico. Forse perché, per i pessimisti, dietro quel cerchietto di 3 centimetri di diametro non c’è (più) granché da ricordare o in cui identificarsi.

Come fanno, ad esempio, gli elettori a riconoscere i loro partiti con simboli che, soprattutto alle elezioni amministrative, cambiano sempre più spesso?
Questo è un problema ulteriore, dettato anche da questioni tecniche. Sotto i 15mila abitanti ogni candidato sindaco può essere collegato a una sola lista: se una persona è sostenuta da più forze politiche, mettere nello stesso contrassegno più di una miniatura di simbolo può essere graficamente sgradevole e creare confusione, quindi si preferisce inventare qualcosa di diverso. In più, di solito, a livello locale hanno molta più presa i progetti civici rispetto a quelli con un chiaro colore politico: anche per questo, spesso i partiti preferiscono cedere il passo a liste civiche – che in molti casi propongono una selva di mani strette o alzate, di monumenti o segni caratteristici del territorio – piuttosto che presentarsi col loro simbolo, che rischia di ottenere meno voti. Certo, questo può dimostrare un radicamento scarso di un gruppo politico nazionale in un territorio, ma paradossalmente la riconoscibilità non è messa a rischio più di tanto: normalmente, nei comuni, per gli elettori contano più le persone delle casacche che portano e si sa perfettamente “da che parte stanno” i candidati. Se però si dovesse fare l’elenco di tutti i simboli che si vedranno nel prossimo turno di elezioni amministrative (che, con 1371 comuni al voto, non è neppure la più numerosa), potremmo superare tranquillamente quota 3000…

Gioia Cherubini

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