sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Finanziare i Partiti e…
la Democrazia
Pubblicato il 05-04-2016


È ricorrente il problema del finanziamento lecito della politica: parliamo della politica nei paesi democratici, perché nei regimi autoritari la politica, oltre che “ladra” di libertà, è ladra per sua natura, sfuggendo a controlli democratici e intervenendo dispoticamente nella vita economica.

In Italia nei primi anni Novanta del secolo scorso era stato Bettino Craxi a porre il problema in Parlamento: il sistema democratico è sempre convissuto con il finanziamento irregolare della politica, con finanziamenti che Gianni Cervetti – responsabile dell’organizzazione del Pci nella segreteria di Berlinguer – definiva “aggiuntivi” rispetto a quelli ufficiali inseriti a bilancio o fissati dalla legge. Il problema era che i costi della politica risultavano troppo alti rispetto a quelli finanziati dallo Stato o dall’autofinanziamento degli iscritti: così con una prassi non trasparente i partiti e le loro correnti si muovevano per raccogliere fondi dal mondo economico. Craxi disse che se veniva considerata “criminale” tale prassi, allora tutto il sistema era criminale. Ora, solo degli irresponsabili estremisti potevano considerarlo tale, ma criminale purtroppo venne ritenuto dalla ‘machina’ mediatico-giudiziaria, che portò alla fine traumatica dei partiti democratici che governarono la prima repubblica: “un esito – ha scritto un illustre pensatore democratico come Michele Salvati – che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni”. Si fece una operazione di demonizzazione (ricordiamo l’epiteto “criminale matricolato!”), collegando – segnatamente per Craxi – finanziamento irregolare e corruzione personale, anche se sul punto lo stesso vicecapo della Procura di Milano Gerardo D’Ambrosio aveva sostenuto che “la molla di Craxi era la politica, non l’arricchimento personale”. Ma non interessava: ai leghisti, agli ex-fascisti, agli ex-comunisti, ai “nuovisti” d’ogni risma e colore, sollecitati da un mondo economico-finanziario irresponsabile e da apparati pubblici altrettanto irresponsabili,  interessava estromettere dalla politica il centro-sinistra storico, “far mangiare il rancio in galera” a Craxi e Andreotti; i quali, non casualmente,  finivano per essere considerati da una inchiesta condotta tra gli studenti dell’Università di Perugia “i personaggi più odiosi” di tutta la storia dell’umanità, ponendo solo al terzo posto Adolf Hitler: lo raccontava uno sconsolato Giuliano Zincone sul “Corriere della Sera” del 3 maggio 1995. Possibile? Sì, anche questo è stato possibile!

Per affrontare il problema del finanziamento della politica occorreva riformarne la legge, aumentando i controlli ma anche le fonti, l’entità e le modalità del finanziamento pubblico e privato, come avvenne in altri Paesi europei, presi anch’essi dal problema del finanziamento della politica, e che interessò personalità come Kohl e Mitterand, senza tuttavia creare né traumi istituzionali né sconfessioni dell’alto operato politico di questi statisti. Ma si era in Stati di più alto profilo, che non lasciano alla mercé dei parvenu e dei revanscisti le sorti e il prestigio delle loro istituzioni democratiche.

A proposito di prestigio, ecco che questa lunga premessa ci serve a commentare un fatto di cronaca politica americana, che illustra come lì funziona il finanziamento della politica. Ci sono fondi statali consistenti, ma ci sono parimenti amplissimi finanziamenti privati. E qui si apre il punto sollevato dal candidato democratico socialista Bernie Sanders. In America le fonti di finanziamento della politica devono essere trasparenti e tracciabili: e questo fa la differenza con il finanziamento irregolare della politica italiana, dove né i politici né i finanziatori privati intendevano render noti i reciproci rapporti. Ma dopo sorge il problema: può essere democratica una politica finanziata da potenti lobby o amministrata in prima persona da magnati miliardari che possono soverchiare gli avversari dall’alto della loro potenza finanziaria? Pur dovendo essere tutto trasparente, sarà un sistema politico onesto?

È questo appunto che si è chiesto Sanders, di fronte alla notizia che per partecipare a una cena elettorale della Clinton, i finanziatori dovevano sborsare 33 mila dollari a testa (circa 60 milioni di vecchie lire). “Prezzi popolari” rammenta il “Corriere della Sera” del 29 marzo 2016, se paragonato ad un altro simposio organizzato per sostenere la Clinton dove “occupare un tavolo” costava più di 350 mila dollari (più di 600 milioni di vecchie lire). “Credo che la maggior parte di noi – ha dichiarato Sanders – concordi sul fatto che siano somme oscene… È un’altra prova di quanto sia corrotto il sistema di finanziamento della campagna elettorale”.

Come dargli torto? Ripetiamo, sarà un finanziamento trasparente, ma davvero sfacciato, profondamente iniquo, dove la potenza del denaro privato fa la differenza fra i contendenti. Quelle cifre sopracitate, si badi bene, rappresentano una parte insignificante di tutto il traffico finanziario che industrie e privati riversano nelle campagne elettorali americane: secondo i dati forniti dall’istituto di ricerca indipendente Center for Responsive Politics i costi delle ultime presidenziali del 2012 ammontano ad oltre 6 miliardi di dollari, oltre 10.000 miliardi di vecchie lire, cifre che rendono ridicolissime quelle del finanziamento irregolare della politica europea e italiana, attorno alla quale si sono accanite altrettanto ridicolmente i cacciatori della “madre di tutte le tangenti” che volta a volta si reputava di aver individuato (quella Enimont, che pareva inarrivabile, ammontava a 150 miliardi di lire… lontanissima – ‘si parva licet componere magnis’ – dai sopracitati 10.000 miliardi: magari trasparentissimi, per carità, ma sempre una montagna contro un topolino). Ci sarà una soluzione? Certo, lo stato delle cose non depone a favore del prestigio della democrazia americana, che in questo campo non può proprio dare lezioni. E allora cosa resta di insegnamento per noi?  In Italia si dovrebbe fare proprio viceversa di quello che si sta facendo: maggiori controlli e trasparenza più alta da un lato, ma – dall’altro – anche più alti finanziamenti e più adeguati sostegni pubblici alla politica democratica, con pari condizioni di accesso ai mezzi mediatici; altrimenti prevarranno coloro che fanno politica con la potenza economica o con le urla populiste propalate da nuovi e vecchi “media”, che cavalcano vantaggiosamente ogni onda emotiva. E sarà la fine della politica democratica, l’unica buona che conosciamo.

Nicola Zoller

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