sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

IL FUTURO È ADESSO
Pubblicato il 15-04-2016


Apre 15042016

Silvano Del Duca, il segretario della federazione di Salerno, ha aperto i lavori del IV Congresso nazionale del Partito socialista italiano, venerdì pomeriggio, con un saluto ai compagni, alla città, al Sindaco, agli ospiti e un ringraziamento per aver scelto Salerno per questa assise. “In questi tre giorni – è stato l’auspicio di De Luca – questa città dovrà diventare la città del confronto, una finestra sul mondo”.

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Un fotogramma del cortometraggio trasmesso in apertura

Maria Cristina Pisani, dalla presidenza, dopo un ringraziamento a Radio radicale che trasmette in diretta i lavori, la proiezione di un originale cortometraggio che attraverso spezzoni di film famosi con un doppiaggio ad hoc che ripercorre e ricorda personaggi e battaglie care al socialismo italiano e il consueto inno ai lavoratori suonato dal primo violino del conservatorio di Salerno, ha passato la parola al sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli.

Il Sindaco ha voluto sottolineare l'”affetto e l’amicizia” per i socialisti che si sono riuniti nella città e ha ricordato con orgoglio che oggi la sua città  “tra i primi posti nelle realtà nazionali e sicuramente regionali” in un “Sud che non si siede, ma che si rimbocca le maniche e va avanti”. Quanto al Psi, esso è l’espressione di “un nucleo di un’identità politica formidabile. Un polo valoriale alto di cui voi siete i più gelosi custodi”. “La democrazia – ha ricordato – è un gioiello che va presidiato e nutrito giorno per giorno”. Con un riferimento alla questione dei migranti, Vincenzo Napoli ha poi concluso sottolineando i rischi di una perdita di quanto conquistato nell’Europa di oggi con il ritorno delle barriere ai confini nazionali.

Dopo le parole del Sindaco, l’assemblea ha dedicato un pensiero e un saluto di solidarietà con un minuto di silenzio in ricordo dei due operai periti mercoledì in un terribile incidente in una cava di marmo a Carrara insieme a un pensiero per Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, sequestrato, torturato e assassinato da sconosciuti al Cairo.

Prima di passare il microfono al segretario dell’Internazionale socialista Luis Ayala, una lettura dei messaggi di saluto giunti dalle presidenze di Camera e Senato e dal presidente del consiglio Matteo Renzi,  il segretario regionale Marco Riccio, ha rivolto un breve saluto all’assemblea.

Luis Ayala 15042016

Il segretario dell’Internazionale socialista Luis Ayala

“Compagni – ha esordito Luis Ayala – sono onorato di stare con voi in questo importante momento del partito. Conoscono molti di voi. Saluto Riccardo Nencini, Pia Locatelli che tanto ha contribuito molto all’Internazionale socialista. L’Internazionale socialista sta vivendo momenti di grandi sfide. Prima di tutto quella della pace. La pace da costruire attraverso la risoluzione dei conflitti. Viviamo un momento molto difficile di sfide forti: in America Latina, Venezuela, Bielorussia. La lotta per la democrazia è ovunque. E insieme a questa anche la lotta contro la corruzione e l’evasione fiscale. Come socialisti chiediamo progresso, progresso e cambiamento per giungere a una società con maggiore giustizia sociale. Siamo socialisti perché chiediamo questi cambiamenti”.

Con il saluto di Ayala, la parola è passata al segretario del partito per la relazione di apertura.


“C’è più gente fuori che dentro” ha esordito Riccardo Nencini, salutando l’assemblea.

Di seguito una sintesi per punti dell’intervento:

Ringraziamenti: compagni campani e delegazioni estere, partiti e associazioni

  • Abbraccio a Marco Pannella
  • Un saluto a Gianroberto Casaleggio  
  1. I PEGGIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA

Congresso di Venezia. Come eravamo (Censis 2013): Italia sull’orlo dell’abisso; pericoli maggiori derivano da instabilità; classi dirigenti inadeguate; società civile in ombra. Domina la sopravvivenza dopo che si è rotto il grande lago del ceto medio, perno della coesione sociale.

Chi siamo: società poco reattiva, critica verso l’Unione Europea, non fa figli, un paese duale con forti localismi, consapevole che la precarizzazione e l’uscita dalla crisi saranno lunghe. Si intravedono segni di ottimismo. Restiamo la seconda manifattura d’Europa, sono attive oltre 5 milioni di imprese, leader nell’agroalimentare, nel turismo, nella cultura, modello della bellezza (Qui vicino ce n’è uno, la magnifica terrazza di ‘Benvenuti al Sud’).

Dobbiamo convincerci che il nuovo millennio ha portato in dote la fine del patto stretto nel dopoguerra, figlio dei morti nelle trincee e sotto i bombardamenti. Quel patto ruotava attorno a due pilastri: piena occupazione e stato sociale.

Cos’è successo? Lo ha detto con lapidaria chiarezza papa Francesco: siamo di fronte a un cambiamento epocale. Migrazioni di massa, rivoluzione tecnologica e degenerazione della finanza hanno fatto saltare il banco, hanno allargato le opportunità per popoli ai margini ma hanno reso inefficaci gli accordi di Maastricht e demolito le nostre certezze.

L’Europa sta curando quel cambiamento epocale con uno stecchino da denti. E l’unione monetaria, concepita per accrescere l’unità, sta riducendo in pezzi il continente.

  • L’ALLARGAMENTO ha rotto l’equilibrio originario tra i paesi fondatori e ha paralizzato burocrazia e politica europea. Una cosa sono le regole del MEC altro l’Europa a 12 poi a 15 poi a 25 e ora a 28 stati. Un altro mondo!
  • La GLOBALIZZAZIONE: in Europa vive il 7% della popolazione mondiale, sviluppiamo il 25% della produzione di beni ma abbiamo il 50% di welfare. Fuori costruiscono economie di comando forti, noi non abbiamo ancora né un Ministro unico del Tesoro né una politica fiscale armoniosa.
  • L’EURO non ha ancoraggio né con l’oro né con la sovranità nazionale. Nell’emergenza è destinato a soffrire.

Maastricht non cita mai la parola ‘crisi’. Oggi che la crisi c’è ed è lunga, SERVE UN’ALTRA MAASTRICHT!

Non sarà la Germania a proporla. Tocca al PSE muovere per primo se si vuol salvare l’Europa.

  • CONGRESSO STRAORDINARIO PSE: le cose da fare subito, con la visione che ebbero i pionieri all’indomani della guerra: struttura federale dell’U.E. – revisione delle procedure di decisione – Conferenza del Mediterraneo sul nodo migranti e revisione Trattato di Dublino – politiche strategiche di flessibilità e investimenti – una politica fiscale corale. Draghi e il governo italiano hanno fatto la loro parte ma non vanno lasciati da soli. Ne va del nostro futuro. Il vertice del PSE di sabato 23 aprile ad Amsterdam metta questa scadenza tra le priorità. Diversamente sarà del tutto inutile citare a modello i padri fondatori. Servono la loro visione e il loro coraggio.
  • POLITICHE NUOVE PER I MIGRANTI: emblematico il caso Colonia (per non alimentare la xenofobia ci siamo dimenticati per 5 giorni di scusarsi con 500 donne maltrattate)
  • non aver paura della nostra identità e dei nostri valori. Si tratta delle conquiste dei nostri bisnonni e delle nostre nonne, nelle piazze e nei parlamenti.
  • CARTA DELLA CITTADINANZA PSI. Domani Izzedin Elzir, Presidente Comunità Islamiche in Italia, verrà a parlarne, proprio lui che per primo ha condiviso pubblicamente i valori della nostra costituzione.
  • Includere condividendo i valori di libertà e democrazia. La Venere Capitolina inscatolata è un’offesa alla cultura universale.
  • Perché l’integrazione non sia un accidente e perché i cittadini spendono del loro, impiegare i profughi che ospitiamo in servizi sociali utili. So bene che il ministro Alfano la pensa come noi, come quei sindaci socialisti che da tempo si battono perché questo principio venga realizzato.
  1. LE DUE SINISTRE

 Anche a sinistra è finita la credenza che esista un senso della storia e che ogni passo vada nella direzione di un progresso illimitato. Un’idea valida fino a che il processo di crescita era garantito e circoscritto all’Occidente figlio dell’illuminismo e di un’idea di uguaglianza che il cristianesimo per primo aveva diffuso.

La crisi produce malcontento, infelicità, maggiori disuguaglianze e alimenta gli opposti radicalismi politici. E’ la ragione prima dell’ombra che si è proiettata sul socialismo europeo. Se vi si aggiunge la campagna martellante del Califfato e la disperazione di migliaia di migranti, ce n’è abbastanza per spiegare – spiegare, non condividere – il comportamento oscillante di due leaders socialisti, lo svedese Lofven e l’austriaco Faymann: a settembre dicevano ’non costruiamo muri, apriamo porte’, a febbraio il primo grida ‘non ce la facciamo’ e il secondo vagheggia la chiusura del Brennero. Attenti! Il Brennero è una delle porte dell’Europa. Se chiude, salta Schengen. Se salta Schengen, Unione addio. Chiedere a quel chiacchierone di Juncker come la pensa non è rivelare un segreto di stato.

Se all’inizio del millennio si poteva viaggiare in treno tra l’Inghilterra e la l’estremo est europeo senza mai sostare in un paese governato dalla destra, oggi quel quadro si è invertito: la destra domina, o da sola o in coalizione.

In Europa le forze socialiste non raggiungono più del 25% dei consensi.

C’è una rottura profonda anche tra di noi: abbiamo delegato sovranità all’U.E. eppure risorgono prepotenti gli stati nazionali e negli stati nazionali, se osservo la sinistra, si scontrano opinioni divergenti. Non si tratta della sfida otto/novecentesca tra Marx e Proudhom, tra comunismo e socialismo democratico. C’è di meno e c’è di più: messa in soffitta l’ideologia, aumento della povertà e migrazioni hanno fissato una nuova linea di confine estremizzando le posizioni di riformisti e massimalisti. I primi – penso al leader socialdemocratico austriaco, e non è da solo – si spingono fino a rinserrare il loro paese tra i monti e il Danubio, i secondi fino a mettere in discussione l’economia di mercato. Leggere Corbyn.

Un doppio errore.

La malattia più grave della sinistra è credere che il mantenimento dei propri valori sia incompatibile con la modernizzazione.

Se è il lavoro il fulcro della libertà di donne e di uomini, è all’economia sociale di mercato che bisogna guardare.

Se è la giustizia sociale la nostra missione, va rafforzata la rete di sicurezza per coloro che dal mercato sono esclusi.

Se è la partecipazione che vogliamo incentivare, bisogna guardare a nuove forme di democrazia.

La malattia più grave della sinistra è pensare di governare il cambiamento con formule arcaiche, con chi eravamo e non con chi saremo. Nel passato non troveremo soluzioni. Solo nostalgia. Dell’epopea che va da Brandt a Craxi, insomma, vanno rispolverate l’audacia, l’eresia, il senso dello Stato, la capacità di mettersi alla testa del cambiamento.

La frontiera da presidiare non è quella del radicalismo, del ‘no’ a tutto, degli assessori in corteo a Bagnoli mentre si lanciano i sassi, ma non è nemmeno quella del sacco di Roma. Come si esprimeva il sindaco Marino? ‘Roma non è politica. E’ Roma’. Almeno avesse usato il bisturi, lui che se ne intende.

I riformisti sono attesi da scelte difficili, come sempre, perché nei momenti di svolta la consuetudine è un freno terribile, una zavorra, eppure difficilmente riusciamo a liberarcene. E’ rassicurante, la coperta di Linus, ma non è di grande utilità. Nel segno del passato, avremmo ancora madonne bizantine, la terra piatta, monarchie senza un parlamento.

Per governare il cambiamento serve un bagaglio di valori, servono alleanze, serve una strategia. Soprattutto in Italia.

Questa Italia ha ereditato due errori capitali: la criminalizzazione introdotta come criterio di giudizio nella vita politica fino dal 1992; l’evoluzione mancata del PCI in forza politica del socialismo europeo cui ha corrisposto l’assenza di una forza politica conservatrice ben inserita nella casa popolare europea. Due anomalie che hanno rovesciato l’Italia nel guado.

  1. L’ITALIA DEI RIFORMISTI

Tra il 1994 e il 2014 si sono succeduti 10 governi, nessuno dei quali è mai stato riconfermato alla guida del Paese, sono nati una ventina di partiti, tutti defunti meno quattro, sono fallite due commissioni nate per riformare la Costituzione, abbiamo rieletto una seconda volta un recalcitrante e saggio Napolitano, si è registrato il tasso più elevato di trasformismo dai tempi di Depretis.

Questa è l’Italia avuta in dote dal governo.

Leggo le analisi di chi ha governato nel ventennio e stupisco. Berlusconi, che questa opportunità l’ha avuta ben tre volte, si rifugia nel ‘no comment’ sulle sue responsabilità. La Lega dimentica di aver governato 8 anni su 10 tra il 2001 e il 2011. Ricordo anche la riflessione di D’Alema. Per lui eravamo dannosi o superflui così tanto da aver rovesciato su di noi quella conventio ad excludendum che il PCI aveva conosciuto bene. E invece, senza di noi, l’Italia sarebbe stata semplicemente meno libera e la civiltà dei diritti avrebbe vissuto al freddo. E meno male che siamo stati dannosi: dannosi quando abbiamo combattuto il compromesso storico che stava somministrando camomilla all’Italia, dannosi quando ci siamo opposti a un’idea arcaica della sinistra, dannosi quando abbiamo scommesso sull’Europa e non sull’Unione Sovietica.

Con il tramonto di F.I. e la scena occupata dai grillini, la fotografia politica dell’Italia è profondamente cambiata anche se è passato solo un triennio dalle ultime elezioni politiche, quelle del giaguaro da smacchiare.

Per sbarrare il passo a una destra populista, in Europa non sono più un’eccezione i governi di coalizione. In Italia, invece, nasce ‘la coalizione degli opposti’. Ricordate il bar di guerre Stellari? Quello! Tutti insieme nel voto di sfiducia al governo, nel referendum antitrivelle, nel referendum costituzionale. Ma c’è un disegno per il dopo? Non c’è. Con gli opposti non si governa neanche un condominio. Per il programma varrebbe la massima di Flaiano: per loro la linea che congiunge due punti non è la retta ma il ghirigoro. Da martedì siamo di fronte a un Aventino rovesciato: ma allora c’era un morto ammazzato dai fascisti – Giacomo – e socialisti liberali e popolari fuori da Montecitorio; oggi una pattuglia di ex fascisti e di ex comunisti sotto la felpa di Salvini. Insomma, una galassia senza stelle.

Nessuna illusione: l’assedio continuerà. E la via d’uscita non è la personalizzazione dello scontro. Brunetta e Fassina, Calderoli e Di Maio hanno solo l’intenzione di raccogliere la sfida nel momento in cui il premier ha deciso di ‘metterci la faccia’, e la volontà di ottenere nel referendum quanto non hanno ottenuto con le mozioni di sfiducia in parlamento. Una posizione comprensibile, anche se è grottesco vedere Brunetta intrupparsi con chi si oppone alla riforma perché figlia del Patto del Nazareno.

Su cosa andrebbe fatto, qualche idea l’abbiamo.

  • Il referendum costituzionale sarà la prova del nove. Va preparato bene. Ognuno sia messo nella condizione di fare la sua parte. Un fronte inclusivo, l’occasione per confrontarsi con i corpi intermedi, per convincerli, per responsabilizzarli. Sarebbe sbagliato se non si prendesse atto del carattere tutto politico dello scontro e se il governo non rivendicasse la propria identità politica. Identità, sottolineo, che non può essere riassunta in toto in quella del PD. Non solo perché, paradossalmente, le insidie maggiori all’attuazione del programma di governo nascono proprio in seno allo stesso PD. Ma soprattutto perché in questi due anni è cambiato qualcosa nella figura politica di un governo che era nato, esso sì, col Patto del Nazareno poi sfumato. La riforma poteva essere migliore, non c’è dubbio, soprattutto nella veste da attribuire alla seconda camera. Ma l’impianto è giusto. Lo dico ai compagni che hanno dimenticato. 1982: Conferenza di Rimini: ‘abbandonare il bicameralismo paritario non per la singola camera suggerita dal PCI ma per una diversificazione tra le due camere sul terreno delle competenze’…’la specializzazione funzionale dovrebbe essere collegata ad una diversa tecnica di selezione del personale politico…’. Per avere conferma che qualche somiglianza con le nostre proposte vi sia basta guardare ai comitati del NO in formazione: pullulano di oppositori alla Grande Riforma degli anni ’80. La riforma concentra il potere e rende più forte e stabile il governo. Il senato può emendare le leggi e resta ampio il ventaglio delle leggi bicamerali, viene posto un argine ai decreti del governo, è previsto lo statuto delle opposizioni, non si tagliano le attribuzioni dei garanti.

Ricorrono quest’anno l’anniversario della nascita di Pietro Nenni e i settant’anni della Repubblica. Senza di lui, senza di noi, avremmo avuto un’altra Italia. ‘O la Repubblica o il caos’ – urlò Nenni in quei giorni. Aveva ragione. Anche questa volta l’alternativa è perentoria: in ballo non c’è la Repubblica ma l’alternativa è sicuramente il caos. Il fragile equilibrio in costruzione verrebbe spazzato via e a Grillo verrebbe consegnata la patente di salvatore della patria senza aver fatto nulla per salvarla.

Semmai, come settant’anni fa, dovrebbe accompagnarsi al referendum l’elezione di un’Assemblea Costituente proprio perché le riforme istituzionali non sono ancora concluse: rivedere l’assetto delle Regioni, unire i piccoli comuni, rafforzare con l’elezione diretta le città metropolitane, mettere in equilibrio i tre poteri dello Stato. Ne va della nostra civiltà.

  • Questo chiarimento non potrà non avere conseguenze sulla legge elettorale, o quanto meno sull’uso che si intende farne. Vado a memoria: la legge Acerbo e il Mattarellum vennero concepite per garantire la vittoria del fronte liberale e dei popolari di Segni/Martinazzoli. Sappiamo come andò a finire. Nel nostro caso, sarebbe assurdo che il meccanismo previsto per il premio di maggioranza finisse per discriminare proprio chi sostiene il governo che si sottoporrà al giudizio degli elettori. Sia intanto chiaro che la coalizione che si presenterà agli elettori sia quella che ha sostenuto l’esecutivo e non un’ammucchiata indistinta. Avremo tempo di riparlarne ma l’idea di fare gruppo guardando ai cattolici democratici, al mondo laico e liberale, alle tante liste civiche impegnate nei municipi – sono con noi oggi sindaci e amministratori che da poco si sono iscritti al PSI – non va assolutamente rigettata se utile a dare forza alla strategia di riforme che il Governo persegue. A proposito di PD. Il partito di Renzi ha vissuto un imponente cambio di classe dirigente, governa 15 regioni – Puglia inclusa, nonostante tutto-, grandi e medie città, piccoli comuni. Prima della istituzionalizzazione del movimento 5 Stelle e della sua crescita nei municipi, il PD somigliava a un ‘partito della nazione’ di fatto. Un leader forte, un esercito di amministratori, la scelta di aderire al PSE, il vento in poppa. Oggi colgo segni diversi. Le amministrative di giugno diranno se la burrasca che si intuisce sia destinata a gonfiare.

Renzi non si muove secondo coordinate tradizionali. Non è un leader doroteo. Ha coraggio nell’azione di governo ma guida un partito che spesso ostacola sacrosante riforme nelle aule parlamentari (penso alla legge Cirinnà). Passeggia a suo agio in campi a noi cari – garantismo e riassetto dell’U.E. – e proprio lì sconta una marcata opposizione interna.

Ma la prova regina saranno le riforme socio-economiche e il ruolo decidente che l’Italia saprà ritagliarsi in Europa. Da qui dipende la rinascita.

Noi ci siamo! A condizione che si lavori, qui e ora, lo ripeto, a un secondo tempo nell’azione del governo.Sala 15042016

  1. IL SECONDO TEMPO

 

  • Definire una nuova missione dopo lo stato di emergenza.
  • Condividere la missione con la società di mezzo, a partire dal movimento sindacale e dall’associazionismo di categoria. Lo dico in chiaro: meglio trattare con chi esercita il diritto di rappresentanza che con lobby innominate. E nell’attesa della legge sui gruppi di interesse, chi ha il privilegio di rappresentare le istituzioni si doti comunque di un registro per censire gli incontri.
  • Programma dei 600 giorni

Il secondo tempo deve avere certezza di una maggioranza politica e deve sostenersi su un’agenda rinnovata. Il premier ne deve essere il garante. Garante dell’intera coalizione visto che nell’Esecutivo siedono i segretari dei partiti che lo sostengono.

Entro i prossimi due anni, ai nostri appuntamenti si sommeranno il referendum inglese sull’U.E., elezioni politiche e presidenziali in Germania, in Francia e negli Stati Uniti. I risultati sono imprevedibili, da 1X2, ma sappiamo già che chiunque governerà dovrà sciogliere questi stessi nodi: il terrore che sale dal Medio Oriente e alimenta le nostre paure e una diffusa emergenza sociale.

Se l’Italia rafforza la sua stabilità politica, accresce il proprio ruolo in Europa e la sua voce avrà più forza.

Va ridefinita anche l’agenda delle priorità

° Piano casa da 50.000 alloggi tra Erp e housing sociale

° Detraibilità affitto studenti meritevoli

° Pensioni: maggiore flessibilità e superamento della Fornero a partire da chi ha lavori usuranti e ha cominciato a versare contributi in età precoce (2% taglio di pensione annua fino a un massimo di 4 anni costa poco più di 1 M. Su 277 M. di spesa pensionistica si può fare!); aumentare le pensioni minime finanziando l’aumento col prelievo dal gioco d’azzardo. Il ‘part time agevolato’ è un buon inizio. Meglio misure strutturali.

° Reddito minimo di cittadinanza vincolato a lavori socialmente utili per chi non ha né un’occupazione né pensione

° Riforma del diritto di famiglia sulla base della libertà del singolo: Premio Grand Clio 2015: Burger King in carta arcobaleno – Super Bowl 2015: spot uomo come papà.

Fare: adozioni per tutti – statuto diritti del minore –intese di solidarietà – matrimonio tra persone stesso sesso

° Lotta a evasione fiscale rafforzando i controlli su società di capitali e big company (33% di evasione – mancati scontrini solo il 4%)

  1. I SOCIALISTI

 Domenica saremo alle urne: autonomia nel voto. Resta il fatto che, nonostante l’Italia sia leader nel fotovoltaico, nelle biomasse, abbia il monopolio mondiale della geotermia, senza gas e petrolio non siamo in grado di governare la transizione a un sistema energetico più pulito.

Vanno investite le royalties nello sviluppo delle energie alternative e vanno previsti incentivi per imprese e famiglie.

Il 5 giugno gli italiani troveranno sulle schede elettorali il simbolo socialista a Roma, a Napoli e in molti comuni sopra i 15.000 abitanti; altrove, a cominciare da Bologna, simboli laico-civico-socialisti. Dove vincerà, la sinistra riformista vincerà anche grazie a noi e proprio in un turno elettorale con profonde caratteristiche politiche.

Intanto registriamo troppi monocolori nelle amministrazioni locali e regionali e troppa confusione. Su 144 comuni sopra i 15.000 abitanti al voto, sono 40 quelli in amministrazione straordinaria. Varie le ragioni: fenomeni criminosi e conflittualità dentro il partito di maggioranza.

Meglio coalizioni omogenee di un partito solo al comando.

Da poche ore sono noti i risultati di un sondaggio che abbiamo commissionato alla Makno. Hanno risposto in 1500 tra iscritti e simpatizzanti.

Il dato positivo è che al sud e nel centro Italia c’è un forte ricambio nelle adesioni, un partito più giovane d’età, un numero elevato di amministratori locali. Al nord, invece, la bufera che ci ha investiti nel ‘92 non ha subito inversioni di rotta. Si sceglie il PSI per la sua storia, per le battaglie sui diritti civili, per i suoi valori, in parte perché apparteniamo alla famiglia del socialismo europeo. Tra i simpatizzanti, il 20% non esclude di iscriversi nel prossimo futuro. L’invito che ci viene rivolto è di puntare sulla giustizia sociale, su laicità e garantismo, sulla promozione del lavoro, sull’innovazione, sul sistema formativo. E naturalmente si richiede una maggiore visibilità: più Tv, più stampa…Già, magari dipendesse da noi.

Partito aperto: Club Loris Fortuna – organizzazione metropolitana – primarie delle idee obbligatorie.

  • Avanti e Mondoperaio aperti alla cultura democratica e laica, ormai afone, e a una nuova generazione di artisti, scrittori, liberi pensatori, quello che era l’Avanti delle origini
  • Campagne: voto 16 anni – lobby e conflitto di interessi (già qui s può firmare). Campagne per sostenere la nostra attività parlamentare. Se sono diventate leggi divorzio breve, responsabilità civile dei magistrati, tassazione più alta del gioco d’azzardo, omicidio stradale, nuovo codice appalti, abolizione dell’Imu agricola, lo dobbiamo al nostro lavoro; se opposizione al bail-in e costituzione della commissione d’inchiesta sulle banche hanno preso corpo lo dobbiamo alla nostra iniziativa.
  • Resta il fatto che c’è bisogno di una maggiore condivisione a partire dagli amministratori locali: se non si mettono costantemente le gambe a una politica nazionale viene meno la possibilità di farsi conoscere. Non basta rinserrarsi in un municipio. L’appartenenza alla stessa comunità non può avvenire a giorni alterni. Ai compagni che non sono con noi riserveremo ‘diritto di tribuna’ nel Consiglio Nazionale. Nessun rancore. Fossero stati qui, avremmo ascoltato le ragioni del loro dissenso. Sotto questo tetto c’è spazio per tutti coloro che hanno a cuore questa storia. Saranno fianco a fianco con le compagne e i compagni delle fondazioni e delle associazioni; accanto ai sindaci, agli amministratori, ai deputati regionali, agli ex parlamentari che nell’ultimo anno o sono tornati nella vecchia casa o hanno deciso di condividere con noi la stessa strada; accanto a una nuova generazione. Il Consiglio Nazionale cambierà almeno il 40% dei propri componenti.
  • Vedo che chi se n’è andato verso nuove avventure ha sempre bisogno di darsi una giustificazione solenne. E invece spesso è opportunismo, talvolta stanchezza – il mare, per noi, è sempre molto largo e le onde perigliose – oppure mancata condivisione di un progetto, ma trovo insopportabile sputare nel piatto dove hai mangiato per una vita intera. Non è affatto dignitoso. Soprattutto quando hai condiviso molto pane e poco companatico, quando sei stato additato come un untore ed è stata una scelta di vita a tenerti in piedi.

Il partito che domenica uscirà dal congresso sarà diverso da quello che vi è entrato. Si affiderà sempre di più agli eletti locali e regionali, procederà per singole campagne tematiche, coinvolgerà in modo deciso una nuova generazione.

Siamo l’unico partito dell’Ottocento ancora sulla scena. UN PESCE ROSSO. Per farsi vedere anche in un acquario dove sguazzano più razze di pesci. Il merito è vostro. Fatevi un applauso.

Ingresso 15042016

A conclusione della relazione di Nencini è intervenuto Maurizio Turco, tesoriere di Radicali italiani. “I Radicali e i Socialisti – ha detto – hanno avuto diversi incontri in mezzo secolo di storia. Era il 1976 quando per la prima volta vi furono degli eletti radicali. Grazie a un appello a pagamento pubblicato su Repubblica: c’è un diritto non di visibilità ma dei cittadini a conoscere ed ad essere informati. Abbiamo tutti alzano barricate contro la prepotente presenza di Berlusconi sui media. Il presidente del Consiglio oggi ha oggi tre volte la presenza di Berlusconi. E questo è un problema per i cittadini che invece hanno il diritto di essere informati”

Successivamente, chiudendo la prima giornata del congresso, è intervenuto Carmelo Barbagallo, segretario generali Uil.

Carmelo Barbagallo, segretario generali Uil

“Ho condiviso la relazione di Nencini. I dati economici e sociali – ha detto Barbagallo – non ci confortano. Ha ragione Ayala quando dice che noi non siamo semplici socialisti ma socialisti riformatori. I termine progressista lo hanno usato in molti che poi hanno cambiato casacca. Il nostro è un Paese che ha bisogno dei corpi intermedi, chi lo dice si dimentica della storia e di quello che è stato fatto. Nel momento in cui avanza il terrorismo internazionale ci si deve ricordare del contributo dei corpi intermedi nella sconfitta dei terrorismo nazionale. L’austerità: sta affossando il nostro Paese. Quando Renzi dice basta a tutto questo gli dico bravo. Ma poi invece di puntare i piedi ubbidisce ai dettati che arrivano dall’Europa. Conosciamo la storia, Monti, Letta e poi Renzi. Che ancora non ha messo le basi di come superare l’austerità. La vergogna più grossa è la legge Fornero. In questo paese la peggiore riforma delle pensioni viene dall’idea di renderla paritaria per tutti. Un edile a 70 anni non più salire sulle impalcature. Oppure  una infermiera in sala operatoria oppure un autista guidare un pullman con bambini dentro. Serve la flessibilità  in uscita. Se vogliamo fare una battaglia su questo sono disponibilissimo”.

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