sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’invenzione della patria
e le dimenticanze storiche
Pubblicato il 13-04-2016


italiaSull’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» (3 aprile 2016, n. 91, p. 38), Emilio Gentile presenta ai lettori il volume Italia. L’invenzione della patria (Bompiani, Milano, pp. 572) di Fabio Finotti. Egli propina loro una serie di considerazioni su un discorso storico che si dipana per quasi seicento pagine e si colloca nella storia complessiva della penisola italiana. Quello di Finotti, docente alla Pennsylvania University di Philadelphia, è un libro erudito e ben documentato, ma privo di un senso lineare della storia per la disorganicità della narrazione, inquadrata quasi esclusivamente sul piano letterario. L’autore parte dalla definizione della patria come «terra dei padri» (p.19) e sviluppa un discorso di lunga durata per precisare come essa sia la «culla della nostra identità» per un vincolo affettivo, religioso, etnico e familiare «di affetti e di sangue» (p.19).

    Nei primi due capitoli l’autore ricama un  discorso sulle figure di Ulisse e di Enea, l’uno desideroso di ritornare alla realtà della sua patria e l’altro di ritrovarla in un luogo anche lontano, per collocare

l’«invenzione» dell’Italia come entità geografica e come difesa della cittadinanza all’epoca di Virgilio (70-19 a.C.) e di Augusto (63 a. C. – 14 d.C.). La prima testimonianza epigrafica del nome Italia si ritrova infatti nelle monete coniate dagli insorti italici, che nel periodo delle guerre sociali (91-88 a.C.) combattono per l’estensione della patria.

    Il messaggio di Virgilio dura nei secoli e viene ripreso da Dante, che proprio nell’incipit della Divina Commedia gli attribuisce il merito di aver profetizzato il riscatto dell’Italia guidato dal misterioso «Veltro». Con Dante l’identità nazionale si unisce alla lingua e coincide con l’unità etnica, che non sfocia necessariamente nella presenza dello Stato. La ricerca di una lingua comune è un processo lento e faticoso, che deve farsi strada «tra i mille volgari che occupano tutto il paesaggio con una selva confusa e irtadi differenze» (p. 76). La ricerca di una patria comune è anch’essa «lunga e movimentata» (pp. 117-118) e investe lo sforzo culturale di poeti e scrittori, ai quali l’autore dedica pagine interessanti, con particolare riferimento a Dante (pp. 117-145) e alla sua volontà di passare dall’istituzione comunale «a uno spazio italiano  (Purg. VI), per approdare infine alla dimensione globale dell’impero (Par. VI) capace come un’aquila di volare e stabilire  il suo nido anche al di fuori dei confini della penisola» (pp. 131-132).

    Dall’antica Roma fino al Rinascimento e al Risorgimento si avvia «un processo di italicizzazione» (p. 63) che per l’autore si propone di «celebrare un’identità nazionale e consolidare (o “reinventare” una “patria”» (p. 66). Il legame delle posizioni di Dante al pensiero di Giuseppe Mazzini sfugge ad Emilio Gentile, il quale sorvola sul pensiero di quest’ultimo, definito dall’autore «l’interprete più appassionato» del patriottismo moderno e «lo scrittore che più contribuisce all’elaborazione religiosa della patria nel corso dell’Ottocento» (pp. 209 e 223). Il ruolo della donna, il valore del romanzo storico, la funzione della poesia devono essere diretti a risvegliare negli italiani la coscienza nazionale e accendere nel loro animo l’amore verso la Patria (con la P maiuscola), intesa come una sola entità geografica e statuale con un unico governo basato sulla democrazia partecipativa. Il contributo politico di Mazzini sfugge al collaboratore del quotidiano milanese, che non coglie la novità del libro, incentrato sul legame fittizio tra il pensiero dell’«Apostolo genovese» e il fascismo con la ripresa della triade Dio, patria e famiglia (p. 223) e delle sue celebrazioni imperiali del mito di Roma (p. 142).

    Durante il Risorgimento il pensiero di Mazzini tiene vivo il concetto di patria, che assume un significato politico, esercitando una notevole influenza sui patrioti italiani come Aurelio Saffi e Ippolito Nievo, l’uno protagonista della Repubblica romana (p. 281) e l’altro della spedizione dei Mille (p. 287). La costruzione di uno Stato moderno non può prescindere dal mutamento sociale e dalla coesione di una comunità nazionale su cui la scuola dovrebbe esercitare un ruolo essenziale: un aspetto emblematico per l’autore che ricorda l’impegno di Erminia Fuà Fusinato e di Edmondo De Amicis, la cui opera sembra inclusa nel novero dei precursori del fascismo per l’esaltazione dell’esercito contenuto nel libro Cuore (p. 230).

    Proprio sul fascismo e sulla presunta conciliazione tra patria e Stato, il recensore sorvola nell’opera di strumentalizzazione attuata da Mussolini, che utilizza il patriottismo per dar vita a una forma statuale fondata sul rifiuto delle istituzioni liberali e della dialettica politica. L’accusa agli antifascisti di essere antitaliani conduce a una visione rigida (non totalitaria, come sembra all’autore) dello Stato e alla negazione del pluralisno dei partiti e della libertà di stampa. Alcuni elementi del patriottismo nazionalista (non nazionale, p. 296) come l’aspetto bellicista o razzista sono emblematici per comprendere la natura del fascismo, che occupa l’Etiopia ed emana le leggi razziali, ostacolando ogni opposizione al regime fascista per affermare una visione politica, considerata dall’autore in parte biologica (il «sangue») e in parte religiosa l’«altare»: «il singolo individuo è legato alla patria-nazione come la cellula di un organismo al corpo o come l’anima a Dio» (p. 296).

    Una lettura distorta del pensiero democratico di Mazzini porta l’autore a semplificazioni storiche, per le quali «lo stato fascista si presenta […] come una forza spirituale e ideale, erede della patria risorgimentale e mazziniana» (pp. 295-296). A questo proposito egli cita il saggio La dottrina del fascismo (1932), dalla quale non si ricava però alcuna eredità, se è vero che Mazzini è citato solo come promotore dell’unità d’Italia e non come precursore del fascismo: «Quanto all’unità italiana, il liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore all’apporto dato da Mazzini e Garibaldi che liberali non furono» (B. Mussolini, La dottrina del fascismo, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1934-XIII, p. 19).

    Una considerazione erronea che Emilio Gentile, studioso del fascismo, avrebbe dovuto confutare o, almeno, discutere, senza soffermarsi sul concetto di «invenzione» in una lettura saltellante, che gli impedisce di cogliere la struttura narrativa del volume. Se il recensore dimentica ogni riferimento a Mazzini, Finotti non cita Antonio Gramsci, che nei Quaderni del carcere (II, pp. 1230-31 ss.) scrive pagine interessanti sul concetto di patria e sul suo svolgimento in nazionalismo, anche se l’autore sostenga in una recente intervista  che «negli Usa gli autori più studiati sono Vico e Gramsci» per la nozione di società civile («La Stampa», 4 agosto 2013). Nessun riferimento si ritrova alla tradizione patriottica del  PRI e al PSI, l’uno animato per molti anni da Arcangelo Ghisleri e da Giovanni Conti e l’altro da Claudio Treves e da Filippo Turati, i quali nel loro percorso problematico giungono a una condanna del Primo conflitto mondiale e dell’esperimento soviettista. Sull’ultimo capitolo Gentile non dice nulla sulle posizioni di Piero Calamandrei e di Altiero Spinelli, l’uno critico verso la tradizione patriottica del fascismo e promotore della Costituzione repubblicana (p. 521 ss.) e l’altro animatore di uno spirito europeista lontano dalla volontà di potenza delle singole nazioni (p. 537).

Nunzio Dell’Erba

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