mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il disastro americano e la Grande Depressione del 2007/2008
Pubblicato il 08-04-2016


Il 1916 segna l’inizio del “Secolo Americano”, ovvero l’avvento, a livello mondiale, della preminenza dell’economia degli USA, i quali, malgrado siano stati l’epicentro della crisi del 2007/2008, continueranno a dominare la scena economica internazionale e probabilmente, come sostiene Mario Margiocco (“Il disastro americano, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 2/2015), per un tempo ancora molto lungo. Tuttavia, rispetto al 1916, qualcosa è cambiato; gli USA non sono più l’indiscusso banchiere del mondo, come lo sono stati nei trent’anni successivi al 1945. Ciò, perché con l’avvento del reaganismo, a partire dagli anni Settanta, gli USA hanno visto affievolirsi il loro tradizionale ruolo di arbitri degli equilibri economico-finanziari dell’economia-mondo: non tanto per la perdita della solvibilità del dollaro, quanto, secondo Margiocco, per “il livello di disordine e di provvisorietà che si è inserito nella condotta dei conti economici nazionali”, causato dal fatto d’essere divenuti, gli USA, tributari fissi di consistenti afflussi di capitali esteri, che sono valsi a renderli debitori nei confronti del resto del mondo.

Quando, all’inizio del secolo scorso, la City londinese, che sino ad allora aveva preceduto Wall Street nello svolgimento del ruolo di banchiere del mondo, è divenuta debitrice verso l’estero, per il sistema britannico – afferma Margiocco – è stato “l’inizio della fine. Ma occorre fare attenzione: la storia raramente si ripete davvero. Rievoca piuttosto certe analogie, ma con esiti mai scontati”. Per rendersi conto del modo in cui, dopo la crisi del 2007/2008, gli USA hanno smarrito l’ordine e la disciplina che avevano caratterizzato il governo del dollaro e consentito la costruzione del sistema monetario internazionale dollario-centrico di Bretton Woods, occorre tenere presente quanto è accaduto all’interno del sistema americano, con particolare riferimento alle istituzioni preposte al governo dei mercati finanziari. Il sistema di Bretton Woods era nato grazie alle regole bancarie e finanziarie adottate dall’amministrazione di Franklin Delano Roosevelt all’inizio degli anni Trenta, per porre rimedio al disordine dei mercati finanziari che aveva portato alla Grande Depressione del 1929; si è trattato di regole che hanno rappresentato un quadro di riferimento per oltre cinquant’anni, sino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, allorché sono state “smantellate”, come conseguenza dell’affermarsi del neoliberismo “in salsa” reaganiana.

La legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act (dal nome dei suoi promotori), aveva istituito la Federal Deposit Insurance Corporation ed introdotto regole per il controllo della speculazione finanziaria. Ma, a partire dagli anni Ottanta, il mondo economico e finanziario americano ha premuto per abrogare il Glass-Steagall Act; nel 1999, il Congresso, a maggioranza repubblicana, ha approvato una nuova legge, nota col nome di Gramm-Leach-Bliley Act: questa, sostituendo il Glass-Steagall Act del 1933, ha reso possibile la costituzione di gruppi bancari che, da quel momento, hanno potuto esercitare, accanto all’attività bancaria tradizionale, l’attività assicurativa e quella di investment banking; si è trattato dell’inizio della fine dell’ordine e della stabilità del governo della moneta statunitense. Successivamente, l’intervento voluto nel 2010 dall’amministrazione di Barack Obama (noto col nome di Dodd-Frank Act), con l’intento di promuovere una più stretta e completa regolazione dell’attività finanziaria, non ha comunque consentito agli USA di ricuperare quel ruolo di garante della stabilità dei mercati internazionali che era stato l’asse portante del Secolo Americano.

Secondo Margiocco, oggi “è difficile immaginare un centro finanziario che possa rivaleggiare con New York […]. Tuttavia, è altrettanto vero che la Wall Street emersa con la Prima Guerra Mondiale è finita nel settembre 2008, quando solo il manto potente di Washington e le risorse enormi dei contribuenti l’hanno salvata”. La causa dello smarrimento del ruolo originario di Wall Street è attribuita a una decina di grandi banche commerciali statunitensi “troppo grandi per fallire” (too big to fail), la cui dirigenza, costituita da banchieri contraddistinti col nome poco lusinghiero di “banksters”, le ha esposte a un livello tale di emissione di crediti e di speculazioni da risultare insostenibile senza la copertura di un esteso lobbismo e delle protezioni politiche. Quando, nel 2007, uno dei mercati, quello immobiliare dei mutui subprime, sul quale i “banksters” avevano speculato in eccesso, emettendo montagne di titoli senza copertura reale (i famosi derivati), lo scoppio della bolla è stato inevitabile; solo la rete di protezione prontamente stesa dalla Federal Riserve Bank, dal Tesoro e dal bilancio pubblico federale ha potuto evitare il possibile collasso generale, ma non che gli esiti dello scoppio della bolla speculativa generassero nel mondo intero una Grande Recessione.

Col 2008 ha avuto inizio, così, una azione di tutela dei mercati finanziari da parte delle istituzioni monetarie e governative americane; tutela che a tutt’oggi prosegue, giustificando la domanda: potrà Wall Street tornare a svolgere il ruolo di regolatore finanziario mondiale, a sostegno di uno stabile funzionamento dei mercati reali? Per rispondere alla domanda, secondo Margiocco, occorre considerare quanto accaduto all’interno dell’economia più avanzata del mondo, qual è quella americana, negli ultimi decenni del secolo scorso. Di fonte agli ostacoli che le crisi energetiche, gli alti livelli di spesa pubblica e le turbolenze monetarie opponevano al alla crescita delle economie di mercato secondo i ritmi dei primi decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si è affermata l’idea che una “deregulation” molto spinta dei mercati finanziari fosse inevitabile. L’idea ha incominciato ad affermarsi sotto l’amministrazione di Jimmy Carter, ma ha preso corpo negli anni dell’amministrazione di Ronald Reagan, nella forma di “una retorica troppo elogiativa del mercato, sempre e comunque, e quindi, ben disposta verso la sempre maggiore autonomia” che i grandi gestori dei mercati finanziari pretendevano.

La “deregulation” dei mercati finanziari inaugurata da Reagan si è però associata, per la prima volta, dacché il dollaro ha sostituito la sterlina come moneta base degli scambi internazionali, al fatto che sin dai primi anni Ottanta gli USA sono divenuti debitori netti sull’estero e, da allora, non hanno cessato di vedere peggiorare tale loro posizione, con un debito che, alla vigilia del 2007, risultava pari al 35% del PIL. Ma accanto al debito estero è cresciuto anche quello pubblico, il cui totale (debito federale, maggiorato di quello dei singoli Stati e degli enti locali), se negli anni dell’amministrazione di Gorge W. Bush ha raggiunto nel 2001 il tetto del 102% del PIL (una situazione non molto lontana da quella italiana nel momento attuale), nel 2007, con Barack Obama, ha raggiunto un ammontare pari a 3,6 volte il PIL.

Dopo la crisi del 2007/2008, gli USA hanno registrato una debole ripresa, comunque superiore a quella registrata in Europa; ma i dati che l’hanno espressa non sono mai stati lineari, in quanto hanno sempre presentato alti e bassi, impedendo che la crescita superasse il 2% in ragione d’anno, anche se l’occupazione è diminuita, nel 2014, al di sotto del 7%. L’alto indebitamento, sia interno che verso l’estero, e la bassa crescita non hanno impedito, tuttavia, a Wall Street ed agli Usa di continuare a rinvenire nel dollaro il loro punto di forza che li ha accreditati al cospetto dell’economia-mondo; una situazione che, né l’Euro dell’Unione Europea, né il rublo russo, né il renmimbi cinese sono ora in grado di ribaltare, offrendo un’alternativa.

Considerata la grave crisi che affligge allo stato attuale l’economia mondiale, per i molti fatti, a volte tra loro contraddittori, che la stanno tenendo “prigioniera” nella “camicia di forza” di una generalizzata deflazione, c’è solo da augurarsi che la classe politica americana, nell’interesse degli USA e del resto del mondo, abbandoni la cieca fiducia nella “deregulation” dei mercati finanziari e sappia ricondurre sotto il suo razionale controllo l’ordinato funzionamento delle istituzioni economiche; ovvero, a quanto aveva saputo garantire prima dell’avvento del reaganismo e prima che la scena economica all’interno degli USA fosse dominata dalla spregiudicatezza dei banksters.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. C’è un massa enorme di capitale finanziario in giro per il mondo, per lo più non collegato alla produzione materiale. Quale autorità, nel mondo attuale, multipolare e “disordinato”, può procedere alla distruzione della massa finanziaria?

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