venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il petrolio oltre il referendum 
Pubblicato il 07-04-2016


Sul tema petrolio credo che come Psi abbiamo la laicità necessaria per non compiere scelte sull’onda del giustizialismo o sulla scorta del quesito referendario del 17 aprile prossimo. Sul primo punto, in questa sede è utile sottolineare come l’intervento “ciclico”della magistratura nei temi ambientali, sia in parte imputabile ad una legislazione ambientale contraddittoria ed inefficace,che viene continuamente superata da una sequenza di provvedimenti singoli ed estemporanei sulle grandi emergenze, come l’Ilva e la Terra dei fuochi.

Sul secondo punto basterà dire che, se domani mattina chiudessimo tutte le piattaforme oggetto del referendum, perderemmo meno del 3% della produzione nazionale di oil&gas,quindi un’inezia di fronte ai circa 90mila barili al giorno di petrolio che si estraggono sulla terraferma in Basilicata, che rappresentano invece il 90% della produzione nazionale e circa il 9% del consumo di petrolio italiano.

Quindi nell’analisi della questione petrolio concentrare l’attenzione sui meno di 3 mila barili estratti entro le 12 miglia, rischia di essere fuorviante, sopratutto per chi non sa che l’Italia nei prossimi anni raddoppierà la produzione di petrolio, in base a degli accordi sottoscritti tra la regione Basilicata e le compagnie petrolifere, cosicché l’Eni passerà in Val D’Agri dagli attuali 90 mila a 130 mila barili/giorno, mentre la Total sta realizzando #temparossa che vale da solo quasi 50mila barili al giorno.

Pertanto l’oggetto del problema non è l’opposizione delle regioni alle trivelle, visto che addirittura si è autorizzato il raddoppio delle estrazioni, semmai il problema è come trivelliamo, poiché il procedimento di estrazione, in particolare del petrolio, produce una grande quantità di rifiuti speciali, il cui smaltimento diviene sempre più oneroso con il petrolio a 30 dollari al barile. Poi il problema è dove trivelliamo, perché in Basilicata stiamo posizionando pozzi di idrocarburi sui monti che contengono le sorgenti e le dighe dell’acquedotto pugliese: il più grande d’Europa che serve 4 milioni di cittadini.

Rimane anche il problema del perché trivelliamo, visto che in Italia stiamo chiudendo le raffinerie,pertanto i 50mila barili che estrarremo a #temparossa, sono destinati ad essere convogliati verso il porto di Taranto per essere esportati tramite petroliere, non contribuendo a diminuire la bolletta energetica italiana, questo accade anche adesso ad alcune migliaia di barili prodotte dall’Eni a Viggiano, che vengono esportate addirittura in Turchia, stessa cosa con il petrolio di Gela in Sicilia, che viene trasportato con i camion fino a Taranto(oltre 400km).

Per tali ragioni il problema non si può semplicisticamente ridurre al binomio trivelliamo/non trivelliamo oppure tra i fautori delle competenze statali ed i sostenitori delle competenze regionali.

Infatti nel versante ambientale sono emersi con maggior evidenza i limiti del regionalismo/federalismo italiano, cosi come concepito dalla riforma costituzionale del 2001. Ad esempio la pianificazione regionale ha fallito in tema di rifiuti urbani in almeno il 50% delle regioni,con città come Roma che per decenni hanno scaricato in unico impianto, oppure molte delle ARPA (agenzie regionali di protezione ambientale) hanno mostrato gravi inadeguatezze nel far fronte alle competenze sui controlli che gli sono piovute addosso a partire dagli anni 90.

Per i motivi sopraesposti non discutere di questi temi, sarebbe estraneo alla tradizione socialista di analisi e di interpretazione della realtà, sopratutto all’interno di un congresso che non registrando scontri sulla leadership ha l’opportunità di concentrarsi sui temi. Inoltre è opportuno ricordare,come sui temi ambientali si avverte con maggiore forza la mancanza di un dibattito politico, sui limiti ed i conflitti d’interesse fra lo stato regolatore e lo stato azionista di aziende che erogano servizi pubblici.

Ad esempio a prescindere dalle inchieste di questi giorni, non è normale, che sulle attività di estrazione fatta da un azienda al 30% pubblica come Eni, e di smaltimento rifiuti petroliferi compiuta da un’azienda al 40% delle regione Basilicata come Tecnoparco Spa, debbano controllare Aziende sanitarie ed Arpab di diretta emanazione della stessa regione. Inoltre il dibattito sugli idrocarburi rischia di farci perdere di vista le grandi opportunità che l’Italia può trarre dalle fonti rinnovabili e dal risparmio ed efficentamento energetico, una sfida alla sostenibilità che l’economia italiana in parte sta cogliendo, ma in questo settore registriamo ancora una volta gli effetti distorsivi del mercato introdotti dai generosi incentivi statali.

Per tali ragioni credo che la riforma dei tanti buchi neri della normativa ambientale, debba divenire una battaglia socialista, per tenere fuori la demagogia da questi temi fondamentali per l’Italia del domani, promuovendo scelte politiche che tengano insieme il futuro del paese e quello delle comunità interessate dai grandi impianti industriali.

Raffaele Tantone
segreteria Psi Basilicata

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Commenti all'articolo
  1. caro Cantone, i consiglieri regionali della Basilicata hanno votato la richiesta del referendum oppure no? Perché se l’hanno votata (il quesito è stato presentato da nove regioni tra cui la Basilicata) per decenza politica e personale tu come segretario regionale hai il preciso dovere di sostenere il referendum.

  2. Bravo Raffaele !! Finalmente un compagno che fa un ragionamento laico come dovrebbero fare i socialisti. Giuste anche le considerazioni sul conflitto di interesse tra controllore e azionista, entrambe pubblici, che noi in Romagna nel mio Comune, Santarcangelo, abbiamo cercato di estendere anche ai servizi pubblici locali, ( rfiuti, acqua, trasporti ), purtroppo senza seguito anche all’interno del nostro Psi. Ci sono i Comuni che stanno com’è giusto che sia nelle agenzie di regolazione e sono nel contempo azionisti delle aziende, dipo Hera o Start più o meno pubbliche e quotate in borsa concessionarie del servizio, con evidente intreccio di funzioni e interessi, a tutto scapito della qualità ed economicità dei servizi resi ai cittadini.

  3. Bravo Raffaele, finalmente un compagno che ragiona laicamente, come tutti i socialisti dovrebbero fare. Condivido anche il discorso sul conflitto di interessi tra lo stato regolatore e lo stato azionista. Noi nella nostra realtà comunale, Santarcangelo di Romagna abbiamo cercato di estenderlo anche ai servizi pubblici locali ( acqua, rifiuti, trasporti ) purtroppo nel disinteresse generale, non solo del PD, che è comprensibile, ma anche in casa nostra, quella socialista. Problemi troppo grandi e complessi ci siamo sentiti dire, la questione è che non si è più abituati a parlare di politica. Anche qui abbiamo i comuni presenti nelle Autority regolatrici tipo Atersir per acqua e rifiuti o Agenzia di Mobilità per i trasporti e nel contempo i comuni stessi sono azionisti del gestore del servizio dipo Hera nel primo caso o Start Romagna nel secondo. Si crea in questo modo un evidente conflitto di interessi a tutto a danno della qualità ed economicità dei servizi e quindi dei cittadini che sono gli utenti finali.

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