lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Esci fori”… ovvero la sinistra
e le elezioni comunali
Pubblicato il 11-04-2016


Mi torna in mente, in questi giorni, un lontanissimo episodio della mia (si fa per dire) vita politica. Erano le elezioni provinciali del novembre 1960. Ed ero stato mandato in un piccolo comune di montagna a predicare il verbo socialista. Cosa che feci, ma senza suscitare particolari emozioni tra i miei ascoltatori (faceva, tra l’altro, un freddo cane). Chi li scosse, nel profondo dei visceri, fu l’esponente locale che parlò dopo di me. Niente voli pindarici ma polemiche durissime contro un altro esponente politico locale (presumo, della Dc) a colpi di “esci fori”; un crescendo culminato con “esci fori ti che ti si fregato anche la legna per i banchi di scuola”.

L’episodio mi scosse un tantino; ma tornando a Roma mi convinsi che si trattava, dopo tutto, di un modo un po’ primitivo di far politica destinato a scomparire ben presto con l’arrivo, anche in quelle lontane plaghe, della Politica con la “p” maiuscola.

Ma forse, o senza forse, mi sbagliavo. Magari ero stato disattento. E non mi ero reso conto che, in quel paesino ci sarebbero state di lì a poco, le elezioni comunali; o che il presunto ladro di legna era anche il candidato di un partito avverso nel collegio provinciale o un sostenitore autorevole del medesimo in quel comune.

E, soprattutto, perso nelle mie fantasie ideologizzanti, non mi ero reso conto che in una collettività, piccola o grande che sia, l’essere informati sull’uso o il cattivo uso di un bene pubblico è un diritto democratico fondamentale.

Per anni, ho considerato questo episodio, con la divertita tenerezza riservata al folklore della politica e della gioventù. Oggi vorrei rendere un omaggio a quel “socialista di paese”; magari sperando che, come accade nei film, sia ancora in grado di recepirlo. Mi sbagliavo. E me ne rendo conto perché assisto, come del resto tutti voi, ad una competizione elettorale – quella per le prossime amministrative – tutta costruita sull’”esci fori”; ma un esci fori che non risparmia nulla e nessuno; perché basato sulla convinzione che rubare, tutto, sia una vocazione irresistibile e generale tale da non risparmiare potenzialmente nulla e nessuno; e che il pagare pegno oppure no sia una semplice questione di tempo e di fortuna.

Ma c’è di più e di peggio. C’è che la metastasi della corruzione comincia ad interessare le stesse fondamenta della democrazia civica: insomma quelle istituzioni locali (comuni, aziende municipalizzate, sindacati, organismi cooperativi) da sempre strutture portanti del processo di costruzione dal basso di un paese più democratico, solidale e giusto. Fino a qualche tempo fa queste istituzioni venivano contestate perché inadeguate a rispondere ai bisogni e alle attese delle persone. Oggi (in particolare nelle grandi città come Roma ma anche in aree sempre più estese del paese) vengono viste come strutture costruite e gestite a uso e consumo di chi “ci sta dentro”. Il tutto in una cacofonia di voci e di accuse in cui sono, di volta in volta, colpevoli e innocenti (“tutti colpevoli, nessun colpevole”), ma il cui esito complessivo è tutt’altro che neutro; ed è, semmai, complessivamente negativo.

Non mi riferisco qui all’esito dell’appuntamento elettorale. Tema su cui, tra l’altro, tutti avranno la possibilità di esercitarsi nelle prossime settimane. Ma ai processi di fondo oggi in atto e che sono destinati ad accelerarsi all’indomani delle elezioni. Parlo dell’ulteriore svuotamento della democrazia civica. Verso il basso per la generalizzazione del disincanto della gente comune di fronte a strutture non solo inefficienti ma anche cieche e sorde davanti ai suoi problemi. A livello locale per la tendenza, apparentemente irresistibile, alla “privatizzazione del pubblico” (gestione del territorio e delle grandi opere, esternalizzazione dei servizi così da sottrarli al controllo sia politico che del mercato. Verso l’alto, con il trasferimento al centro (governo, grandi gruppi privati o pubblici) di poteri, di risorse e di strutture che da sempre erano appartenuti alla periferia. Accompagnata, tanto per non farsi mancare nulla, dal moltiplicarsi dei tagli, con la relativa tendenza ad aumentare i costi per servizi sempre più inadeguati rispetto alle necessità.

Così stando le cose (e le cose stanno così) il silenzio tombale della sinistra sul tema è, oggettivamente grave; ma è, nel contempo, perfettamente coerente con il quadro che abbiamo sommariamente tracciato.

Così, nel caso specifico di Roma, i dirigenti Pd sanno benissimo che Mafia capitale non è la causa bensì la conseguenza del collasso generale dell’amministrazione e del connesso rapporto perverso tra politica e affari; esattamente come sanno, o meglio sentono, che la perdita di credibilità dell’azione pubblica colpisce nel profondo il rapporto storico tra la sinistra e il suo popolo. Ma si guardano bene dal trarre da tutto ciò le logiche conseguenze: perché denunciare apertamente il disastro farebbe fatalmente emergere il loro ruolo preminente nell’averlo determinato.

Alberto Benzoni

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