giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Matteo e gli altri
Pubblicato il 04-04-2016


Renzi non ama particolarmente gli appuntamenti elettorali; anche perché complessi e difficili da padroneggiare in un tweet. Predilige, invece, la situazioni in cui possa far valere il suo intuito politico e, insieme, il suo tribalismo fiorentino, all’insegna dell’”o io o lui; o io o quelli lì”. Nella situazione presente era dunque scontato valorizzare al massimo il significato del referendum di ottobre e, viceversa, sminuire quello delle comunali di giugno. Ma non fino al punto di considerarle irrilevanti.

Ora è proprio quest’ultimo l’atteggiamento del nostro presidente del consiglio; quasi a mettere le mani avanti rispetto ad una più che probabile sconfitta. Quasi a voler suggerire che la cosa non lo riguardi; che a vincere o a perdere non sarà lui ma il vecchio Pd; e, in un quadro più generale, che la sconfitta del Pd non si tradurrà in una vittoria per gli altri (eccezion fatta dei populisti, dei cultori dell’antipolitica e via discorrendo).

Un’analisi complessivamente esatta; non fosse che per il piccolo particolare che alla comunali sarà sconfitto anche il partito della nazione.  La sua nascita a livello locale  implicava infatti: a) la presenza di una nuova classe dirigente, tecnicamente preparata anche se politicamente  incolore, al servizio del premier; b) la colonizzazione del Pd, valorizzato al massimo come crocevia del potere ma, al tempo stesso, esautorato come soggetto politico autonomo; e, infine c) la marginalizzazione, elettorale e politica, del centro-destra, accompagnata dalla sua estremizzazione.

A due mesi data dalle elezioni, si può già ritenere che il primo e l’ultimo obbiettivo siano stati sostanzialmente falliti. Nel primo caso i portatori del nuovo, dai candidati sindaci sponsorizzati dal premier sino alle nuove risorse ipoteticamente offerte da una immaginaria società civile sono complessivamente mancati all’appuntamento o perché non si sono proprio visti o perché non hanno avuto alcun “appeal”elettorale. In quest’ultimo caso è significativo che, in base agli ultimi sondaggi, sia a Roma che a Napoli i due candidati renziani rischino seriamente di non arrivare al ballottaggio; mentre a Milano il salvatore della patria Sala veda già Parisi in corsia di sorpasso.

Per quanto riguarda poi il centro-destra non c’è nessuna marginalizzazione elettorale, anzi; perché, stando a tutti i sondaggi, questo rimane assolutamente competitivo e con livelli di consenso superiori a quelli del 2013. (Per inciso, chi pensava allo “sfondamento” da parte di Renzi ragionava in termini puramente politicisti (“i moderati”, “il centro”, la “rivoluzione liberale”, “una destra europea”; dimenticandosi del semplice fatto che l’elettorato italiano si divide, oramai, tra soddisfatti/speranzosi, e quindi tendenzialmente acquisiti al renzismo, e incazzati/pessimisti, tutti gli altri). Così stando le cose il confine elettorale tra destra, astensionismo e grillismo è molto poroso. Mentre è quasi ermeticamente chiuso quello tra destra e Pd.

Certo, nell’immediato il centro-destra non è competitivo politicamente. E non lo sarà finché Berlusconi pretenderà di guidarlo. Essendo per altro verso completamente esposto al ricatto dell’altro protagonista dell’accordo del Nazareno. E’ probabile che, in un domani magari non troppo lontano, un’area che continua a rappresentare un terzo degli italiani si dia un leader più decente di quelli in campo attualmente; ma il domani è una categoria temporale che non interessa il nostro presidente del consiglio.

Ma è sul secondo fronte – quello del confronto-scontro tra il segretario del Pd e il suo stesso partito – che la situazione è più complessa e preoccupante. Da una parte, infatti, i continui elettroshock praticati dalla nouvelle vague in un organismo già debilitato di suo ne hanno, come già sottolineato, accentuato il dissolvimento e la perdita di consenso e di peso politico; mentre, dall’altra, la controffensiva scatenata dalla vecchia guardia, proprio in occasione delle amministrative, è abortita già nella sua fase iniziale. Penso alla patetica lettera dei sindaci e ai vari tentativi di riesumare, quasi fosse un’icona miracolosa, la vecchia formula delle giunte Pd-Sel. Dimenticandosi, in questo gran pasticciare, di due semplici fatti: primo che non ha proprio senso difendere al livello locale una formula politica abbandonata dai suoi contraenti (se non esplicitamente ripudiata) a livello nazionale; secondo che, a partire da Roma, questa formula non aveva poi dato gran prova di sé. Rimane allora l’impressione che l’agitazione inconsulta di tanti esponenti del Pd e della stessa Sel mirasse in realtà al solo scopo di combattere quella parte di Sinistra italiana che vuole partire per l’isola che non c’è per dare una mano a quelli che vorrebbero rimanere incollati al potere che esiste.

In definitiva il Pd si conferma come l’anello debole della strategia renziana; a dimostrare ancora, se ce ne fosse bisogno, la sua capacità di distruggere senza costruire. Creando così, anche a livello locale, un vuoto in cui l’unica presenza diversa e alternativa rimane quella, indistinta, del M5S.

 

Alberto Benzoni

 

 

 

 

 

 

 

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