sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I Panama papers fanno
‘ballare’ David Cameron
Pubblicato il 08-04-2016


David CameronIl premier islandese David Gunnlaugsson si è già dimesso, il presidente argentino Mauricio Macri è sotto inchiesta e potrebbe seguirlo a ruota, la francese Marine Le Pen potrebbe per questo rinunciare anticipatamente alla corsa delle presidenziali, ma la vittima più illustre dei Panama papers – le carte segrete dello studio Mossack Fonseca specializzato in conti off shore – per il peso politico del suo Paese, potrebbe essere domani il premier britannico David Cameron.
Mentre infatti la pubblicazione dei conti segreti dei dittatori non sembra produrre per il momento effetto alcuno in Russia come in Cina, solo per citare i due più importanti, il colpo si avverte benissimo nelle istituzioni dei Paesi democratici.

La tardiva ammissione del premier britannico che davvero possedeva delle quote della società offshore del padre rivelata dalle Panama papers, sta provocando una tempesta politica.
Dall’opposizione i laburisti lo accusano di essere un grande ipocrita visto che aveva promesso di guidare la lotta contro gli evasori fsicali e invece era in prima fila a sottrarre guadagni cospicui di decine di migliaia di sterline incassati tenendo il tutto ben nascosto in un investimento offshore. Lui stesso ha organizzato il mese prossimo una conferenza internazionale a Londra proprio per cercare di raggiungere un accordo su regole più severe a livello globale per combattere l’elusione fiscale e negli ultimi anni ha più volte criticato i vari sistemi per evitare di pagare le tasse in Gran Bretagna dichiarando che «anche se legali sono moralmente sbagliati».

Dopo aver cercato per giorni di minimizzare il problema, Cameron a ieri sera ammesso almeno parzialmente la sua colpa ovvero di avere avuto delle quote di Blaimore Holdings, il fondo di investimento offshore creato dal padre. Le quote, acquistate per 12mila sterline – ha spiegato in tv – sono state poi vendute per 31mila sterline nel 2010, subito prima dell’ingresso a Downing Street, proprio per evitare problemi e che su quei profitti ha regolarmente pagato le tasse.

Cameron insiste di non ‘aver nulla da nascondere”, ma Tom Watson, numero due del partito laburista, ha definito “inaccettabile” quanto ammesso dal premier: “Non regge e porterà ad altre domande dettagliate nei prossimi giorni e nelle prossime settimane sui suoi affari finanziari e su come li ha gestiti” mentre un deputato laburista, John Mann, ne ha già chiesto le dimissioni con un tweet, dichiarando che Cameron «non ha scelta… quello che vale per il premier islandese vale anche per lui».

Ieri Cameron ha anche rivelato di avere ricevuto 300mila sterline di eredità dal padre, ma di non sapere se sia stato denaro guadagnato con gli investimenti offshore, ma le rivelazioni dei Panama papers arrivano in un momento delicatissimo per lui perché si sta giocando il suo futuro politico, e il ruolo della Gran Bretagna in Europa e nel mondo, con il referendum del 23 giugno per l’uscita dall’Unione Europea. È stato proprio lui a volere il referendum per arrivare a Dowing Street tentando così di scavalcare gli euroscettici che sono anche nel suo partito. In caso di Brexit, a questo punto le dimissioni sarebbero inevitabili.

Quanto all’Italia, nella lista oltre a Luca Cordero di Montezemolo, Donaldo Nicosia e Jarno Trulli ci sono per lo meno altri cento italiani e tra questi volti noti dello spettacolo, come l’attore romano Carlo Verdone, e la conduttrice di punta di Canale 5 Barbara D’Urso, ma anche lo stilista Valentino Garavani. Secondo L’Espresso, il settimanale che assieme ad altre testate di tutto il mondo sostiene lo sforzo investigativo sui Panama papers, Verdone risulterebbe titolare di una offshore registrata a Panama, la Athilith Real Estate. Valentino, con il socio Giancarlo Giammetti, è invece associato a due sigle delle Isole Vergini britanniche, la Jarra Overseas e la Paramour finance. Barbara D’Urso, nella lista Maria Carmela D’Urso, “risulta come ‘director’ della società Melrose Street Ltd, registrata nel 2006 alle isole Seychelles”.

Tutte le persone coinvolte hanno ovviamente smentito e minacciano cause legali mentre la Guardia di Finanza si prepara a raccogliere il materiale per verificare se le persone coinvolte abbiano o meno aderite alle sanatorie fiscali e, naturalmente, se corrisponde al vero quanto emerge dalle carte panamensi.

Il presidente russo Vladimir Putin bolla lo scandalo come un tentativo inventato dalla Cia per destabilizzare la Russia, ma comunque sarebbe in buona compagnia visto che nelle liste compaiono anche i nomdi dei familiari di Mao e le rivelazioni rischiano di creare grandissimo imbarazzo a Xi Jinping che ha fatto della lotta alla corruzione la priorità della sua presidenza.
Secondo il quotidiano britannico The Guardian, nei documenti dello studio Mossack Fonseca ci sono anche i nomi di familiari di otto fra i più importanti dirigenti del Partito comunista cinese.
In realtà, come buona parte delle centinaia di casi che vengono chiamati in causa dai documenti dello studio legale panamense, in molte aziene non c’è nulla di illegale in sé, ma si sospetta che possano essere state usate per riciclare denaro o evadere il fisco.

Comunque è bene ricordare che lo Stato di Panama è soltanto una delle “fabbriche” di società offshore e che quello Mossack Fonseca è solo uno degli studi legali presenti nel Paese. Insomma i Panama Papers, capaci di tanti sconquassi, sono solo una piccolissima parte di un fenomeno gigantesco che ha consentito fino a oggi di occultare circa 34 mila miliardi di dollari di denaro di oscura provenienza, denaro che sarebbe in grado di rimettere a posto i conti di tutti i Paesi occidentali finiti in rosso con la crisi del 2008.
È questa la partita vera che dovrebbero giocare i governanti dei Paesi democratici, non solo a parole, con chiacchiere e promesse, ma implementando veramente la trasparenza e lo scambio automatico di informazioni per contrastare l’opacità dei centri finanziari offshore e combattere seriamente l’evasione e l’elusione fiscale.

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