domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Migranti. Vienna, nuovo giro di vite. La SPÖ in crisi
Pubblicato il 29-04-2016


Werner Faymann

Werner Faymann

In Austria c’è stato un terremoto che non ha fatto neppure una vittima e non ha fatto cadere neppure un pezzetto di intonaco, però ha fatto tremare, e forte, i Palazzi del potere politico e ha fatto salire la febbre nel partito socialdemocratico. Il sisma si chiama Norbert Hofer, esponente del Partito della Libertà (Fpö), della destra estrema, che al primo turno delle elezioni presidenziali domenica scorsa, ha agevolmente battuto tutti i concorrenti conquistando oltre il 35% dei voti. Una sberla epocale per socialisti (SPÖ) e popolari (ÖVP), che si sono fermati poco sopra il 10% con i rispettivi candidati. SPÖ e ÖVP, a turno hanno governato il Paese dal dopoguerra fino al 2006 quando sono stati costretti a dare vita a un primo governo di coalizione (2006), a guida socialdemocratica cui ha fatto seguito dal 2008, un bis con il cancelliere Werner Faymann tuttora in carica.

Ovviamente c’è da ricordare che si tratta solo del primo turno di un’elezione presidenziale, che il Presidente austriaco ha un ruolo essenzialmente di rappresentanza, inferiore anche a quello del nostro Presidente della Repubblica, un po’ come avviene in Germania dove è il Cancelliere ad avere davvero in mano le redini del potere. Ciò nondimeno è la prima volta che l’opposizione conquista la carica e soprattutto è la prima volta che l’esponente di un partito radicale di destra, antieuropeo e dai tratti nazionalisti e xenofobi, arriva a conquistare le simpatie di oltre un terzo dell’elettorato, tra l’altro smentendo alla grande i sondaggi (davano i tre candidati praticamente alla pari).

Il 22 maggio la sfida sarà tra Hofer e il ‘verde’ Alexander van der Bellen che si è piazzato al secondo posto con il 20% circa dei voti, 15 punti sotto. È possibile che l’elettorato progressista e, in parte, quello conservatore assieme alla fetta consistente di chi ha votato per il candidato indipendente Irmgard Griss (quasi il 19% delle preferenze), converga sul ‘verde’ van der Bellen, dando vita a quella che in Francia è conosciuta come ‘alleanza repubblicana’, una sorta di diga che fino a oggi ha funzionato per impedire alla destra estrema di salire al potere. È possibile, ma tutt’altro che scontato.

L’elettorato ha dimostrato di essere estremamente sensibile alla campagna propagandistica della destra tutta incentrata sulla presunta difesa dei valori nazionali da una sorta di invasione imminente di profughi per la gran parte di religione islamica. Vienna insomma correrebbe ancora una volta il pericolo di essere conquistata dai turchi e sarebbe chiamata a fare da argine alla barbarie salvando tutta l’Europa cattolica come avvenne alla fine del ‘600.

I due partiti storici non solo hanno mancato di dare una risposta razionale a questa propaganda, ma l’hanno rincorsa, credendo così di arginare la slavina elettorale e finendo invece per pagare un prezzo altissimo. Hanno dimenticato che l’elettorato non sceglie mai una copia e preferisce l’originale di un’idea forte, per quanto sbagliata possa essere.
“Socialisti e popolari – scrive Gerhard Mumelter, su Internazionale – pagano il prezzo di aver rincorso la demagogia della destra sull’immigrazione”. Per questo oggi sono nell’angolo e sono chiamati a fare scelte dolorosissime.

Norbert Hofer. Nella sua propaganda elettorale il richiamo nazionalista alla bamndiera

Norbert Hofer. Nella sua propaganda elettorale il richiamo nazionalista alla bamndiera

È possibile che il 22 maggio Hofer conquisti la Presidenza della Repubblica e in questo caso le dimissioni del governo di coalizione diverrebbero più che probabili, ma in ogni caso il cancelliere Faymann sa che non può pensare di governare ancora con i Popolari fino alla scadenza del mandato. È praticamente impossibile difatti preparare una campagna elettorale parlando male del proprio alleato di governo ed ancora più difficile attaccare la politica dell’estrema destra dopo averla scimmiottata da Cancelliere mentre il 70% degli elettori si dichiara insoddisfatto del governo. Insomma sembra davvero improbabile che la coalizione regga fino alle politiche del 2018 e sono in tanti a pronosticare il voto anticipato di un anno.

Ovviamente la sconfitta al primo turno ha alzato il livello delle critiche interne allo SPÖ. Faymann viene attaccato su tutto, dalla scelta del grigio candidato alla presidenza, l’ex ministro Rudolf Hundstorfer, agli scarsi risultati del Governo da lui presieduto. A muoversi sono i possibili contendenti alla leadership del partito, il sindaco di Vienna Michael Häupl, Christian Kern, l’AD delle ferrovie austriache (ÖBB-Holding AG) e Gerhard Zeiler, già a capo della ORF, la tv austriaca, e oggi presidente della Turner Broadcasting System International.

Il terremoto nei due grandi partiti austriaci fa suonare campanelli d’allarme un po’ dappertutto perché in diversi Paesi europei, Italia compresa, molti leader politici, anche di centrosinistra, sposano purtroppo tesi e argomentazioni tipiche della destra conservatrice e illiberale illudendosi così di mantenere la presa su un elettorato confuso e frastornato dall’interminabile crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 e oggi anche da quella dei migranti in fuga da guerre e fame.
Gli occhi sono puntati non solo sul secondo turno austriaco, ma anche sulle prossime elezioni francesi. Qualcuno (il quotidiano Der Standard) già parla di una ‘orbanizzazione’ del Vecchio Continente, insomma di un possibile scivolamento continuo a destra che riporterebbe, come nell’Ungheria di Victor Orbán, le pagine del calendario indietro di decenni, all’Europa dei confini e delle nazionalità comn tutto quel che di brutto ne consegue.

Intanto mentre il governo tedesco si è detto d’accordo con la posizione di Vienna per quanto concerne il valico del Brennero, ieri 27 aprile, il parlamento austriaco ha approvato l’inasprimento delle norme che regolano il diritto d’asilo, arrivando a ipotizzarne la cancellazione totale in “situazioni di emergenza”. Le modifiche consentono al governo di dichiarare lo stato di emergenza per un massimo di sei mesi e poi di estenderlo ancora per tre volte per un altro periodo di sei mesi.

Carlo Correr

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