sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Partito Operaio Italiano
e il socialismo
Pubblicato il 04-04-2016


Nella storia del socialismo, il Partito Operaio Italiano (POI) ha rappresentato una tappa significativa per la nascita della sua organizzazione politica. Esso, costituito nel 1882 e sopravvissuto fino al 1886, sorse in un periodo di grave crisi agraria e di vivaci agitazioni operaie, che si proponevano la conquista di migliori condizioni umane e del diritto di associarsi. La riduzione della vita politica a mero trasformismo rinvigorì l’anelito al riscatto sociale e tradusse quel flusso di lotte in un impegno organizzativo sulla scia di modelli sperimentati in altri Paesi. La popolazione operaia, quale risulta dal censimento generale del 1881, presentava una struttura ancora arretrata per la presenza esigua degli occupati nell’industria. Eppure il periodico «La Plebe» del 25 aprile 1882 annunciò l’imminente costituzione di un Partito Operaio Italiano, pubblicando il mese successivo il testo integrale del programma con cui esso si proponeva «di svegliare il sentimento della dignità e la conoscenza del benessere collettivo dei lavoratori».La Plebe

Sulla vicenda di questo organismo politico, a cui diedero un contributo importante Enrico Bignami (1844-1921) e di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), è ora pubblicato il volume Politica e antipolitica. Un precedente: il Partito Operaio Italiano (Edizioni Efesto, Roma 2016, pp. 233) di Giancarlo Scala. La copertina riproduce quella del suo organo ufficiale «Il Fascio Operaio», di cui Scala pubblica l’articolo di presentazione uscito sul primo numero (29 luglio 1883) e scritto da Gnocchi Viani. L’autore riporta anche l’indice dei principali articoli pubblicati dal 5 agosto 1883 al 2-3 aprile 1886 (pp. 215-223), lo Statuto e i vari resoconti congressuali, dai quali emerge una linea operaista sulla base della marxiana formula «l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi» (p. 61).

Gli articoli, istruttivi sul piano culturale, presentavano una ricchezza di informazioni utili per la vita quotidiana dei lavoratori, che impressero al periodico una rapida diffusione. Esso raggiunse infatti la vendita di 2.675 copie, la cui distribuzione territoriale è documentata dall’autore sulla scia delle ricerche storiche di Letterio Briguglio e di Maria Grazia Meriggi. In varie regioni come la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, il Veneto, la Toscana e persino il Lazio e la Campania, ogni esemplare del «Fascio Operaio» era oggetto di una lettura collettiva nelle sedi del partito, dove un numero elevato di persone era coinvolto nel messaggio politico, stimolato anche dall’attività dei comizi, dalle conferenze e dalle «passeggiate di propaganda». Il centro di maggiore diffusione rimase però la Lombardia, dove si ebbe una massiccia distribuzione del periodico per la presenza nella zona di Milano di ben quattro società operaie. Dalla presentazione del Partito Operaio, avvenuta nel Teatro Castelli di Milano, fino al I congresso, si ebbe una critica devastante della vita politica e della miserrima condizione dei lavoratori, l’una intrisa di «piccoli intrighi, di ambizioni meschine, di errori madornali ed immoralità spaventose» e l’altra di lavori soffocanti per la scarsa igiene sul lavoro.

Su questo sfondo l’autore segue l’attività politica del Partito Operaio Italiano e della sua articolazione in queste società operaie, denominate anche «Società dei Figli del Lavoro», che – insieme alla Lega del capoluogo lombardo – costituirono il 31 agosto 1884 la Federazione regionale dell’Alta Italia. La nuova organizzazione, che tenne il I° congresso a Milano fra il 12 aprile e il 3 maggio 1885, approvò un nuovo Statuto, con cui fu riconosciuta la resistenza come unico strumento idoneo all’emancipazione operaia per rinvigorire il cosiddetto partito delle «mani callose» mediante lo sciopero. Nel corso dell’anno, come documenta l’autore, vi fu  un susseguirsi ininterrotto di scioperi, che investirono varie categorie di lavoratori, dai cappellai di Monza e di Andorno fino alle agitazioni agrarie del circondario del Milanese e del Mantovano (p. 99). Proprio in quel periodo si ebbe un aumento delle sezioni operaiste, che furono ampliate con l’adesione della Lega dei Figli del Lavoro di Brescia, di quella di Monza con le sue sezioni di mestieri (cappellai, muratori, tessitori, tintori), di Milano con la sezione Litografi e della Società d’Incoraggiamento fra i Lavoranti Tappezzieri in stoffa e dei cantinieri.

Il Partito Operaio si ricollegava infatti al Parti Ouvrier belge che, sorto nel medesimo anno, si proponeva di riunire le varie realtà locali come federazione di società di resistenza. Per questo motivo il rapporto conflittuale con i radicali, favorevoli ad un programma meno rigido della legislazione sociale, attirò sul partito l’accusa di «corporativismo» e di classismo rigido e settario: una critica a cui esso cercò di porre rimedio con l’intesa tra operaisti e proletariato agricolo nel congresso di Mantova (1885). La saldatura con il movimento contadino avvenne il 6-7 di quell’anno nel Teatro Arnoldi, dove non «era ancora spenta l’eco del grido di ribellione “la boie” che i contadini […] lanciavano per le piazze e davanti ai pubblici esercizi» (p. 103), come viene documentato in un aureo libro intitolato la boje! e curato nel 1962 da Rinaldo Salvadori per le edizioni Avanti!. Quell’assise congressuale fu significativa per la presenza di «99 delegati in rappresentanza di 132 società, di cui 52 adrenti al Partito Operaio», ma anche per la fusione con la Confederazione Operaia Lombarda, votata quasi all’unanimità. Solo di fronte alla lotta elettorale – come precisa l’autore –  si costituirono due correnti, l’una rappresentata da Alfredo Casati (1857-1920) e Vittorio Emanuele Mariani (1859-1939) e l’altra favorevole alla partecipazione del partito alle elezionin politiche da Giuseppe Croce (1853-1915) e da Emilio Kerbs (1854-?). Nonostante l’approvazione dell’ordine del giorno di quest’ultimo, favorevole «alla lotta pubblica con criteri propri tendenti all’emancipazione della classe lavoratrice, lasciando alle singole sezioni ampia libertà di partecipare alle elezioni politiche secondo le opportunità dettate dalle condizioni locali» (p. 104), il POI muove forti critiche ad Andrea Costa e alla sua strategia dell’alleanza con le forze democratiche.

Nel II congresso del Partito socialista rivoluzionario, diretto da Costa e riunito a Mantova (25 aprile 1886), la pregiudiziale antipolitica del POI prevale sulla linea «fusionista» del leader romagnolo per il carattere politico che i suoi adepti conferivano alla lotta del proletariato. Così la divisione del movimento socialista provocò la reazione delle autorità governative, che su esplicito ordine di Agostino Depretis sciolsero il POI, sopprimendo «Il Fascio Operaio» e arrestando i suoi principali rappresentanti. Il guantaio Giuseppe Croce, gerente del «Fascio Operaio», fu condannato per un articolo di protesta contro il divieto della Festa del Lavoro da parte delle autorità prefettizie. L’operaio litografo Augusto Dante (1857-1908) fu arrestato e poi licenziato dall’editore Sonzogno, mentre Costantino Lazzari (1857-1927) fu condannato a tre mesi di di carcere.

L’arresto e il successivo processo dei dirigenti suscitò un’ampia protesta tra gli intellettuali lombardi, che da Dario Papa a Filippo Turati si schierarono con gli operaisti. Sulla «Rivista Italiana del Socialismo» (1887, n. 4) Turati difese gli imputati con una calorosa arringa, dimostrando la vacuità dell’accusa contro i suoi assistiti (Brando e Casati) di «eccitamento della guerra civile». Egli perorò anche la causa dell’incisore litografo Kerbs, colpito da un decreto prefettizio per la sua origine tedesca, senza riuscire ad impedirne  l’espulsione. La difesa dei dirigenti operaisti fu compiuta di nuovo nel 1889, quando Turati intervenne contro gli arresti di Brando, Casati, Croce, Lazzari, dei quali l’autore riporta alcune schede tratte dal Casellario Politico Centrale di Roma (pp. 205-213). Il 1889 fu significativo per la nascita della «Lega socialista milanese» e il 1891per la fondazione della rivista «Critica Sociale», la prima aprì infatti la via alla costituzione del Psi e la seconda colmò il vuoto lasciato dal battagliero «Fascio Operaio».

Nunzio dell’Erba

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