venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Rousseff. La lunga marcia dell’impeachment
Pubblicato il 01-04-2016


Dilma Rousseff  Presidente del Brasilie

Dilma Rousseff Presidente del Brasilie

Le schizofreniche convulsioni politico-giudiziarie che stanno segnando il secondo mandato di Dilma Rousseff si arricchiranno nelle prossime settimane di un nuovo elemento: il processo di impeachment intentato contro la Presidente petista.

L’esecutivo guidato da Rousseff è sottoposto da tempo ad un asfissiante assedio mediatico, giudiziario e parlamentare e, dopo la netta conferma elettorale del 2014 (51,64% e 3 milioni di voti in più dell’avversario Aécio Neves, PSDB), sono state presentate alla camera ben 27 richieste di messa in stato di accusa.

Una di queste richieste è stata accettata nello scorso dicembre dal Presidente della Camera, Eduardo Cunha, esponente del PMDB e attualmente indagato dal Supremo Tribunal Federal per riciclaggio e corruzione e sotto inchiesta del Consiglio Etico della Camera per dei conti esteri intestati a lui e a familiari. La richiesta di impeachment, dalle traballanti basi legali secondo diversi giuristi, riguarderebbe l’utilizzo delle “pedaladas fiscais” (letteralmente “pedalate fiscali”) nella redazione del bilancio dello stato durante il primo mandato dell’erede di Lula. L’esecutivo, secondo i presentatori della denuncia, avrebbe utilizzato strumenti fiscali irregolari (sostanzialmente ritardando dei pagamenti destinati ad istituti bancari) per ottenere un saldo primario maggiore e trovare quindi finanziamenti per diversi programmi sociali, tra i quali il famoso e colossale piano per l’edilizia popolare “Minha Casa, Minha Vida”. Secondo il governo quella delle pedaladas è una pratica comune, utilizzata in diverse occasioni da Presidenti e Governatori statali (tra i quali, sempre secondo il PT, anche Aécio Neves quando era Governatore dello stato di Minas Gerais). Al di la delle basi giuridiche della richiesta di impeachment, appare comunque chiaro che la vicenda rientra nel logorante clima politico generale, in linea con i continui assalti al governo di Brasilia.

La procedura della messa in stato di accusa avviata alla Camera è regolata da una legge del 1950 ed è già stata utilizzata negli anni ’90 per la destituzione dell’allora Presidente Collor (oggi Deputato Federale dell’opposizione). L’avanzare del processo ha segnato un importante passo in avanti lo scorso 16 marzo, quando è stata eletta la Commissione responsabile dell’istruttoria. A far parte della Commissione sono 65 deputati, rappresentati di tutti i partiti dell’arco parlamentare, di cui almeno la metà con varie pendenze nei confronti della giustizia.

Il prossimo passo della vicenda vedrà Dilma Rousseff presentare la propria difesa presso la Commissione (dove i supporter dell’impeachment dovrebbero essere, salvo sorprese, la maggioranza). Dopo la deposizione di Dilma la Commissione avrà la facoltà di decidere a maggioranza semplice se accettare o meno la richiesta di impeachment. In caso di risposta positiva, la palla passerà dunque alla Camera, riunita in sessione plenaria, dove almeno 2/3 (342 su 513) dei membri dovranno votare affinché venga considerato formalmente instaurato il processo di destituzione (notizia di oggi è che il comitato pro-impeachment sostiene di avere già a disposizione 346 voti). La decisione passerà quindi al Senato Federale che aprirà a sua volta un’inchiesta. Dilma sarà definitivamente destituita da Presidente se anche 2/3 dei senatori (54 su 81) approverà la richiesta di impeachment. Il processo dovrebbe concludersi, secondo le previsioni, entro la fine del 2016.

Il governo ed i partiti che lo sostengono sono già al lavoro per cercare di raggiungere un numero sufficiente di voti contrari alla messa in stato di accusa, soprattutto tramite l’offerta, più volte riportata dalla stampa brasiliana, di posti di governo e sottogoverno.

La riuscita della procedura di impeachment, inizialmente non osteggiata dal Governo, che all’epoca poteva contare su altri numeri, potrebbe dar luogo a risultati decisamente kafkiani. Dilma, che oltre a non essere indagata non è mai stata direttamente citata in nessuna indagine, rischia di perdere l’incarico in favore degli apparati di PMDB e PSDB, largamente coinvolti in tutti gli scandali degli ultimi 20 anni, compresa l’inchiesta “Lava Jato”.

Riccardo Galetti

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