domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il caso Regeni e i diritti umani
Pubblicato il 04-04-2016


Il direttore di Al Ahram – riferiscono le agenzie di stampa – insiste sul rischio che l’intera vicenda può avere sulle relazioni bilaterali con l’Italia e lancia un invito a non sottovalutare la situazione, soprattutto considerando che il governo italiano è sotto la pressione di opinione pubblica e Parlamento sul caso Regeni.

Domenica il Corriere della Sera ha meritoriamente pubblicato la lista degli ‘scomparsi’, 533, negli ultimi otto mesi, e dunque riferibili tutti alla presidenza attuale di al-Sisi; 533 persone prelevate da uomini del regime e di cui per 396 non si sa più nulla, proprio come accadeva con i desaparecidos in Cile o in Argentina negli anni della dittatura.
Un documento agghiacciante che sottolinea come il caso Regeni sia purtroppo tutt’altro che isolato, ma rientri piuttosto nella casistitica degli ‘incidenti’ di un regime che è abituato a usare la violenza di Stato per aver ragione non solo di chi minaccia la sicurezza del Paese, i terroristi come i ‘fratelli musulmani’, ma anche di chi è sospettato di volerlo fare o peggio semplicemente degli oppositori politici tout court. Denunce in questo senso delle organizzazioni umanitarie si susseguono ininterrottamente e non riguardano certo solo l’Egitto, ma moltissimi altri Paesi, anche tanti con cui l’Italia ha relazioni più o meno forti e ‘cordiali’. Dall’Arabia Saudita alla Cina, dal Kazhakistan all’Iran, il rispetto dei diritti civili è un optional, sovente piuttosto raro da rinvenire.
Il problema che ogni volta si presenta ai governanti di un Paese democratico e liberale come il nostro è sempre lo stesso: che relazioni si possono stabilire con questi Paesi e come si può influire per migliorare il rispetto dei diritti civili?
Interressi nazionali, strategici, commerciali a parte (hanno il loro peso ed è inutile far finta che non sia così), il tema è delicatissimo e di grande complessità anche perché a volte il raffreddamento dei rapporti politici ed economici non solo non aiuta granché a migliorare la situazione sul posto, ma diventa piuttosto un’occasione per altri di occupare lo spazio lasciato libero (si dice che Londra non veda l’oro di veder naufragare i contratti tra l’Eni e il Cairo). Invece è proprio il peso dei legami che può essere utilmente usato – se lo si vuole davvero – per farsi ascoltare dai propri interlocutori.
È la strada che venne imboccata, per esempio, dagli Stati Uniti negli anni ’80 con successo per spingere, passo dopo passo, il Governo di Pretoria a mettere fine al regime di apartheid.
Carlo Correr

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