domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il 25 aprile e noi
Pubblicato il 25-04-2016


Il 25 aprile è una ricorrenza storica da non dimenticare. Abbiamo sconfitto il nazifascismo e conquistato la libertà. E’ la celebrazione dell’alba della nostra democrazia. Rappresenta la fine di una dittatura, di una invasione, di una guerra. Ormai quasi tutti i protagonisti della lotta di liberazione sono scomparsi. E tra poco il 25 aprile sarà come il 4 novembre o il 1861. Tutte date importanti nella storia d’Italia. La mia generazione ha fatto l’errore di continuare la guerra quando era finita da decenni. Di non riconoscere la coerenza e la tragedia di chi ha perso. Di non ammettere gli errori e le tragedie di chi ha vinto. Io sono un vincitore che non ha mai chiuso gli occhi.

La rivisitazione critica del passato è all’ordine del giorno. E così la sua più rigorosa opposizione a qualsiasi revisionismo. Bisogna a mio giudizio tenere duro su un punto politico di fondo. E cioè che combattevano dalla parte giusta coloro che stavano dalla parte degli alleati e dei partigiani che seppero sbarrare la strada all’orrore nazista e al suo alleato fascista. Se fosse avvenuto il contrario come sarebbero stati il mondo, l’Europa, la civiltà?

Nello stesso tempo non si possono più accettare né le versioni caricaturali del fascismo, che per vent’anni seppe mantenere il potere in Italia conquistandosi un consenso popolare crescente, né la concezione di una guerra tra buoni e cattivi. Tutte le guerre civili sono state guerre crudeli, hanno insanguinato le famigiie, sono state caratterizate anche da atti di ferocia, sono state attraversate da episodi di camaleontismo e di tetragona coerenza da entrambe le parti. Dopo la guerra qualcuno la continuò in taluni territori seminanado morte e paura. Per questo sono stato e sono dalla parte dei vincitori, ma sempre ad occhi e cervello aperti.

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Commenti all'articolo
  1. Secondo me, il problema in Italia, parlando di ricorrenze, non è che si festeggi il 25 Aprile. Il vero problema è che il 17 Marzo non sia un giorno di festa. Dovrebbe essere la Festa dell’Unità Nazionale. Invece… Anche per questo, Nazione vera non saremo mai.
    Cordiali saluti, Mario.

  2. Come non condividere le sue considerazioni, direttore? Per di più lei viene da una terra che ha conosciuto efferatezze ben oltre il termine della guerra di liberazione e fa bene, quindi, a porre l’accento anche sugli errori ( e gli orrori) di chi ha vinto (per la verità, è bene precisarlo, di una parte di essi). Ho però l’impressione che, negli ultimi tempi, ci sia una certa timidezza nel commemorare alcune date e, in particolare, proprio il 25 aprile, tanto da far nascere, nelle generazioni più giovani che non hanno avuto la fortuna di conoscere la storia dei partiti tradizionali, la convinzione che la resistenza e la lotta di liberazione siano da attribuire (per alcuni) o da imputare (per altri) ai soli comunisti. Lo dico perché nella scuola dove lavoro, spesso mi capita di notare come in molti studenti la confusione sulla storia recente del nostro paese raggiunga livelli davvero preoccupanti. So anche che l’Avanti on line è seguito non solo da iscritti, militanti o simpatizzanti, ma anche da molte persone che, sia pure per semplice curiosità o perché interessate dagli articoli e dai vari contributi che vi si possono trovare (e questo va tutto a suo merito per il lavoro, spesso ingrato, che profonde quotidianamente). Mi permetto, però, di fare un appunto: forse sarebbe stato il caso di inserire sulla home page de l’Avanti on line almeno una foto, un’immagine che simboleggiasse in maniera netta la celebrazione del 25 aprile. I Socialisti sono stati un caposaldo fondamentale della lotta contro il nazifascismo (basti pensare a Pertini, Vassalli, Saragat) e superarono tutti quanti gli altri, perfino i comunisti, nella battaglia per l’affermazione della Repubblica. Ora, continuare a rivendicare con orgoglio il fondamentale contributo alla nascita delle nostre istituzioni democratiche, che hanno le loro radici nella resistenza e nella lotta per la liberazione, credo sia un dovere sacro. Per questo la timidezza e l’ormai impalpabile orgoglio con cui, anno dopo anno, viene commemorato l’anniversario della liberazione, mi rattrista come socialista e mi preoccupa, forse anche di più, come persona che vede i giovani immaginare che la democrazia nel nostro paese sia cominciata con Occhetto e Berlusconi.
    Un caro saluto
    Gianni Pucci

  3. Si sa come il fascio prese il potere. E anche come lo perse vent’anni dopo. Non esiste la versione caricaturale, ma soltanto quella tragica. Conta saper essere dalla parte dei principi, della libertà, della giustizia sociale, della democrazia.
    Spesso si aspetta la fine del “conducator” per dire che ha sbagliato: bisogna farlo subito, vedere subito gli errori e dove essi ci porteranno, anche se – come durante il fascismo – questo portava a subire pesanti ripercussioni morali e materiali.

    • Su come i fascisti andarono al potere ( 1919-25 ) si potrebbe scrivere un libro. Ma noi socialisti, da quel libro, non usciremmo benissimo. Infatti il PSI non era solo quello di Turati. Non dimentichiamoci degli eccessi del “biennio rosso”…
      Cordiali saluti, Mario.

        • Le parole vanno pesate e analizzate. Io non ho citato il biennio rosso come attenuante. Ho citato il biennio rosso perchè se il Fascismo prese il potere, con violenza certo, ma, almeno secondo la prassi, “costituzionalmente” e, inutile negarlo, fra il plauso di una larga fetta di Italia, anche moderata, ciò fu dovuto anche ( sottolineo anche, non soprattutto, anche ) agli eccessi del biennio rosso. Chi volesse negarlo farebbe torto alla Storia. Dopo quasi un secolo credo si possa scrivere, senza problemi, che il Fascismo non nacque dal nulla. Non a caso, durò molti anni e godette di enorme consenso. Se vogliamo giudicare la Storia, prima di tutto dobbiamo affrontarla con serenità e senza pregiudizi.
          Ripeto, io mi riferisco alla presa del potere da parte di Mussolini. Il resto, quella è un’altra storia.
          Cordiali saluti, Mario.

  4. Mauro Del Bue ha centrato il problema e da tempo ormai, sono assolutamente in linea con il suo intervento. Sono socialista, sono persona di sinistra, non ho dubbi sul ruolo degli Alleati e della Resistenza nel nostro Paese che hanno contribuito alla sua liberazione, alla nascita di una democrazia (in)compiuta, alla svolta europeista. Ma quella guerra che i comunisti amano definire resistenziale, fu anche e soprattutto guerra civile, con i suoi atti eroici ed anche le sue manchevolezze ed errori, legata ad un progetto politico che veniva da lontano e che solo la forza della democrazia e la presenza alleata, impedì che si compisse. Erano uomini e donne, dall’una e dall’altra parte, entrambi convinti della propria ragione, ma una parte sola, quella che fortunatamente ha trionfato, aveva la marcia in più della libertà e della voglia di riscatto che ha poi travalicato e spezzato gli errori e gli orrori di chi per anni ha imperato, portando morte, miseria e distruzione in un’Italia ormai disillusa dalle imperiali promesse e resa allo stremo. Ciò non impedisce, lo dice bene il Direttore, di ricercare la verità; quella verità storica che non è retorica, quella verità che riesca a riunire ciò che dopo oltre settant’anni ancora è diviso, in nome di una politica che fa finta di non vedere, e che non vuole fare l’analisi di ciò che realmente avvenne. Nessuna revisione, di quella storia; noi socialisti che partecipammo alla lotta di liberazione, nelle Brigate Matteotti, in quelle di Giustizia e Libertà, ed anche – seppur in quota minoritaria – nelle Garibaldi contribuendo con il sangue a farla vincere, siamo gelosi ed indisponibili a stravolgimenti di ciò che fu, ma siamo anche gelosi custodi di una verità che debba essere tramandata a futura memoria, senza ipocrisia e senza millanteria vanesia. La storia la scrivono i vincitori, è vero, ma lo storico deve anche guardare e vedere nel campo avverso, capirne i dolori, le sofferenze del dopo, offrire riparo dove furono commessi errori che le atrocità della guerra possono generare. Questo significa ricercare memoria condivisa, questo è ricreare l’unità nelle nostre comunità. Girarsi dall’altra parte, non voler guardare, rinunciare a conoscere e capire, significa l’oblio, significa lasciare spazio a chi, oggi come allora, soffiava sul fuoco dell’intolleranza e della supremazia dell’uomo sull’uomo, del forte sul debole, della paura del diverso. Invece ciò che fu è, perché, come scritto nel lager di Dachau, “mai più”.

  5. Credo che queste riflessioni del Direttore meritino di essere lette, e che ne vada consigliata la lettura anche a chi non è solito consultare le pagine dell’Avanti.

    Pure i commenti denotano a mio avviso una pregevole capacità di confronto, anche serrato ma mai banale.

    Paolo B. 29.04.2016

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