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Opinioni e commenti
 

Germi anticipa il cinema “civile” contro la Mafia
Pubblicato il 05-04-2016


germi in nome della leggeGiudizi superficiali sul film di Pietro Germi “In nome della legge” da parte dello scrittore Andrea Camilleri, del magistrato Roberto Scarpinato e dello studioso di criminalità organizzata Antonio Nicaso, autore del recente libro Mafia (Bollati Boringhieri, 2016).

Qualche anno fa era stato lo scrittore Andrea Camilleri, intervenuto sul rapporto mafia-letteratura e mafia-cinema-tv (si veda su “La Stampa” del 23 agosto 2008 l’articolo Mafia parole da non dire), a stigmatizzare il film di Pietro Germi In nome della legge (1949), perché colpevole, “romanzando” la mafia, “di nobilitare, anche non volendolo, le figure dei boss”. In maniera più articolata, quanto impietosa, sul film di Germi si era espresso il giudice Roberto Scarpinato nel saggio Mafia in cerca d’autore, apparso sul numero 9/2014 della rivista “Micromega”: “Con il film In nome della legge Germi, genovese completamente ignaro della realtà mafiosa[…]cade inconsapevolmente vittima della trappola culturale del suo tempo: I mafiosi vengono raccontati nel film come immersi nel mito: fuorilegge ma anche giustizieri, uomini d’ordine con un proprio codice d’onore, e con un rigoroso rispetto per gli avversari che sanno combattere lealmente. Milioni di italiani nel buio delle sale cinematografiche introiettano così negli anni Cinquanta come verità la favola sulla mafia costruita dal potere costituito e veicolata da un insospettabile come Germi. Una favola western ambientata in Sicilia con un epilogo utopistico e consolatorio: il capomafia che si toglie il berretto di fronte al giovane magistrato coraggioso e con tono da John Wayne esclama: ‘È ora di rientrare nella legge’“. Più di recente Antonio Nicaso, esperto di criminalità organizzata a livello internazionale e docente di Storia delle organizzazioni criminali, nel recente libro Mafia (Bollati Boringhieri, 2016) dedica alcune righe al film In nome della legge, tratto dal romanzo Piccola pretura del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo. Nel suo libro Nicaso rinnova l’accusa a Germi per essere stato indulgente verso la mafia e gli rimprovera l’ambigua stretta di mano finale tra il boss Passalacqua e il pretore Guido Schiavi”.

A leggere in particolare le ultime parole di Nicaso, si ha l’impressione che questi da anni non rivede il film di Germi, perché in In nome della legge non c’è nessuna stretta di mano fra il giovane pretore impersonato dall’attore Massimo Girotti e il capomafia massaro Turi Passalacqua che ha il volto dell’attore Charles Vanel. Camilleri, Scarpinato e Nicaso invece di inquadrare il film nel contesto storico che lo ha visto nascere e di mettere in risalto accanto agli elementi più vecchi e superficiali quelli più realistici, nuovi e profondi (nella Sicilia dell’immediato dopoguerra c’è la miseria, c’è la mafia, ci sono ancora i baroni che tentano di corrompere i magistrati e quando non ci riescono minacciano di fare ricorso ai loro referenti politici che stanno a Roma), dimenticano di dire che quando apparve sullo schermo In nome della legge da noi non c’era la televisione, nelle case degli italiani la lettura dei giornali e dei libri non era un’ abitudine diffusa e pochissimi conoscevano la parola mafia. Allora il cinema era una finestra sul mondo e spesso raccontava meglio della letteratura e del teatro la società italiana e i lenti cambiamenti in corso. Attraverso film non esenti da approssimazioni, ingenuità e contraddizioni, il cinema ci faceva capire chi siamo e da dove veniamo. Ci rivelava problemi e realtà che magari molti non sentivano vicini ma che pure esistevano. “La mafia – ha dichiarato Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, ucciso dalla mafia in un tratto dell’ autostrada Punta Raisi-Palermo – prima, non sapevamo cosa fosse. L’unica volta che ne parlammo in famiglia, quando abitavamo in via Castrofilippo, ricordo che fu in coincidenza con l’ uscita del film In nome della legge. Ma anche in quel caso si rivelò un discorso su un problema che non sentivamo vicino a noi”.

Il film di Pietro Germi (racconto dell’esperienza del pretore Guido Schiavi mandato in un paesino siciliano a rappresentare la legge e contemporaneamente impegnato a combattere gli intrallazzi di un potente latifondista e la mafia locale agli ordini di massaro Turi Passalacqua) è un’opera dalla struttura narrativa originale rispetto al romanzo mediocre e ambiguo di Lo Schiavo, animata da forte impegno contro la mafia e anticipatrice del cinema “civile” che si svilupperà in Italia negli anni Sessanta. Nella trasposizione cinematografica, ad esempio, il riconoscimento reciproco tra il capomafia massaro Turi Passalacqua e il pretore Guido Schiavi (che anni dopo ispirerà certe pagine del romanzo di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta, dove si fronteggiano il mafioso don Mariano Arena e il capitano dei carabinieri Bellodi, fedele alle istituzioni) è funzionale alla rappresentazione di un incontro-scontro tra due personalità forti che esprimono punti di vista e valori di riferimento molto diversi.

Uno, il capomafia, apparentemente uomo giusto e leale, paternalista, in realtà inflessibile e abituato a praticare la violenza. L’altro, il rappresentante della legge, uomo solo e determinato a raddrizzare le storture e le ingiustizie di una società spietata con i deboli e a fare prevalere i poteri dello Stato senza i quali non c’è vera democrazia. Il confronto che si delinea fra questi due personaggi è abilmente utilizzato dal regista per vanificare le ragioni del mafioso e fare emergere e poi mettere in risalto l’intransigenza etico-civile del pretore che, opponendosi a una borghesia e a un ceto latifondista corrotti e ambigui così come all’arroganza della mafia e ai suoi riti anacronistici e selvaggi, cerca di restituire dignità, diritti civili e fiducia a un popolo da secoli abituato a vivere nella condizione del suddito.

Lorenzo Catania

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Commenti all'articolo
  1. ottimo commento per un film splendido. il film è perfetto ed il Pretore non ha cedimenti, mai. lo sguardo finale con Turi è ambiguo e sorprende, ed induce gli anti socialdemocratici ad insorgere, ma invero dobbiamo interpretare quello sguardo come una mossa astuta di Turi, unilaterale, che capisce di dover a volte accettare la presenza dello Stato per poter sopravvivere perché, altrimenti, cercando lo scontro potrebbe anche perire. Quello sguardo non è un’intesa, affatto. Quello sguardo non significa che il Pretore farà sconti alla mafia, significa che la mafia cercherä di adeguarsi per sopravvivere e gestire finché potrà e contenderà allo Stato la gestione del territorio puntando sul consenso.

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