sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Riforme. L’intervento del Presidente del Consiglio Matteo Renzi alla Camera sulle riforme
Pubblicato il 12-04-2016


Signora Presidente, onorevoli deputati, è con una certa emozione che intervengo qui, oggi, per rendere innanzitutto omaggio in modo formale e sostanziale a questo Parlamento, anche a quella parte di Parlamento che ha deciso di non partecipare a questo mio intervento, ma nulla toglie al valore di quello che essi, anche loro, hanno fatto, insieme naturalmente ai parlamentari, ai deputati in questo caso, della maggioranza delle riforme, che hanno lavorato con grande determinazione e con grande tenacia. Lo dico senza formalismi,lo dico con il cuore in mano: siamo a un passaggio straordinario. Io vorrei dire grazie a lei, signora Presidente, al suo Ufficio di Presidenza, alle collaboratrici e ai collaboratori che hanno reso possibile ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo. Vorrei dire grazie a tutti i capigruppo che si sono succeduti, i capigruppo che hanno lavorato, ai membri della Commissione affari costituzionali, e da parte del Governo, al Ministro e a tutti i sottosegretari che sono qua, perché quello che sta avvenendo in queste ore è un passaggio al quale non tutti credevano e in molti casi, anche noi, pensavamo di non credere più. È un passaggio storico per il nostro Paese. C’è un unico modo con il quale io posso essere minimamente in grado di restituire questo sentimento di riconoscenza e cioè quello di prendere, come ho fatto in queste settimane, riguardare, uno per uno i punti che sono venuti dalle opposizioni, e anche in alcuni casi dalla maggioranza, di critica e rispondere nel merito. Non abituatevi dunque a questo tipo di intervento, solitamente i miei discorsi in Parlamento sono molto diversi, ma questa volta mi sono preparato, uno per uno, sui singoli punti che sono venuti dalle minoranze, per poter esprimere le motivazioni di merito per le quali questo passaggio è un passaggio straordinario.

La storia parlamentare italiana parlerà a lungo   di questa giornata ed ha ragione il deputato Invernizzi, che ha parlato qualche istante fa, c’è un senatore a cui dobbiamo tutto. È un senatore che non è qui, ha sbagliato il nome di quel senatore, ma è un senatore senza il quale tutto questo passaggio non sarebbe stato possibile. Vorrei che il primo pensiero di quest’Aula, in questo mio intervento, fosse per il senatore a vita Giorgio Napolitano.

È stato il senatore Giorgio Napolitano in un intervento che fu applaudito anche da una parte di coloro i quali non sono qua, fatto in questa stessa Aula, di fronte al Parlamento riunito in seduta comune per il giuramento del Presidente della Repubblica, nell’aprile del 2013, a utilizzare parole sferzanti, ma cariche di verità, nei confronti della classe politica, a sfidare voi parlamentari della Repubblica a fare di questa legislatura, la legislatura delle riforme, a dare un’ulteriore opportunità alla classe politica minata dall’incapacità di eleggere il Presidente della Repubblica, anche a costo di un sacrificio personale che vide quel Presidente della Repubblica dover cambiare posizione rispetto a quello che aveva espresso con grande determinazione e tenacia. Siamo qui perché il Presidente Napolitano ci ha stimolato e invitato, ma siamo qui anche perché finalmente la classe politica mostra il meglio di se stessa. Per la prima volta la politica riforma se stessa in modo compiuto e organico, non altrettanto hanno fatto altre parti delle classi dirigenti di questo Paese. Vorrei che dal Parlamento, vorrei che dalla Camera dei Deputati, arrivasse forte il messaggio e lo dico io che non faccio parte della Camera dei deputati, e lo dico io che non faccio parte del Senato della Repubblica: le parlamentari, i parlamentari, hanno dato una grandissima lezione di dignità al resto della classe dirigente di questo Paese, dimostrandosi, certo con tutte le difficoltà e i limiti (io non mi nascondo che ci sono dei punti aperti di questa riforma), in grado di far vedere che la politica quando è sfidata in positivo è capace di far vedere la pagina più bella. È accaduto questo, noi non ce ne dimentichiamo e io sono qui a nome del Governo innanzitutto per rendervi omaggio e per esprimere la mia gratitudine. Oggi la classe politica dà una lezione a tanti.

Che cosa è questa riforma ? Lo sapete, c’è bisogno forse soltanto per gli atti di ridire quello che già tutti noi conosciamo in modo diffuso. Cambia la composizione del Senato, cambia finalmente il rapporto di fiducia tra le Camere e il Governo, viene riservato alla sola Camera dei deputati, cambia lo status di senatore, cambiamo le funzioni del Senato. Il bicameralismo paritario che era stato un elemento di grande discussione e di compromesso alla meno in sede di Assemblea Costituente, viene meno. Il bicameralismo paritario che era stato unanimemente ritenuto un tabù da abbattere, da destra e da sinistra, in tutti i programmi elettorali viene finalmente meno. Il procedimento legislativo viene reso più semplice. Ho molto apprezzato le considerazioni dell’onorevole Sanna anche rispetto alle possibili problematiche, specie in una prima fase. Ma il fatto che si diano dei tempi certi, in particolar modo per l’istituto del voto a data certa, consente di superare un vulnus della storia costituzionale, cioè l’abuso della decretazione d’urgenza, abuso dal quale non possiamo ritenerci immuni neanche noi, voglio essere con molta franchezza trasparente nei vostri confronti. Non si toccano i sistemi di pesi e contrappesi che sono stati oggetto di grandi discussioni. Certo viene modificata la norma sull’elezione del Capo dello Stato, è il Parlamento in seduta comune che elegge il Capo dello Stato, senza l’integrazione della composizione con i delegati regionali, ma sono modificati i quorum per l’elezione. Si interviene pesantemente sul Titolo V, rendendo lo Stato responsabile maggiore anche in considerazione di modifiche da apportare, da apporre, a una precedente riforma i cui effetti hanno sicuramente delle luci e molte ombre. Viene soppressa la competenza legislativa concorrente, è introdotta una riserva alla legge statale per la definizione degli indicatori dei costi e fabbisogni standard, vengono modificati gli istituti di democrazia diretta e gli strumenti di partecipazione con un lavoro, è stato ricordato prima, di grande partecipazione da parte delle opposizioni e anche di una parte significativa della maggioranza, si sopprimono alcuni enti.

Vorrei prima di entrare nel merito delle 25 note di distinzione che vorrei rapidissimamente fare, sottolineare che si è lavorato in modo molto significativo. Si è lavorato per 173 sedute, al 7 di aprile, erano state 170 quelle dell’Assemblea costituente. L’Assemblea costituente aveva avuto 606 votazioni, 292 approvazioni e 315 respingimenti, 5.271 sono state le votazioni in questo procedimento. In sede di Assemblea costituente vi erano stati 1.090 interventi, sono stati 4.776 senza considerare quelli di oggi. Sono state presentate 1.663 proposte emendative in sede di Assemblea costituente, 83.322.708 in questo passaggio.

Si domandino, i signori del Parlamento, se l’utilizzo strumentale della discussione parlamentare è venuto da chi è stato pronto al dibattito e al dialogo in tutte le sedi e in tutte le forme o da chi ha proceduto a portare 83 milioni di emendamenti, con l’unico obiettivo di non discutere nel merito quelli su cui si poteva trovare un punto di convergenza. Sono state tante e numerose le modifiche che sono state introdotte da questo dibattito parlamentare; io non entro nel merito se queste siano migliori o peggiori rispetto alle nostre aspettative, sono le modifiche del Parlamento e io, signori del Parlamento, mi inchino di fronte alla volontà popolare che chi difende la Costituzione dovrebbe sapere esprimere attraverso le indicazioni dei deputati e dei senatori. Chi oggi difende la volontà costituzionale o pensa di difendere la Costituzione e utilizza l’argomento del «caro Presidente del Consiglio chi ti ha eletto ?», semplicemente non si rende conto che ciò che viene detto dalla Costituzione è che il Presidente del Consiglio non è eletto dai cittadini, ma gode di un rapporto di fiducia con il Parlamento della Repubblica.

La superficialità, l’improvvisazione di chi si trova a proprio agio fuori dalle Aule del Parlamento molto più che dentro, nel dibattito costituzionale, è un elemento sul quale i cittadini sapranno riflettere, anche perché in tanti dicono: andiamo fuori del Parlamento per chiedere che prima o poi si vada a votare. Quando andremo a votare, tanti di loro resteranno fuori dal Parlamento e non credo che sarà un problema per la stragrande maggioranza degli elettori medesimi.

Credo che ci sia bisogno di entrare nel merito della discussione sui 25 punti che le opposizioni hanno segnalato, non prima di aver tolto due elementi dal campo. Il primo: si dice che questa è la Costituzione più bella del mondo e che è intoccabile; sono valutazioni molto belle, molto suggestive, ci danno quel valore di appartenenza che io credo vada considerato un punto positivo. Non ci prendiamo in giro, perché qualcuno di noi, tutti voi meglio di me, ma qualcuno di noi lo ha fatto non perché doveva votare, ma perché ha studiato, come tutti gli altri, giurisprudenza o diritto costituzionale, ricorda che il dibattito in Assemblea costituente e negli anni immediatamente successivi non era un dibattito pieno di frasi modello «questa è la Costituzione più bella del mondo». Meuccio Ruini, 22 dicembre 1947, parla all’Assemblea costituente in qualità di relatore del testo e dice: la seconda parte della Costituzione, Ordinamento della Repubblica, ha presentato gravi difficoltà, non abbiamo risolto con piena soddisfazione tutti i problemi istituzionali, ad esempio per la composizione delle due Camere e per il sistema elettorale. Lo dice il 22 dicembre del 1947, qualche giorno prima della firma di De Nicola, il relatore di quel dibattito. Ma chi di noi ama, vorrei dire, profondamente ama, il contributo di una parte, noi amiamo il contributo di tutti, ma in particolar modo della sinistra cattolica in quel dibattito, deve ricordare che non soltanto furono numerosi gli interventi dei professori, i professorini, come li chiamavano, in sede di Assemblea costituente, ma vi furono degli appuntamenti immediatamente successivi dei quali non posso darvi conto in modo compiuto, ma che sicuramente conoscete meglio di me, e che vorrei invitare ad andare a rileggere, ad esempio andando a prendere il convegno dell’Unione Giuristi Cattolici del 1951; io ci sono affezionato perché fu il primo intervento di La Pira da sindaco e andò a parlare, però, nella sua veste, tornando per una volta a fare un dibattito nazionale, e dice delle cose meravigliose sul rapporto tra sogno, attese della povera gente e classe politica. Non ne parlo in questa sede. Vorrei, però, citare Giuseppe Dossetti. La sua relazione al convegno nazionale di studi dell’Unione Giuristi Cattolici del 1951 cita testualmente, parlando della crisi del sistema costituzionale italiano, tre anni dopo: è stato strutturalmente predisposto – si riferisce al sistema costituzionale italiano – sulla premessa di un contrappeso reciproco di poteri e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, come quello di uno Stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi.

Quello su cui avete legiferato e vi accingete a legiferare in via definitiva è una parte della Costituzione che lo stesso costituente – quei costituenti che abbiamo come delle figurine e che dovremmo però imparare a leggere e a rileggere – già dopo pochi mesi considerava deficitaria per la realizzazione di una compiuta democrazia. Vado rapidissimo sui 25 punti, perché non voglio abusare della vostra pazienza. C’è un punto, però, che voglio sottolineare, l’onorevole Sanna ha già discusso di questo anche in polemica con l’onorevole Scotto: la riforma non doveva essere proposta dal Governo, le riforme costituzionali devono essere d’iniziativa strettamente parlamentare. Lo dico all’onorevole Scotto che mi ha accusato di non aver ascoltato le sue, e quelle di altri, considerazioni; è una critica che rispetto, come tutte le critiche vanno rispettate, ma è una critica profondamente ingiusta. Vorrei citare all’onorevole Scotto, se solo fosse qui presente, ma ha detto che leggerà gli atti, ciò che Umberto Terracini, non propriamente un pericoloso sovversivo, ebbe modo di dire nella seduta di Sottocommissione del 15 gennaio 1947, sto andando a braccio perché non trovo il foglio, ma credo che fosse il 15 gennaio 1947. Alla domanda di Piccioni che chiedeva se si potesse evitare l’iniziativa del Governo su questi temi, Terracini rispose in modo molto puntuale, contestando la dichiarazione di Piccioni e mettendo ai voti la possibilità che il Governo avesse l’iniziativa anche sui temi della revisione costituzionale. La Sottocommissione votò la proposta Terracini, approvandola. Dunque, il primo punto in discussione – le riforme non dovevano essere proposte dal Governo – è stato autorevolmente sciolto, non già dall’esempio, come pure Sanna ha spiegato in modo ineccepibile, di numerosi Governi che si sono succeduti e che hanno portato iniziative di revisione costituzionale con firma del Governo, ma addirittura dal presidente Terracini che, prendendo la parola, chiese il voto su questo e, quindi, dalla discussione dell’Assemblea costituente medesima. Si vuole difendere i lavori della Costituente, ma poi ci si scorda di leggerli.
Secondo punto: le   riforme costituzionali si fanno tutti insieme. Lo dico in particolar modo a quella che è stata e che è una parte dell’accordo istituzionale e costituzionale: noi non abbiamo cambiato idea rispetto al testo che oggi andiamo, andate a votare, o comunque nelle prossime ore. L’argomento che ha portato una parte di questo Parlamento a venir meno alla parola data e all’impegno preso non ha a che vedere con il contenuto della revisione costituzionale, il che sarebbe comunque del tutto legittimo, ha a che vedere con il fatto che questo Parlamento in seduta comune, peraltro, con il voto a scrutinio segreto di molti di quello stesso gruppo, ha eletto Presidente della Repubblica quel galantuomo che risponde al nome di Sergio Mattarella, contro i desiderata del leader di quel partito medesimo.

Noi abbiamo tentato di avere una maggioranza più ampia, ma messi al bivio di dover bloccare quell’intervento, perché qualcuno aveva cambiato idea sul nome del Presidente della Repubblica, e mantenersi fedeli all’impegno preso con il Presidente della Repubblica precedente e con la credibilità del sistema politico italiano non abbiamo avuto dubbi nello scegliere la dignità, la coerenza e l’uniformità di giudizio.

Terzo punto:   nel varare le riforme sono state fatte, in Parlamento, forzature inaccettabili. Credo che l’unica forzatura realmente fatta sia stata presentare 83 milioni di emendamenti. Non avevamo alternative a quella di andare avanti anche utilizzando tutti gli strumenti del Regolamento per poter arrivare a conclusione, altrimenti sarebbe stato il blocco. Ricordo che in più di una circostanza i senatori e i deputati che fanno riferimento allo schieramento di una parte del centrodestra hanno più volte detto: non ci sono i numeri, li bloccheremo, l’ostruzionismo fermerà questi dilettanti improvvisati. Non è stata una previsione azzeccata. Punto numero 4: la riforma è stata fatta in modo affrettato. Ho   già mostrato i tempi e le sedute, più dei lavori dell’Assemblea costituente. Se il referendum andrà come io auspico che vada, saranno passati esattamente 30 mesi, sei letture parlamentari, esami e votazioni, prima in Commissione e poi in Aula, migliaia di emendamenti; non si ricorda nella storia costituzionale un dibattito così lungo e prolungato come quello avuto da questa revisione costituzionale. In nessun argomento c’è stata una partecipazione di così   tanti relatori e interventi come quella in questa discussione che il Parlamento di questa legislatura si accinge a concludere. Il punto numero 5 lo ha già spiegato il deputato Sanna: la riforma è illegittima perché votata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata illegittima 1 del 2014. In dalla Corte costituzionale. Si fa riferimento alla sentenza n. tale sentenza, la Corte costituzionale esprime in modo chiaro che l’illegittimità della legge – si chiama legge Calderoli, quella giudicata illegittima – non travolge la legittimazione giuridica né politica delle Camere della XVI legislatura. Questo è il dettato della sentenza della Corte costituzionale.

A questo si aggiunge non soltanto la volontà del Parlamento, perché il Parlamento avrebbe potuto prendere una decisione diversa nella sua sovranità, ma anche le considerazioni conformi dell’allora Presidente della Repubblica e dell’attuale Presidente della Repubblica. Ricordo, soltanto da ultimo, per citare il Presidente della Repubblica Mattarella, il suo intervento alla Columbia University dell’11 febbraio del 2016. La realtà è da una parte diversa da quella delle chiacchiere. Sesto punto: il Governo e la maggioranza non avrebbero dovuto chiedere o auspicare il referendum. Sì, è vero, la Costituzione permette, come garanzia democratica, a una minoranza parlamentare del 20 per cento di chiedere il referendum confermativo, ma questo non impone o non esclude che altri parlamentari possano chiedere che si vada a votare su questo.

Aggiungo: è stato frutto di un accordo politico. Il Governo è andato in Aula, in Senato, sulla base di una richiesta dei capigruppo della maggioranza, perché il lavoro che hanno fatto il Senato e la Camera per modificare questo testo è tutt’altro che banale. Allora i capigruppo ci chiesero di prendere un impegno solenne, come Governo e come maggioranza, per andare al referendum confermativo. Stiamo rispettando un impegno preso con i parlamentari. Settimo punto: non si doveva fare del referendum oggetto di una strumentalizzazione politica, legando a questo la vita del Governo. È una critica che è rivolta, in particolar modo, alla mia persona e alle dichiarazioni che ho fatto fin da qualche mese fa.

Vorrei confermarle e, se possibile, ribadirle. La nascita di questo Governo è dovuta al fatto che l’Esecutivo precedente si trovava in una condizione di stagnazione. L’accettazione dell’incarico di Presidente del Consiglio è stata subordinata all’impegno preso con il Presidente della Repubblica e con i deputati e i senatori a realizzare una serie di riforme, che possono piacere o meno. Nel momento in cui sulla più importante di queste riforme non vi fosse il consenso popolare tale da far cadere il castello della riforma stessa, è principio di serietà politica trarre le conseguenze. La Costituzione più bella del mondo non si tocca: sono almeno cinque gli articoli già cancellati, sono almeno 15 le modifiche già fatte. Numero nove: la riforma crea troppe incertezze, creerà contenzioso. Non vi è dubbio, perché mi piace essere sincero, che vi siano dei punti che dovranno essere chiariti. Qualsiasi riforma contiene dei margini di incertezza per definizione, non può che essere così: se tu metti a raffronto un testo che vige da quindici anni o da settant’anni e uno che è appena entrato in vigore, è giocoforza che vi siano delle valutazioni diverse, ma questa è una riforma che rende più chiaro e più semplice il nostro Paese.

Punto numero 10: avete fatto una riforma della Costituzione per risparmiare. Credo che chi ha seguito il dibattito degli ultimi vent’anni e non è stato ibernato o non è stato in vacanza su Marte sa che il problema della semplificazione delle regole del gioco democratico non deriva da un’esigenza di natura economicistica. Altre sono state le misure prese con finalità economica e/o economicistica: mi riferisco, ad esempio, alla modifica fatta dal Parlamento precedente, della legislatura precedente, sull’articolo 81 della Costituzione. Questa riforma, alla fine, farà risparmiare i cittadini ? Sì ! Non lo considero un elemento negativo, ma non è il motivo dal quale abbiamo preso le mosse.

Entro su punti un pochino più   delicati. La riforma – critica numero 11 emersa dal dibattito parlamentare, che, come vedete, abbiamo ascoltato, studiato e valutato – mette le istituzioni in mano a una sola forza politica, in particolar modo in combinazione con l’approvazione di una nuova legge elettorale. Come sapete, credo di essere uno dei più convinti della necessità della legge elettorale che abbiamo approvato, ma credo, contemporaneamente, che si debba essere molto chiari: questo non è un elemento che mette in discussione la riforma costituzionale, in primis perché tutte le maggioranze qualificate o restano o sono rafforzate. Il Parlamento in seduta comune, un organo che pure è ridimensionato, consta sempre di 725 componenti. Chi ne controllasse 340, grazie al premio di maggioranza previsto dall’Italicum, resta sotto di 23 rispetto alla maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune, resta sotto di 95 rispetto alla maggioranza dei due terzi, resta sotto di 142 rispetto a quella dei due terzi.

La realtà è diversa da quella che viene   raccontata. Certo, c’è un obiettivo, che è reso più semplice dalla fiducia lasciata alla sola Camera dei deputati e dal premio di maggioranza dell’Italicum: ci accingiamo ad andare verso un modello di democrazia decidente. Mi spiace che si citi Calamandrei a giorni alterni. Sarebbe molto interessante che si leggesse ciò che Calamandrei scrive sui limiti di una democrazia che decide. Una democrazia che non decide è l’anticamera della dittatura, ma il punto centrale è che, se questo Paese in settant’anni ha avuto 63 Governi e se questo Governo, che è appena arrivato, è il sesto su 63 per longevità, c’è qualcosa che non torna nel sistema istituzionale del nostro Paese.
Il   meccanismo del voto di fiducia di una sola Camera, con il premio di maggioranza al partito che vince le elezioni, auspicabilmente porta a dei Governi che durano in carica per cinque anni e consente alle opposizioni di non fare teatrini e sceneggiate, ma di stare a prepararsi per tornare al Governo, sempre che ne siano capaci. Punto numero 12: la riforma introduce una forma di premierato assoluto. A differenza delle proposte D’Alema e della riforma del centrodestra nella legislatura 2001-2006, questa riforma non tocca i poteri del Presidente del Consiglio, che è, unicumin tutti i Paesi europei, soltanto in Italia non in condizione di nominare o di rimuovere i ministri.
Vorrei che   questo fosse chiaro, per fare trasparenza: il nostro Paese è il Paese nel quale la possibilità per il Presidente del Consiglio di incidere è data innanzitutto dalla sua, presente o meno, autorevolezza che non dagli istituti normativi o dagli istituti costituzionali. Il Presidente della Repubblica nomina i ministri sulla base delle proposte del Presidente del Consiglio e non è dato al Presidente del Consiglio rimuovere alcun ministro, anche ove lo volesse. Modifica numero 13 (sono rapidissimo, perché non voglio sforare i tempi): il voto a data certa sulle proposte di legge del Governo dà a quest’ultimo poteri eccessivi. Questa proposta è l’antidoto all’abuso smodato di decretazione d’urgenza.

La riforma attenta alla democrazia e non assicura le necessarie garanzie: sono stati aumentati gli istituti di partecipazione, date precise indicazioni sulle garanzie per le minoranze e le opposizioni, che, naturalmente, dipendono in larga parte dai Regolamenti parlamentari, i quali dovranno recepire i principi ispiratori di questa riforma. La riforma responsabilizza davanti agli elettori chi governa e sana anche il deficit democratico – io lo chiamo così – del fatto che il Senato oggi pesi quanto la Camera nella fiducia, ma non sia eletto a suffragio universale, tagliando fuori circa 4 milioni di cittadini che stanno tra i diciotto e i venticinque anni, cosa di cui troppo spesso ci dimentichiamo.
Sarebbe molto interessante, peraltro, andare a rileggere   ciò che in Assemblea costituente veniva detto a proposito dell’uguaglianza dei cittadini anche rispetto all’età, ad esempio, dall’onorevole Teresa Mattei. Punto numero 15: tutta la questione legata al Senato, alla sua composizione e al procedimento legislativo. Le proposte si sono qui sbizzarrite, io stesso avevo proposto, in partenza, una soluzione che è stata discussa e neanche è arrivata alla discussione parlamentare.
Per dire quanto ciascuno possa avere una   propria valutazione, e quanto però poi sia il Parlamento sovrano su questo. Chi voleva il Bundesrat, chi avrebbe voluto il monocameralismo secco, chi sognava un Senato direttamente eletto a garanzia delle istituzioni, chi avrebbe voluto ridurre il numero dei deputati mantenendo dei senatori eletti direttamente, chi ha contestato, anche comprensibilmente dal mio punto di vista, i cinque senatori di nomina presidenziale, che è un argomento che ha più a che fare con il retaggio di una tradizione che non con una logica di paragone rispetto ad altri Paesi… Sono molte le considerazioni che si possono fare ! Io dico soltanto che il nuovo Senato è un organismo e un’istituzione che ha una sua funzione molto chiara, ma che finalmente non è più il doppione istituzionale della Camera, e questo garantisce la dignità del Senato e la capacità del Governo di poter lavorare assieme al Parlamento.
Vi è una sedicesima considerazione, che –   perché no ? – potrebbe essere oggetto di una futura revisione: nel nuovo Senato si sarebbe dovuto votare per delegazione, hanno detto in tanti, prendendo ad esempio il modello del Bundesrat; si è fatta una scelta diversa. Perché ? Perché la sensibilità politica italiana è diversa rispetto a questo: non si è immaginato di fare del Senato il luogo nel quale si vota per delegazione, anziché per appartenenza politica o per valutazione personale. Non è detto, visto che questo è un tema che resterà nelle discussioni future, che non si possa modificare questo passaggio; ma credo che fosse più logico oggi trovare la soluzione che poi è stata individuata come compromesso.
Punto   diciassettesimo, e vado a concludere: i procedimenti legislativi sono troppi, ma i procedimenti legislativi chiamano in causa il Senato nella sua scelta di una funzione e di un ruolo; toccherà al Senato decidere su quali argomenti chiedere alla Camera un supplemento di attenzione. Ma questo supplemento di attenzione non toglie alla Camera la centralità nel procedimento legislativo ! Vi è una questione, quella dell’articolo 80, che io reputo fondata: lo dico perché a mio giudizio bisogna essere molto chiari. L’articolo 80 pone una questione tecnica non irrilevante: le ratifiche dei Trattati internazionali sono di competenza della sola Camera; siccome in genere sono votati insieme alle norme interne che vi danno attuazione, queste potrebbero, pur toccando materie altrimenti affidate alla legge bicamerale, saltare il Senato. È un argomento vero, un argomento serio. È però anche, per chi ha studiato l’Assemblea costituente e poi la Carta costituzionale, esattamente l’articolo 80 com’era stato pensato dal Costituente. Infatti il modello costituzionale originario prevedeva la legge di autorizzazione alla ratifica solo per i Trattati di maggior rilievo, mentre la prassi parlamentare ha esteso questa modalità a tutti i Trattati: così che noi possiamo immaginare il nuovo articolo 80 in un certo modo un ritorno alle origini volute dai Costituenti.
Rispetto alla valutazione politica per la   quale il Titolo V (punto diciannovesimo) è una controriforma rispetto a quella del 2001, Sanna ha utilizzato parole molto più diplomatiche delle mie. Io credo che per alcuni aspetti effettivamente lo sia, perché il Titolo V nel 2000-2001 fu approvato, peraltro da una parte politica alla quale mi onoro di appartenere, più come un riflesso politico ad una situazione che si stava vivendo che non come maturata valutazione e scelta. Naturalmente è legge costituzionale: ottenne il consenso degli italiani, il 34 per cento degli italiani andò a votare per quel referendum, e una percentuale significativa si schierò per il sì. Come sapete il referendum costituzionale è l’unico referendum per il quale non è previsto il quorum: l’unico fino all’approvazione di questa medesima riforma. Credo però che sia un fatto positivo che si dia chiarezza: per uscire dal dibattito tecnico e noioso credo che sia un dovere che i cittadini sappiano che le spese di promozione turistica non saranno affidate alle singole regioni, o che le questioni energetiche nazionali, in un mondo nel quale l’energia è questione di valore internazionale, non possono vedere scelte diverse tra una regione e l’altra. Io trovo che sia un fatto di serietà, che si intervenga in questa direzione. Ovviamente, anche questo è un testo profondamente modificato rispetto a come il Governo l’aveva presentato alla vostra attenzione.

Si   dice che la clausola di supremazia prevista dal comma 4 del nuovo articolo 117, del 117 novellato, avvilisce l’autonomia regionale: io dico che ne costituisce elemento di garanzia. Si dice che i limiti alle regioni (punto ventunesimo) in materia di costi della politica umiliano l’autonomia delle regioni: credo che esaltino la dignità dell’essere consiglieri regionali, dopo tante pagine di scandalo alle quali abbiamo avuto modo di assistere. Si dice – lo fanno anche autorevoli professori, anche alcuni professori con i quali ho avuto la buona sorte di poter studiare da studente – che la scelta di abolire la legislazione concorrente costituisce un errore: io credo che sia stato un clamoroso errore aver impostato la concorrente come è stato fatto con la riforma del 2001. Si dice (punto ventitreesimo) che non sono state riformate le regioni a statuto speciale; e si dice una cosa vera: non sono state riformate. In parte perché, come sapete, in un caso vi è un Trattato di natura internazionale: mi riferisco alla provincia autonoma di Bolzano; ma anche perché non vi era in questo Parlamento una maggioranza sufficiente ad approfondire questa discussione; ed è bene dirlo con grande chiarezza: avendo anche molti opinioni diverse sul singolo punto.
Le ultime due questioni. Non è opportuno che il Senato elegga due   giudici della Corte: è stata una discussione su cui Camera e Senato hanno vivacemente pugnato. Credo che si sia trovato un compromesso che assicura alla Corte costituzionale un livello di qualità indiscutibile. E infine, che l’elezione del Presidente della Repubblica non è ben disciplinata. Qui occorre mettersi d’accordo: se si vuole che nessuna forza politica da sola posso di norma eleggere il Presidente, salvo che conquisti una valanga di voti imprevedibile, occorrono dei quorum alti. La riforma fa questa scelta, e prevede che non si possa mai scendere sotto i tre quinti dei votanti. Da questo punto di vista si introduce un elemento discutibile: io per esempio nella discussione in sede di Governo avevo un’opinione diversa; però che è un elemento di garanzia, perché è del tutto naturale e fisiologico che andare ad eleggere con i tre quinti dei votanti significa avere un numero importante di consenso. Naturalmente, l’esperienza dirà se questo è un punto sul quale il consenso che è stato raggiunto ha valore o meno.

Vi sono molte altre critiche, ma devo concludere per   ragioni di tempo. Il punto politico – e torno all’amata politica, dopo 25 considerazioni di merito, che però potrebbero allargarsi e contenere tutte le modifiche proposte per i referendum e per la modifica di quorum, Sanna lo ha già spiegato; e anche la parte costituzionale in cui si affida ad una legge costituzionale la possibilità di disciplinare l’istituto referendario, che è un tema molto interessante: l’istituto referendario del referendum propositivo, costituendo con ciò un’innovazione significativa rispetto alla tradizione italiana. Ma c’è un punto politico sul quale vorrei davvero chiudere; e non è citando Dossetti o Calamandrei, la democrazia decidente o Terracini, che vorrei chiudere: vorrei chiudere ricordando a tutte e a tutti noi come siamo partiti con questo lavoro. Il 12 marzo 2014, 20 giorni dopo essere passati dal giuramento del Quirinale e qualche giorno dopo aver ottenuto la fiducia, noi abbiamo chiesto alle forze vive del Paese di esprimersi con il metodo del confronto. Abbiamo fatto seminari, incontri; poi abbiamo licenziato un testo in Consiglio dei ministri, in linea con ciò che il Governo era chiamato a fare dal punto di vista politico e costituzionalmente messo in condizione di fare per le valutazioni di Terracini e per il voto della sottocommissione dell’Assemblea costituente del 15 gennaio 1947. A quel punto è partito un dibattito, che è stato più corposo di quello dell’Assemblea costituente.

Si può essere   d’accordo o meno con il lavoro al quale il Parlamento è arrivato, ma quello che deve essere chiaro è che oggi vince la democrazia. La democrazia non significa cercare di non far votare gli altri, la democrazia non si chiama ostruzionismo, la democrazia non si chiama fuga dall’Aula quando mi accorgo di non avere i voti: la democrazia si chiama confronto, discussione punto per punto sugli argomenti critici, e poi espressione libera e democratica di voto.
Sostenere che vi sia stata una lesione della democrazia perché oggi   il Parlamento sceglie, sulla base del modello previsto dalla Costituzione italiana, di modificare la Costituzione, significa fare a pugni con la realtà; significa avere una visione della democrazia che è tipica di chi non ha letto la Costituzione e i lavori preparatori della medesima; significa pensare che gli italiani non siano in grado di valutare, non siano in grado di capire se questo tipo di percorso è corretto o no. Uno può dire che non è d’accordo su tutto, può dire che non è d’accordo su niente, può votare a favore o votare contro, ma scappare dal dibattito è indice di povertà sui contenuti. Lo dico qui – e termino – perché so che la campagna referendaria non discuterà soltanto di contenuti, devo essere franco con voi, signora Presidente, onorevoli deputati, anche per mia responsabilità, perché nel dibattito della campagna elettorale che questo Governo farà, io in prima persona, a viso aperto, come avrebbe detto padre Dante Alighieri, con determinazione, con convinzione, con tenacia e con tutta l’energia di cui sono capace. Non discuteremo soltanto di singole norme o di valutazioni giuridiche, non citeremo Mortati o La Pira, discuteremo anche di argomenti più demagogici, più popolari, spero non populisti; discuteremo anche di questo, perché anche di questo è fatto il confronto democratico. E io sarei ingiusto verso la signora Presidente, verso di voi e anche verso me stesso se non dicessi questo, ma quello che tenevo a fare oggi era sottolineare come tutte le obiezioni di merito – alcune delle quali possono trovare anche un accoglimento da parte di chi si accinge a votare «sì», perché questa è la bellezza del compromesso alto e nobile che fu alla base della Costituzione della Repubblica, che fu alla base di quel lavoro straordinario di donne e uomini che pure discutevano e litigavano su tutto ma che poi furono capaci di trovare un punto d’intesa –, ebbene, quel lavoro lì ha la necessità, alla fine, di trovare un compromesso alto, bello, nobile. Questa era l’attenzione che si doveva dare alla Carta costituzionale. Ho preso terribilmente sul serio le critiche che sono venute dalle opposizioni, che oggi sono scappate di fronte alla possibilità di confrontarsi nel merito.
Noi non pensiamo di aver fatto tutto bene, ma   siamo certi che aver finalmente adempiuto a un obbligo morale, giuridico – perché su questo si giocava il voto di fiducia –, politico e culturale, che dimostra che la classe politica può cambiare se stessa, è stato l’unico modo con il quale noi oggi possiamo essere degni di rappresentare il popolo italiano. Saranno i deputati a decidere se questo modello di riforma costituzionale merita i 316 voti necessari per arrivare al passaggio finale; sarete voi, signori del Parlamento, a decidere se andare o no al referendum, come mi pare che sia stato deciso e come sarà comprovato dalla raccolta delle firme; saranno i cittadini italiani a decidere se finalmente l’Italia vuole entrare nel futuro, anche istituzionale. Quello che io voglio dirvi con umiltà e rispetto è che   finalmente, dopo molti anni, la classe politica dà una lezione di serietà e di civiltà. L’avete fatto voi, nessuno ci avrebbe scommesso in quell’aprile del 2013; io, a nome del Governo, non posso che darvene atto.

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