lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La dichiarazione di voto di Pia Pia Locatelli capogruppo del Psi alla Camera
Pubblicato il 12-04-2016


Come abbiamo già detto in diverse occasioni, la legge di riforma costituzionale, oggi al sesto ed ultimo passaggio parlamentare, non è propriamente quella voluta dai socialisti: non lo è nei contenuti, migliorati, comunque, nei diversi passaggi tra Camera e Senato, e non lo è per il metodo. Il metodo, appunto: ancora una volta, ribadiamo che sarebbe stato senza dubbio meglio adottare la strada maestra di un’Assemblea costituente, che, svincolata dall’esame di altri provvedimenti, avrebbe potuto dedicare più tempo e andare più in profondità in un clima complessivo di maggiore serenità, pur senza escludere il confronto, anche aspro.

Sarebbe stato anche un modo per costruire un importante collegamento, come ci ha detto ieri il collega Tabacci, cioè una continuità, con la prima Assemblea costituente, cercando, oggi come allora, di costruire una riforma il più possibile condivisa. Purtroppo, siamo rimasti gli unici a sostenere la necessità di questo confronto. Noi socialisti fummo i primi a lanciare l’idea di una grande riforma, era il 1979, così come fummo gli unici, nel corso della conferenza di Rimini, rimasta nella memoria comune per il tema dei meriti e dei bisogni, a proporre il superamento di due Camere con uguali poteri, ossia uno dei cardini dell’attuale riforma, suscitando, allora, un’opposizione virulenta. La stessa opposizione che ci fu nella Commissione bicamerale del 1997, formata da 70 parlamentari, e, tra questi, il segretario nazionale del PSI, che avanzò la stessa proposta. Fummo ancora noi a parlare di trasformazione del Senato in Camera delle regioni, sul modello del Bundesrat tedesco, composta da rappresentanti dei governi regionali e con compiti di garanzia e controllo. Le buone idee, evidentemente, non muoiono, e oggi si pone fine alla lunga esperienza del bicameralismo paritario, ai ripetuti passaggi di provvedimenti tra Camera e Senato e ad un iter legislativo lungo e farraginoso. Con questa riforma ciò non accadrà più ed è soprattutto per questo motivo che il gruppo socialista, che ha affrontato senza pregiudizi il dibattito e il processo di revisione costituzionale, voterà a favore del provvedimento, nonostante numerose perplessità e qualche affermazione demagogica di troppo.

È stato detto, ad esempio, che la riforma del Senato, non prevedendo indennità per i suoi senatori, è positiva perché comporta una riduzione della spesa pubblica. A noi questo sembra un messaggio sbagliato, populista. Il Senato va modificato e ridimensionato, ma non per una questione di costi. La democrazia ha un costo e sarebbe inaccettabile rinunciare ad una parte della democrazia in nome del risparmio. Certo, avremmo preferito che il nuovo Senato ricalcasse maggiormente il modello del Bundesrat tedesco, così come avremmo preferito un maggiore equilibrio numerico tra le due Camere, da raggiungersi attraverso uno snellimento di questa Camera, oppure la modifica del sistema di designazione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura, anche per garantire il superamento delle correnti, o, ancora, l’eliminazione dell’autodichia nella gestione del personale.

Ma l’Aula ha scelto diversamente e noi lo accettiamo. Tornando all’oggi, dobbiamo riconoscere che il testo è migliorato sia nelle funzioni assegnate al Senato, ora più autorevole nel rappresentare i territori, sia nel metodo di scelta dei nuovi senatori e nuove senatrici, ci auguriamo, per il quale si dovrà provvedere con una legge successiva. È, inoltre, positivo che vi sia una relazione fiduciaria esclusivamente tra Governo e Camera, così come è positivo il tentativo di semplificazione dell’apparato della Repubblica, con la soppressione del CNEL e delle province, anche se, a riguardo di queste ultime, la situazione ha bisogno di ulteriori chiarimenti e provvedimenti.

E, infine, particolarmente cara a me, è positiva l’introduzione del principio di parità e non discriminazione tra donne e uomini nelle leggi elettorali, avvenuta con la modifica dell’articolo 55 della Costituzione, che prevede per le leggi che stabiliscono le modalità di elezione della Camera la promozione dell’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Anche in questo caso, la nostra preferenza sarebbe stata diversa: piuttosto che promozione avremmo preferito garanzia dell’equilibrio di genere nelle leggi elettorali, insieme alla previsione di norme transitorie per la prima elezione del Senato.

Insomma, restiamo dell’avviso che si poteva fare meglio e, soprattutto, che si doveva tentare, più di quanto abbiamo fatto, di ricercare una maggiore condivisione con le opposizioni. Riteniamo che per le riforme vadano fatti tutti gli sforzi possibili per arrivare alla massima condivisione, ma non ci siamo riusciti, anche se va detto che la responsabilità non è certamente solo della maggioranza. Voteremo questa riforma della Costituzione anche perché non vogliamo lasciare alibi a nessuno per giustificare le difficoltà del Paese attribuendole ad una mancata riforma costituzionale.

Allo stesso tempo, chiediamo, ancora una volta, la modifica della legge elettorale per garantire, insieme alla governabilità, che è fattore importante, la rappresentanza. L’equilibrio tra rappresentanza e governabilità è ancor più fondamentale rispetto ai singoli fattori, ma, proprio perché riteniamo che questa riforma serve al Paese, non possiamo non ribadire la nostra preoccupazione per la sua sopravvivenza. Lo abbiamo già detto ieri durante la discussione sulle linee generali: la scelta del Presidente del Consiglio di esporsi in prima persona, legando strettamente l’esito del referendum del prossimo ottobre alla durata del suo Governo, è una forzatura che si dovrebbe evitare.

Non serve il tifo pro o contro: stiamo parlando di modifica della Carta costituzionale. E trasformare il voto referendario in una sorta di plebiscito è un errore che abbiamo già visto fare e che certamente non porta nulla di buono. Al referendum vince o perde il Paese, non Matteo Renzi, e il Paese non ha bisogno di prove: ha bisogno di essere riformato. Vorrei, infine, richiamare l’attenzione dell’Aula e del Governo nel suo insieme ad un tema e ad un impegno molto caro a noi socialisti. È stato detto nei precedenti passaggi in questa Camera che il voto di oggi non è il fischio che mette fine alla partita, mi sembra fosse il collega Cuperlo. E siamo profondamente convinti che questa riforma non rende inutile il lancio di una nuova fase costituente; e so che questa proposta può suscitare sorpresa, ma noi siamo convinti che, dopo la riforma del Senato, noi socialisti siamo convinti che, dopo questa riforma, che ha aperto il cantiere, resti da ristrutturare l’intero edificio istituzionale, così come resta da chiarire, a proposito di questo edificio istituzionale, un’ambiguità di fondo, che da anni serpeggia, senza mai essere chiaramente affrontata, tra presidenzialismo e parlamentarismo. Quante volte abbiamo sentito ripetere, non più tardi di ieri, in quest’Aula, che questo Governo è illegittimo perché il Primo Ministro non è stato votato dai cittadini. Ma è delle repubbliche presidenziali o semipresidenziali l’elezione diretta del Premier ! D’altro canto, non dobbiamo stupirci della confusione, avendo da anni accettato, nei simboli dei partiti, il nome del candidato Premier. Ma ci sono molte altre questioni da regolare: per esempio, l’ampiezza della cessione di sovranità nei confronti dell’Unione europea, che non può essere definita da un paio di articoli, l’11 e l’81, oppure la razionalità degli assetti del potere locale, che non si può determinare solo con l’abolizione delle province. Oppure, l’omogeneità fra sistemi elettorali locali, in particolare quelli regionali, e sistema elettorale nazionale.

Noi temiamo, ad esempio a proposito di rappresentanza di genere – e cito Simonetta Sotgiu, una magistrata impegnata su questi temi, ora in pensione –, che vi sarà lesione del riequilibrio della rappresentanza sancito dall’articolo 117 della Costituzione. Il Parlamento italiano, infatti, ha dettato precise norme per l’elezione di province, comuni e città metropolitane, rispettose del principio di parità, ma non ha seguito lo stesso criterio per l’elezione dei consigli regionali, limitandosi a richiamare genericamente il principio del rispetto del riequilibrio di genere nella rappresentanza, ma un richiamo generico, che non ha vincolato molte regioni. E, poi, dobbiamo confermare importantissimi i princìpi della prima parte della Costituzione, che non sono affatto scontati in una situazione in cui, oltre alla coesione sociale, sembra a rischio la stessa coesione culturale della nazione. Ho finito, ma, prima di concludere, pur rischiando di andare fuori tema, colgo l’occasione per rivendicare il ruolo dei partiti, magari impegnandoci a dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione. In quest’ultimo quarto di secolo il ruolo dei partiti è stato travisato, dando al concetto di partito un significato divisivo, secondo il quale si è tanto più partito quanto più ci si colloca o di qua o di là. Noi socialisti continuiamo a sostenere che il concetto di partito è invece unitivo e tale deve essere la loro azione in particolari momenti di grande solennità istituzionale, come quello della riforma di oggi, come insegna la grammatica della politica democratica. Per questa ragione crediamo che sia indilazionabile l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione mentre ci accingiamo a cambiarne tanti articoli.

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