domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I SOCIALISTI DOMANI
Pubblicato il 16-04-2016


ugo intini apre

L’intervento di Ugo Intini

Oggi parlerò non dell’orgoglio per il passato, ma del futuro. E dirò alcune cose che a me sembrano vere, ma che possono non essere piacevoli da ascoltare.

Il vicepresidente della Banca federale americana Alan Blinder nel 2001 scriveva. “Gli storici diranno che la caratteristica principale di questa epoca è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. Da allora, è accaduto di peggio e di più. Il liberismo senza freni che aveva prodotto lo “spostamento senza precedenti di denaro e potere” ha causato con la sua arroganza dissennata la catastrofe finanziaria del 2007, dalla quale non ci siamo ancora ripresi. Una catastrofe-calcolano gli economisti-che ha bruciato ricchezza pari a quella distrutta dall’ultima guerra mondiale. E che ha allargato ancor di più in tutto l’Occidente (nel solo Occidente) la distanza tra ricchi e poveri.

Il liberismo è stato senza freni per l’ovvio motivo che i freni sono stati logorarti e distrutti. E i freni si chiamano “politica” con la P maiuscola. Politica solidale, ovvero, in Europa, politica socialdemocratica. Esattamente quella politica socialdemocratica che è profondamente in crisi dappertutto e che solleva pertanto il grande dibattito, oggi in pieno svolgimento, sulla “rosa appassita”. A mio parere, la rosa è appassita (in Europa, attenzione, soltanto in Europa, come ieri ci ha spiegato Luis Ayala) soprattutto per quattro ragioni. Primo. Per combattere il comunismo, occorreva dimostrare che il libero mercato produce non soltanto più efficienza e ricchezza, ma anche, grazie alla politica, democrazia vera e giustizia sociale. Crollato il comunismo, il potere economico non ha più avuto bisogno della politica, anzi, ha puntato, oltre che sullo Stato minimo, sulla “politica minima”. Li sentiamo strepitare nei talk show dove non siamo invitati i politici minimi della politica minima. Secondo. Tutto è diventato globale. L’economia, la cultura, lo spettacolo, lo sport, l’immigrazione, il crimine e soprattutto, infine, il terrorismo. Soltanto la politica è rimasta inchiodata nei confini nazionali ed è diventata perciò ininfluente, anzi, ridicola. Terzo. La politica della sinistra ha perduto una parte del suo appeal verso i ceti popolari perché tutti hanno capito che i governi non sono più in grado di ridistribuire il reddito. Anzi, faticano a tenere in piedi lo Stato sociale. La sinistra ha perduto appeal perché accetta (giustamente, anzi inevitabilmente) l’immigrazione, che però colpisce soprattutto le classi a basso reddito. Il ricco vede infatti l’immigrato come un servitore o un manovale a basso costo. Il povero lo vede come un concorrente nei servizi sociali, nel lavoro e come un vicino di casa scomodo.

D’altronde, la solidarietà è il valore principale della socialdemocrazia. Ma è un valore più difficile da coltivare nelle società multietniche. Si è solidali più facilmente con chi ha la tua stessa origine e tradizione. Ed è anche per questo che negli Stati Uniti socialismo e solidarietà hanno sempre ceduto il passo all’individualismo. L’Europa degli immigrati si va americanizzando.

A tutto questo si aggiunge la crisi della politica democratica in generale, non solo socialdemocratica, ma anche conservatrice. Persino negli Stati Uniti, dove normalmente gli anticorpi sono più forti. Diciamo la verità. Le elezioni americane sono con Trump una fiera dell’orrore. Con la Clinton (che pure è professionale e credibile) sono quella che qualcuno potrebbe definire una fiera delle tangenti. Perché Hillary è la regina di denari in una campagna che costerà dai 3 ai 10 miliardi di dollari. Dollari versati non da filantropi, ma da aziende che pagano per avere qualcosa in cambio. In America si chiamano donazioni. I magistrati italiani li chiamano –appunto- tangenti, o traffico di influenze, o voto di scambio. Io li chiamo investimento lobbista. E in effetti la democrazia americana è sempre più governata dalle lobbies. Esattamente come dice Bernie Sanders il quale ha 74 anni ma è il candidato più seguito dai giovani, a dispetto dei teorici della rottamazione. Il quale ama definirsi socialista, a dispetto di chi in Italia ( e solo in Italia) non osa neppure più pronunciare una parola considerata obsoleta. Il socialismo ha tante vite. La rosa è appassita in Europa, ma forse una nuova rosa è sbocciata in Vermont

La crisi delle democrazie- ché di questo si tratta- è anche una crisi di idee e di personalità, avvertita in Italia prima e peggio che altrove. Non per caso. L’Italia è stata – non dimentichiamolo- il Paese occidentale inventore del fascismo. L’Italia è stata l’unico Paese occidentale dove il comunismo si sia sviluppato e sia diventato culturalmente egemone con un consenso popolare spontaneo. L’Italia è storicamente il ventre molle delle democrazie. Anche per questo stiamo peggio di tutti.

Diciamo la verità. Le unicità italiane non riguardano solo il passato. Riguardano il presente, condizionano il futuro e sono tante. L’Italia è l’unico Paese occidentale dove un sistema democratico è stato cancellato dall’azione della magistratura. È stato cancellato nel 1993, ormai 23 anni fa, Per passare dalla prima alla seconda Repubblica. Che però non è mai arrivata. Non mi stancherò mai di dire che per oltre un ventennio (l’intera durata del regime fascista) abbiamo avuto non un regime, ma il nulla. La Repubblica del nulla e del ventennio perduto. L’Italia è di conseguenza, ed eccoci al presente, l’Italia dei casi unici. Siamo l’unico Paese occidentale dove manca la certezza del diritto. L’unico dove un cosiddetto conflitto tra poteri dello Stato (legislativo e esecutivo contro potere giudiziario) si trascina irrisolto. Il film è incredibilmente sempre lo stesso. Rispunta persino, con Davigo presidente dell’Associazione Magistrati, un primo attore di 23 anni fa’. Ricordo un solo caso in cui una tecnocrazia autoritaria ha tenuto sotto occhiuta tutela le istituzioni democratiche per decenni: il caso dei generali turchi. Ma anche quello è finito. Per la verità, la tutela italiana non ha funzionato. Siamo infatti l’unico Paese occidentale dove almeno tre regioni sono inquinate da tre reti del crimine organizzato: mafia, ndrangheta e camorra. L’unico dove l’evasione fiscale abbia superato i 120 miliardi di euro all’anno, raggiungendo livelli percentuali messicani. L’unico (andate a vedere a Washington il museo delle News ospitato in un grattacielo) dove la piena libertà di informazione sia messa in dubbio dalle organizzazioni internazionali di controllo. Siamo l’unico Paese occidentale dove le stesse organizzazioni internazionali denuncino una corruzione a livello africano. Ma sostanzialmente impunita, nonostante la retorica. Perché l’Italia non è certo più virtuosa della Germania, ma ha un numero di detenuti per reati economici che è 35 volte inferiore a quello delle carceri tedesche.

Ho già elencato sei casi indiscutibilmente unici. Ma si aggiungono almeno tre unicità del nostro sistema democratico, che comincia a scricchiolare. Siamo l’unico Paese dove le leggi elettorali si cambiano non ogni mezzo secolo ma quasi a ogni legislatura. Portando i cittadini a pensare che chi può vuole vincere cambiando le regole del gioco mentre la partita è in corso. Siamo l’unico Paese dove la maggioranza assoluta della Camera è detenuta da un partito che è stato votato dal 18, 47 percento degli aventi diritto. 9.122.000 voti in meno degli italiani che votarono nel 1992 per il quadripartito guidato da Craxi e Forlani. L’unico Paese dove i cittadini antisistema (estrema sinistra, più Grillo, più Salvini) sono ormai la quasi maggioranza degli elettori e (se si conta l’astensionismo dal voto) la stragrande maggioranza della popolazione. C’è da essere allarmati per il livello di rappresentatività delle nostre istituzioni democratiche.

Se lo sviluppo economico è da anni la metà di quello (già miserabile) dell’Europa, lo si deve alle troppe unicità italiane prima ricordate. Causa ed effetto l’una dell’altra. Non certo al fatto che il ministro –appunto- dello sviluppo economico sia stato sino a ieri una statista come la Guidi. La farsa ha avuto se mai un valore simbolico. Perché la Guidi ministro non era nient’altro che un messaggio simbolico. Il messaggio caro al nuovismo e alla antipartitocrazia. Caro ai media (di proprietà dei loro papà) che hanno costruito per l’Associazione dei Giovani Industriali l’immagine del brillante futuro e per il sindacato quella del grigio passato. Dicono che l’Associazione dei Giovani industriali e la Confindustria da una parte, il sindacato dall’altra, sono entrambi delle lobbies. Può darsi. Ma i socialisti continuano a preferire il sindacato.

Da tempo, cerco di usare gli insegnamenti della tradizione socialista per definire con uno slogan, corrispondente al titolo di un libro, le novità del nostro tempo. Con il titolo “la democrazia virtuale”, ricordavo nel 1995 che la democrazia (da Berlusconi in poi) si basa ormai non sulla realtà vera, ma sulla realtà virtuale, ovvero sulla immagine deformata della realtà creata dai media. Temo sia accaduto. Con il titolo “la privatizzazione della politica”, osservavo nel 2001 che, crollato il comunismo, al potere economico non bastava più privatizzare l’economia: voleva privatizzare anche la politica, assumendone il controllo diretto. Temo proprio che sia accaduto. Con il titolo “la politica globale”, insistevo nel 2006 sulla necessità che la politica diventasse globale come tutte le attività del mondo, pena la sua sostanziale sparizione. E pena il trionfo dei paradisi fiscali. I Panama papers non dicono niente di nuovo. Nel libro del 2001, scrivevo. Il risultato dell’accoppiata globalizzazione- concorrenza fiscale tra gli Stati consiste in imposte sempre più leggere per i fortunati che possono spostare i profitti in giro per il mondo, sempre più pesanti per i disgraziati che rimangono intrappolati all’interno dei confini nazionali. Il vertice della FIAT (non era ancora arrivato Marchionne a spostare addirittura la sede ad Amsterdam) sa come sfuggire alle imposte nella legalità. Mentre le multinazionali stanno al di sopra, le persone fisiche, vengono spinte nell’infermo fiscale, ma anche qui esistono gironi diversi. In alto stanno i professionisti che dispiegano ( o fingono di dispiegare) il proprio talento nel mondo: dal famoso attore allo sportivo di successo, spesso riparati, tra l’altro, da ombrelli societari. Più in basso, stanno i professionisti e imprenditori irrimediabilmente legati al proprio Paese. Ancor più in basso, si dibattono gli artigiani e i piccoli commercianti. In fondo alla piramide, più indifesi di tutti, i lavoratori dipendenti”.

Ed ecco i Panama papers che confermano tutto e di più. Ma sono soltanto la punta dell’iceberg. Quella illegale. Sotto sta la montagna dell’evasione legale. Che la politica diventata minima e provinciale neppure vede. La montagna che è pari al prodotto nazionale lordo di Stati Uniti e Giappone messi insieme. Ne ha parlato ieri Nencini con efficacia. Il “fiscal divide” (la divisione tra chi paga le tasse e chi no) è il primo problema.

In questi giorni, sta per uscire il mio nuovo libro, pubblicato con la prefazione di Giuseppe de Rita. Con un nuovo slogan. Le unicità prima ricordate non sono le sole. Se ne aggiunge un’ultima, più grave (temo) di tutte le precedenti messe insieme: l’Italia ha un record di vecchiaia nel mondo. Lo slogan (e il titolo) del libro è “dalla lotta di classe alla lotta di classi di età?”. Si. In Italia prima che altrove c’è il rischio che la tradizionale, obsoleta lotta di classe, sia sostituita dalla lotta di classi. Di classi di età: giovani contro vecchi e viceversa. I primi segnali sono le polemiche sulla rottamazione, sulle pensioni, sul lavoro conteso tra le generazioni. Il record di vecchiaia può diventare una chiave di lettura che spiega molto di quanto accade in Italia. Cominciando dall’economia, si può osservare che certo la vecchiaia non è mai stata un motore per l’innovazione, i consumi e lo sviluppo. Noi siamo cresciuti nella continuità e nell’affetto tra le generazioni. Non nella lotta tra generazioni. Il socialismo è sempre stato una staffetta. Una staffetta tra anziani e giovani.

Abbiamo un record di vecchiaia nel mondo e per di più i giovani, che sono troppo pochi, hanno a loro volta un record europeo in Europa e nell’Occidente avanzato: quello della disoccupazione. Oltre il 40%, contro ad esempio il 7,6% della Germania. Sciupiamo la nostra risorsa più scarsa e potenzialmente più preziosa. Ma la sciupiamo ancor prima che i giovani cerchino lavoro. La sciupiamo mentre sono a scuola. Perché i nostri giovani detengono in Europa e nell’ Occidente avanzato un altro record. Hanno la più bassa percentuale di istruzione superiore: meno della metà che in Gran Bretagna e Francia. Sciupiamo la risorsa dei giovani e anche quella delle donne. Perché l’occupazione femminile in Italia è ormai inferiore a quella dell’America Latina (23,5 punti percentuali in meno che in Germania). Le donne italiane sono quelle che  al tempo stesso lavorano meno e fanno meno figli. E questa è una emergenza nazionale.

Vogliamo parlare di tutto questo? Penso di sì, perché da sempre i socialisti hanno affrontato con meno ipocrisia degli altri i temi scomodi.

E qui torniamo ai socialisti. Anche, inevitabilmente, al che fare per i socialisti. Abbiamo sempre detto. Primum vivere, poi filosofare. Io faccio il militante leale e seguo qualunque scelta il partito compia. Mi fido. E non so suggerire alternative tattiche, anche perché non frequento gli addetti ai lavori e, come si suol dire, “non sono in palla”. Come ho fatto anche in questo intervento, mi occupo del “filosofare”, che anche ha la sua importanza. Ma posso farlo, ad esempio davanti a questa platea di compagni, perché i dirigenti del PSI l’hanno radunata qui, perché hanno assicurato il primo vivere. Perché il PSI nonostante tutto c’è, nelle istituzioni e in Parlamento. E ci lavora al meglio. Del primum vivere, vi sono grato. Fate tutto quello che è tatticamente utile e possibile perché la vita del PSI continui.

Non è facile. E tuttavia il PSI deve vivere. Ignazio Silone scriveva sull’Avanti! della Roma appena liberata, nel 1943. “Il popolo italiano ha più bisogno di verità che di dollari e sterline”. Anche oggi. Veniamo da un disastro non materiale, come allora, ma politico e morale. Per uscirne l’Italia ha bisogno innanzitutto di verità. Anche le verità che ho appena elencato, che nessuno dice e vuole sentire. Dire la verità, se necessario da soli, se necessario a futura memoria, è il primo compito dei socialisti. Dobbiamo dire la verità anche sul passato, perché un grande compito per il PSI è quello di preservare per le future generazioni una storia gloriosa. Dobbiamo trarre da questa storia insegnamenti che sono oggi di straordinaria attualità. Se Turati chiedeva nel 1896 l’unità politica dell’Europa, come spesso ricordiamo, essa è proprio in questo momento la prima delle necessità. Nel 2050, gli europei saranno il 5% della popolazione mondiale, gli italiani lo 0,5%. Soltanto un mentecatto può immaginare che una singola Nazione europea possa contare qualcosa a livello globale senza l’unità politica dell’Europa. Turati chiedeva anche, per un futuro più lontano, gli Stati Uniti del mondo. E il tempo si avvicina. Perché il terrorismo ci ha dato la sveglia. Non c’è sicurezza per nessuno, senza una difesa che non può essere più nazionale e neppure europea, ma mondiale.

Concludo. Gli europei –si diceva- saranno il 5%. Ma è dunque davvero importante che continuino a contare? È’ proprio importante che si parli ancora della storia socialista? Una semplice domanda. Dove vengono applicati, contestualmente, i principi di libertà individuale e solidarietà sociale? In Europa e nella sola Europa. Un’altra domanda. Grazie a chi si sono realizzati, contestualmente, questi principi? Grazie ai socialisti europei. Grazie ai nostri padri e nonni socialisti. Se lo ricorderemo con chiarezza, basterà questo per dare al primum vivere dei socialisti un significato profondo. E per preparare la battaglia decisiva. Perché i casi sono soltanto due. O renderemo universali i diritti conquistati dai socialisti in Europa. O l’Europa smetterà di essere economicamente competitiva e li perderemo anche noi. Globalizzata l’economia, bisogna globalizzare anche i diritti individuali e sociali. Una nuova generazione di socialisti ha il suo compito. Ed è un compito urgente. Perché, come dice lo slogan congressuale, “il futuro è adesso”.


L’intervento di Mauro Del Bue 

Mauro Del Bue apre

Mauro Del Bue

Sulla Laguna, nel 2013, al governo c’era Letta e oggi c’è Renzi. Alla guida del Pd c’era Epifani e adesso c’è Renzi. Il Pd era fuori dal socialismo europeo e Sel sembrava in procinto di entravi. E’ successo il contrario. C’era Napolitano e oggi Mattarella. C’erano tre mozioni e oggi una sola perché i dissidenti, contravvenendo al famoso detto di De Coubertin, hanno preferito non partecipare piuttosto che perdere. Noi siamo ancora qui come una piccola comunità di resistenti che appartiene alla storia italiana e intende lanciare un progetto di unità dei socialisti e dei liberali. Siamo qui innanzitutto per esaltare le nostre diversità. Ricordiamole innanzitutto a noi stessi. Siamo un partito identitario in un sistema non identitario. Siamo onorati di non avere avuto alcuna responsabilità nella decadenza politica ed economica dell’Italia. E non ci si tiri fuori il problema del debito. Nel 1987 era all’87 oggi è al 133. Anche per Corrado Augias la matematica non dovrebbe essere un’opinione. Siamo un partito che ama ed esalta la storia, mentre gli altri non l’apprezzano, la dimenticano e forse manco la conoscono. Confesso di non sopportare l’atteggiamento di una classe dirigente che si vanta di non conoscere quel che è successo quando non era ancora nata. Anch’io non ero nato ai tempi di Turati, ma lo conosco benissimo.

Un po’ di modestia e di applicazione e l’ignoranza può passare. In questo senso trovo che Renzi non possa sentirsi l’unico erede naturale di Gesù Cristo, grazie al quale gli anni si contano anche all’incontrario. Però se la sua condanna verso tutto ciò che è avvenuto ante Renzi natum, viene applicata, come anche noi abbiamo fatto, a questo pluriventennale fallimento, ci trova concordi.
Siamo un partito che segna una continuità del novecento col duemila e che considera l’esperienza una virtù, mentre gli altri la considerano un danno, anche se poi ci s’accorge che i dilettanti allo sbaraglio, quelli che la politica non la conoscono, quelli che provengono dalla meravigliosa società civile, possono provocare anche danni al governo perché generalmente hanno anche un po’ troppi parenti e fidanzati. Siamo un partito che ha vissuto e vive senza soldi, e che ha le sue sedi nei sottoscala dei condomini mentre chi lo mise sotto processo oggi è proprietario di troppi immobili. Più che la guardia di Finanza, per individuarli, ci è voluto la guardia di una Gabanelli, che ha costretto il nostro, dal magnifico partito di Razzi e Scilipoti, a divenire possibile protagonista di Chi l’ha visto.
Siamo un partito che non si è mai rassegnato all’idea che solo in Italia il muro di Berlino sia crollato all’incontrario eliminando chi aveva ragione e salvando chi aveva torto. Per questo quando Bersani sostiene che Renzi dovrebbe reagire quando viene accreditato di avere eliminato politicamente i comunisti, non ci trova solidali. Anzi su questo simpatizziamo con Renzi perché in fondo ha almeno parzialmente corretto la caduta del muro all’italiana. Siamo un partito che combatte perché la storia non venga deturpata. Perché  in Italia non passi l’idea che i predecessori della sinistra italiana del duemila siano Togliatti e Berlinguer, perché non si accetti che il giornale di un partito che in Europa è socialista sia l’Unità e che le sue feste debbano divenire quelle dei socialisti italiani.
Noi pensavamo che i comunisti, dopo l’89 avrebbero partecipato con noi alle feste dell’Avanti. Invece oggi è l’on. Marco Di Lello in nome dell’unità socialista e democratica che si appresta a chiedere l’obolo agli ingressi delle feste dell’Unità. Anche se sappiamo bene che i simboli del passato sono lo zuccherino che Renzi concede, l’unico, agli ex comunisti, noi quello zuccherino lo riteniamo francamente indigeribile. Siamo un partito che è alleato col Pd, ma che con questo congresso considera superato un patto federativo che non ha dato frutto alcuno. E non può non stupirsi del fatto che il Pd sia l’unico partito del socialismo europeo che si divide anche sulle leggi laiche più moderate del mondo, come quella approvata nella democristiana Germania sulle unioni civili. Ma siamo anche un partito che non può uscire dalla maggioranza e da un rapporto di collaborazione col Pd perché non intende finire nella sinistra di opposizione della quale non condivide la mancata adesione al socialismo europeo e l’infatuazione del primo Tsipras ma non del secondo, solo perché divenuto uomo di governo. Siamo un partito che sta dalla parte dei vecchi e nuovi sfruttati. Una volta, nelle nostre Rimini, c’erano le nuove povertà.
Oggi grazie ai nuovisti all’italiana sono riapparse le vecchie povertà. Siamo dalla parte dei giovani che non hanno lavoro e che devono rappresentare, più della difesa dell’articolo 18, una priorità politica. Abbiamo per questo salutato con favore un Jobs act che i diritti li estende a chi non li ha mai avuti. Ma siamo anche dalla parte dei nuovi sfruttati, dei cittadini alle prese col potere delle banche sul quale abbiamo imbastito una campagna così ne abbiamo promosso una contro il gioco d’azzardo patologico. Siamo preoccupati e non soddisfatti della situazione economica e sociale dell’Italia e che non comprende le ragioni per le quali se la Francia e la Spagna hanno oltre passato i vincoli europei non lo possa fare anche l’Italia. Siamo il primo partito che in Italia lanciò la riforma istituzionale e costituzionale e non possiamo stare dalla parte di Rodotà che ha la sindrome delle mani che invita sempre a tenerle giù.
Si poteva fare meglio e diversamente, come noi avevamo proposto con la Costituente, ma è meglio la riforma costituzionale del nulla. Dubito invece che sia meglio l’Italicum così com’è del Porcellum. Per questo se non verrà cambiato inviterò il partito a prendere in considerazione l’idea di schierarsi per la sua abrogazione.
Siamo dalla parte di coloro che nel mondo combattono contro il fanatismo e l’integralismo religioso e che non si sentono in pace fin che nel mondo e oggi purtroppo anche in Europa si combatte per la difesa della libertà. Siamo un partito che ama la giustizia e non sopporta nuovi muri e fili spinati verso chi fugge dalla guerra. Ma che pensa anche che gli italiani abbiano il diritto alla sicurezza e che se un cittadino reagisce a un intruso che di notte irrompe in casa sua costui non possa essere processato per eccesso di legittima difesa.
Siamo un partito, e Nencini ce lo ha ricordato col suo bel libro su Oriana Fallaci, dalla quale pur ci hanno distinto non poche valutazioni, che ritiene l’occidente troppo molle, come ha detto Tony Blair, nel difendere i valori di libertà e di tolleranza. Perché non si può essere tolleranti con gli intolleranti, come precisava Karl Popper. Altrimenti gli intolleranti finiranno per sopraffare i tolleranti. E non si può essere in pace con chi ci ha dichiarato guerra perché se no la guerra la vinceranno coloro che ce l’hanno dichiarata. E se questa non è una guerra è qualcosa di peggio. È un massacro decretato agli infedeli. E io mi onoro di essere un infedele.
Mi arrogo il piacere di essere un eretico e il diritto di difendere tutti gli infedeli e gli eretici del mondo. Siamo un partito che ama la libertà. Che vuole inaugurare una nuova grande stagione di diritti civili. Che ha combattuto per i diritti di tutte le coppie unite dall’amore. E che considera i figli, nati nello stesso modo, tutti uguali e per questo ha presentato una legge sulla spetchild adoption dopo che i cattolici integralisti del Pd e il cardinale Grillo ne avevano impedito l’inserimento nella legge Cirinnà. E siamo perché al più presto venga approvata una legge europea anche sul fine vita, confidando nell’attività della nostra Pia Locatelli. In generale siamo il solo partito che vuole europeizzare e non americanizzare l’Italia. Che la vuole dotare di leggi in vigore nei paesi più moderni del nostro continente.
Quelle richiamate, la legge sulla cogestione delle aziende di stampo tedesco, una legge sulla giustizia con rigorosa separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante e sdoppiamento del Csm, che solo in Italia pare eresia e nel nuovo braccio di ferro tra Renzi e parte della magistratura, oggi rappresentata da quello stinco di garantista che è Camillo Davigo, noi non possiamo che stare dalla parte del governo. Proprio perché siamo diversi e siamo ad un tempo socialisti e liberali vogliamo unire i socialisti e i liberali, intendendo per liberali ovviamente anche i radicali e i riformisti laici o cattolici, gli ambientalisti che non aderiscono al socialismo europeo.
Questo il messaggio del congresso di Salerno, questo l’obiettivo lanciato attraverso le nostre tesi, questa la svolta che per parafrasare quella partorita dal realismo togliattiano, intendiamo sancire a Salerno.
Vogliamo unire i socialisti perché se questa parola è riapparsa in America e non è scomparsa in Europa una ragione ci sarà. A proposito del fenomeno Sanders mi rincuora registrare, dalla patria della rottamazione, che avrei ancora dieci anni di tempo per candidarmi alla Casa bianca. Ci sono i socialisti riemersi dai rifugi berlusconiani, e approdati a nuova vita. Ci sono i socialisti nostalgici e un po’ dogmatici, che in odio a Renzi rischiano di scivolare nell’estremismo. Ci sono socialisti che dobbiamo convincere a non imboccare la strada dell’annessione al Pd perché finiranno come quella zanzara che era convinta di guidare l’elefante. Poi ci sono i socialisti arrabbiati. Quelli di facebook, e anche quelli che vogliono gli stati generali del socialismo. Ma ci sono anche quelli che continuano a fare altre scelte, perché il Psi non sarebbe un partito sufficientemente socialista. Attenzione perché qui il caso è psicologico. Per assolvere loro, che militano o votano per altri partiti, condannano noi che siamo rimasti nel Psi. Come il marito traditore di una vecchia commedia all’italiana che era ossessionato di gelosia per la moglie fedele.
Noi vogliamo unire e lanciare un appello a superare diffidenze e ostilità e a costruire insieme una nuova unità, certo chiarendo e pretendendo chiarimenti. Forse anche noi dobbiamo dare qualcosa. Se si chiede al Psi una maggiore autonomia, un più coraggioso protagonismo, una più spregiudicata condotta, io non ho difficoltà a rispondere positivamente. L’autonomia è ragione di vita anche se si sta in una coalizione e in un governo. Anche io ho fatto qualche appunto, ad esempio ai deputati socialisti quando hanno votato l’Italicum e al partito, anche a quello periferico, che avrebbe dovuto promuovere alcune campagne dopo la conferenza programmatica, che è rimasta invece un po’ nell’ombra nonostante le molte proposte originali che ne sono scaturite. Ma siamo veramente al bluff quando qualcuno rimprovera a Nencini di aver dichiarato di votare no al referendum di domenica per compiacere Renzi. Il voto no è in fondo molto simile al voto sì visto che ci si conta non sui voti ma sul quorum.
Quindi il pronunciamento di Nencini che favorisce il quorum è in realtà uno strappo bell’e buono con Renzi che lo contrasta. Basta solo ragionare.
Quello che trovo inaccettabile, lo dico a coloro che lo hanno fatto su facebook, è offendere un segretario eletto democraticamente da tre congressi. L’unità socialista, assai difficile, ma necessaria, che va perseguita con pazienza e convinzione, non basta. Dobbiamo dare appuntamento magari a fine anno ai radicali, ai verdi riformisti, ai laici e ai cattolici non integralisti per costruire un’alleanza, un polo, un partito, una lista, vedremo, che possa garantire il futuro a una cultura che rischia viceversa di estinguersi. Che non è solo quella socialista, ma quella liberale e laica.  E con questi lanciare una convenzione nazionale.
A Marco Pannella il congresso socialista invia un saluto affettuoso e riconoscente. Noi lo abbiamo proposto senatore a vita. Facciamo i debiti scongiuri, ma anche per la sua età non vorremmo che la nomina avvenisse alla scadenza del mandato. Noi non ci siamo associati alla processione dei politici fotografati al tavolo del leader malato. Noi abbiamo condiviso e sostenuto Marco anche quando era sano e combatteva con Loris Fortuna le grandi battaglie di libertà.
A Loris Fortuna proponiamo di dedicare, come scrivono le nostre tesi, i circoli liberalsocialisti in tutta Italia. Sono poco più di trent’anni che Loris non è più con noi. Ma il suo messaggio, le sue lotte, le sue leggi ci appartengono e sono scritte non solo nella nostra memoria, ma anche nella nostra carne. Ho voluto dedicare ai socialisti il mio libro che riassume una parte di articoli dell’Avanti che contengono giudizi, proposte, suggerimenti. L’ho fatto, credetemi, per dimostrare quanto è stato sfornato negli ultimi tre anni. E per rispondere così a chi ritiene che non abbiamo idee. Ne abbiamo tante e anche profondamente innovative. Quello che ci è mancato è il circuito della loro diffusione. Gli inviti che non ci sono stati. Io non penso che sia per via del complotto. Però sono ancora convinto che verso di noi ci sia tuttora una mai sopita prevenzione. Solo gli ottusi in questo mondo di ladri, direbbe un noto cantautore, in questo mare di affarismo e di collusioni criminali, al tempo di Mafia capitale, negli anni dei politici che rubavano ai loro partiti i soldi dello stato, solo gli ottusi ritengono che i socialisti abbiano ancora, se mai l’abbiano mai avuta, una qualche colpa da espiare. Abbiamo mille idee e se solo contassimo per la televisione pubblica qualcosa in più del figlio di Totò Riina potremmo anche comunicarle al Paese. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo rappresentato e anche fiduciosi perché quello che siamo è utile al futuro dell’Italia.


Benedetto Della Vedova
(sintesi)

Benedetto Della Vedova

Benedetto Della Vedova

Noi siamo i figli di pensieri politici forti, del pensiero socialista e di quello radicale. È la migliore dote che abbiamo per guardare al futuro della politica italiana. Ora il discrimine tra destra e sinistra sfuma e lasca un nuovo discrimine: quello tra paura e fiducia. Lo dico a Fabrizio Cicchitto con cui abbiamo condiviso un pezzo di libertà e di riforme. Il rischio è che in Italia prevalga la chiusura: c’è un filo che lega Trump, Le Pen e Salvini.  Quello è il campo in cui la destra italiana gioca la sua partita  mi auguro venga sconfitto.

Amministrative a Milano. Parisi prospetta una Milano con non il cuore in mano ma con la ruspa in mano. Con lui avremmo una Milano contro le unioni civile. Questo  è diventato il fronte della chiusura che non possiamo permetterci. Anche nel centrosinistra vi è la chiusura, come quella contro la globalizzazione. O la sinistra dei “No trivelle”. È la sinistra che si chiama fuori da ogni cosa che produce reddito. Credo che i liberldemocratici e i socialisti italiani si muovano nello spazio dell’apertura, non della chiusura. Abbiamo temi su cui lavorare insieme. Come l’Europa o il garantismo. Frenando la logica del più manette per tutti, più galera per tutti. Ricordiamo le battaglie di Pannella. Poi il grande tema della laicità: quello del Papa è un segnale potente. Ma poi chi ci accusa di  non difendere le radici cristiane dell’Europa, sono quelli che invece difendono i fili spinati contro gli immigrati.  Altra battaglia:  la legalizzazione della cannabis. In Italia abbiamo un disegno di legge. Dobbiamo portare il ddl al voto prima dell’estate. Meglio farne un mercato legale da togliere dalle mafie organizzare. Una parola sul referendum sulle riforme, difesi la costituzione di Calderoli contro un referendum sbagliato. E lo stesso farò ora.

Fabrizio Cicchitto
(sintesi)

Fabrizio CicchittoCi fu una grande divisione: tra chi pensava i socialisti dovessero stare a sinistra anche con i giustizialisti e altri che fecero un’altra scelta. Credo che Berlusconi abbia dato un contributo alla democrazia italiana fermando la grande macchina da guerra di Occhetto. Insomma due anomalie. Quella di chi usava il giustizialismo e di chi usava un impero mediatico a cui si aggiungeva lo scontro tra garantisti e giustizialisti, tra berlusconiani e antiberlusconiani. Due divisioni funzionali a questo approccio, che ha portato uno squilibrio pazzesco tra coalizioni e governo. Il risultato di tutto questo arriva nelle elezioni del 2013 con Forze Italia e Pd che hanno perso milioni di voti. Renzi che è riuscito in quello che non è riuscito ne a Craxi ne a Berlusconi: la sconfitta dei comunisti. Ma a quel punto la sconfitta è anche del bipolarismo ma che ha prodotto un mostro: i Cinque Stelle. Un partito senza storia politica e senza politica che fa leva sugli errori fatti sia dal centro destra che dal centro sinistra. Se Renzi fallisce c’è solo il rischio di un’altra crisi acutissima. Vedo contro Renzi le stesse forze che furono a suo tempo contro Craxi. Questo pone dei problemi a Renzi e a tutte le forze che non si riconoscono né del Pd e ne nel centro destra. O Renzi fa il partito della Nazione come una cosa seria: ossia la combinazione e l’incontro tra i riformismi che sono nel Pd e i riformisti di altri partiti. Se non lo fa a noi si pone un problema: un terzo del partito lo vuole politicamente morto, per vendetta. Oppure quanti noi, quanti del partito socialista lavoreranno per aggregazione che sostiene Renzi per il cambiamento? Su questo punto dobbiamo riflettere. O ci aggreghiamo in uno schieramento moderato riformista ma non subalterno a Renzi oppure rischiamo di vivere in un vuoto politico. Anche il bipolarismo che ha caratterizzato la seconda Repubblica è saltato.

Susanna Camusso
(sintesi)

Susanna Camusso

Porto il saluto da pare della mia organizzazione a cui molti di voi fanno parte. Inizio dal codice appalti e sottolineo l’importante novità del ridimensionamento della concessione del subappalto. Risposte utili a cui deve seguire iniziativa concreta.
Le organizzazioni sindacali in queste ore si sentono in lutto. La morte dei lavoratori nelle cave di Carrara è stata una tragedia: quando si perde la misura della sicurezza del lavoro di aprono anni bui per tutti. Con il nascere della crisi si era creata la scusa per diminuire la tutela sul lavoro. Ma quelle tragedie sono avvenute dove dalla crisi si stava uscendo.

Ci preoccupa che nella politica ci sia solo la contemplazione di quanto stia succedendo. La politica deve invece avere un orizzonte. Una politica che parli alle persone. Come Cgil abbiamo pensato che si debba proporre un’altra agenda. Una raccolta firme per la Carta dei diritti fondamentali per il lavoro. L’apertura verso il lavoro che deve essere al centro delle politiche economiche di questo Paese. Senza viene meno il patto fondativo. L’Europa non deve essere quella dei muri e dei fili spinanti. Su tutto questo  manca una discussione. Troppi governi, anche il nostro, balbettano. Le politiche economiche sbagliate degradando il concetto di Europa. Gli accordi e i trattai vigenti sono sbagliati perché pensati per  una situazione economica che non si è determinata. La gestione della crisi ha allargato le diseguaglianze e penalizzato i giovani. Troppe italiani stanno facendo la valigia perché non hanno prospettive. Scandaloso l’uso dei vaucher che si fa oggi. Si continua a raccontarci quale sarà l’Italia che verrà. A questo punto qual è la funzione della politica? Ci avevano raccontato che con l’informatizzazione il lavoro sarebbe cambiato. Ma quella trasformazione a cosa ha portato? La politica deve governare quel cambiamento per fermare il peggioramento delle condizioni di vita. Appare evidente che sia insufficiente pensare che la creazione del lavoro sia un compito solo a carico delle imprese. Serve una seria riforme fiscale e finanziaria. Serve una tassazione dei grani patrimoni perché non bisogna favorire l’uno per cento degli italiani ma la tutta popolazione. Dei sindacati c’è sempre bisogno: ogni volta che viene fatta una legge che limita i lavoratori noi siamo qui per difenderli.


Contributo al dibattito congressuale: La giustizia oggi!

Nella seconda giornata di lavori sono inoltre intervenuti:

Carlo Vizzini – vice presidente del Consiglio Nazionale del PSI; Giorgio Brero; Severino Cerquaglia; Cati Marino; Raffaele Tantone; Leonardo Scimmi; Ulisse Signorelli; Piero De Luca; Angelo Sanza – responsabile politico dell’ufficio di presidenza del movimento Centro Democratico; Federico Novelli; Antonio Malafarina; Silvano Rometti; Franco Iacono; Benedetto Della Vedova – sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri; Fabrizio Cicchitto – presidente della Commissione Affari esteri della Camera; Mauro Del Bue – direttore dell’Avanti! Online; Maria Cristina Pisani – portavoce nazionale del PSI ; Iacovizzi Vincenzo; Andreini Marco; Susanna Camusso – segretario generale della CGIL; Iacopo Bertini – assessore alle attività produttive del comune di Rieti; Elena Salsano; Izzedin Elzir – imam di Firenze; Ilda Sangalli; Sabrina Turano; Omar Mih – rappresentante del Fronte Polisario; Silvio Minardi; Claudio Mella; Christian Bosso; Lorenzo Cinquepalmi; Graziano Luppichini; Angela Massimino; Pietro Milanesi; Armando Menichelli; Maurizio Molinari; Enrico Maria Pedrelli; Nicola Giansanti; Antonio Venturino; Mariella Maggi Dionisi – presidente dell’Associazione Memoria; Giulio Santarelli; Massimo Carugno; Giovanni Palillo; Pierre Canouti – rappresentante del Partito Socialista Francese; Garcia Andres Gil – rappresentante del Partito Socialista Operaio Spagnolo; Raz Mossi – segretario generale del Meeretz; Maria Arena – eurodeputata del Belgio; Elisa Gambardella; Cesare Pinelli – ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma; Gianfranco Schietroma; Luigi Iorio; Federico Parea, Valeria Valente – candidato sindaco Napoli; Ugo Intini; Imma Battaglia; Cinti Luciani; Francesco Castria; Marco Riccio; Arcangelo Merella; Francesco Meringo

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