mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Non dirlo al mio capo”, mamme e discriminate
Pubblicato il 27-04-2016


non dirlo al mio capo“Non dirlo al mio capo” è la nuova fiction in sei puntate che andrà in onda a partire da giovedì 28 aprile su Rai Uno. Per la regia di Giulio Manfredonia. Al centro un tema importante: l’impossibilità per una donna di denunciare la sua prossima maternità o la sua gravidanza per paura di perdere il posto di lavoro e di essere licenziata in tronco. Ovviamente si tratta di un argomento che ha connotati ben più ampi e vasti. I protagonisti ne hanno parlato a “Porta a porta” con Bruno Vespa, raccontando questa commedia, tra l’altro ispirata a una storia vera o meglio a più (troppi) episodi realmente accaduti. Chi dice donna dice danno, cita un vecchio proverbio. Parafrasando allora potremmo dire: chi dice donna non dice mamma; o meglio: chi si dice donna non si dice mamma. Ḕ ancora così oggi? È giusto che sia così e che lo sia sulla base di quale ragione? Perché nascondere una gravidanza o futura maternità? Quale è la pena inammissibile e imperdonabile commessa? Da sempre nella concezione comune e nello scenario generale, la donna non è nata e non è stata creata forse appositamente per concepire? Riprendendo il motto di prima allora: è un danno essere e diventare mamma? Quando è un guaio? Può la maternità forse impedire, pregiudicare, limitare le capacità, le doti e le qualità di una lavoratrice? Se lo può temporaneamente per ovvi motivi più che giustificabili (un figlio non è un giocattolo e ha bisogno di cure e di attenzioni), non lo può di certo per sempre; tanto da dover essere licenziata e un datore di lavoro legittimato a mandarla via.
“È importante che una rete ammiraglia come la Rai tratti in una commedia un argomento così attuale ed aderente alla realtà quale quello della disparità nel trattamento femminile nel lavoro. È fondamentale che se ne parli”, ha esordito Lino Guanciale. L’attore veste i panni di un cinico e spietato titolare di uno studio. Freddo e calcolatore all’inizio, vince anche per questo quasi tutte le cause. Sarà l’arrivo di una nuova dipendente, interpretata da Vanessa Incontrada, a tirare fuori la sua parte più fragile e dolce. È inconcepibile che nel 2016 ancora vi sia una discriminazione nel mondo del lavoro per le donne. “Si fa fatica a salvaguardarle e fanno fatica ad entrare nel mondo del lavoro stesso”, ha spiegato l’Incontrada per il cui personaggio “la verità è l’unica opzione” possibile; ma presto scoprirà che ci sono delle regole: ovvero su certe cose occorre tacere e mentire ed una di queste è la maternità. Il colmo è che è incredibile come sia diventato un binomio inconciliabile fare la madre e la donna lavoratrice. L’assurdo, poi, -ha precisato Vanessa- è che spesso ci “si aspetta di trovare solidarietà femminile in tema di maternità dalle altre donne e colleghe, mentre non è così”. In tale ambito si inserisce la figura il cui ruolo è affidato a Giorga Surina: un’arrivista concentrata sulla sua vittoria personale e maggiore che è esclusivamente il lavoro; per lei la carriera è tutto. Questa può essere la diretta conseguenza logica del gap sempre più in aumento, come ha fatto notare il ministro Mara Carfagna, circa i tassi di occupazione (e disoccupazione) tra uomini e donne. “Nel corso degli anni, infatti –avverte il viceministro dell’economia Teresa Bellanova- abbiamo continuato ad accumulare differenze tra uomini e donne”. Invece di considerare che le donne sono state protagoniste attive del miracolo economico. Hanno contribuito tanto con il loro lavoro, anche perché erano assunte volentieri poiché pagate molto meno. Pertanto, per il viceministro, occorre “favorire la crescita e lo sviluppo per creare maggiore occupazione. Se le donne entrano nel mercato del lavoro portano innovazione. Al contrario, finora abbiamo avuto approccio retrogrado nei loro confronti. Dunque è necessario incentivare l’imprenditoria femminile e costruire oggi le condizioni perché le donne possano lavorare; aiutandole a restare nel mondo del lavoro e supportando nuove leve femminili ad entrarvi”.
Purtroppo siamo ben lontani ancora da una situazione di sollievo. Il 30% delle donne quando ha un figlio deve lasciare il lavoro. Si tratta di donne che lavorano soprattutto part time e molto meno rispetto agli uomini, per un monte ore in totale pari a circa la metà degli uomini. Per di più sottopagate: circa un -10% in Italia a fronte di un -16% della media europea, a confronto con la sfera maschile. Sono donne che subiscono mobbing sul lavoro, umiliate e non considerate adeguatamente. Questo il quadro messo in rilievo dalla giornalista e scrittrice Sabrina Scampini nel suo libro, in cui tenta di “riabilitarle” e ridare loro il valore che pur tuttavia mantengono ed hanno, nonostante le difficili condizioni di disparità. “Perché le donne valgono anche se guadagnano meno” è il titolo esplicito e chiaro, che grida forte giustizia, del testo. Messe da parte con la scusa dell’apprendistato o di contratti a tempo determinato poi no rinnovati spesso, stentano a trovare una stabilità.
Senza considerare che: “più donne assunte significano più ricchezza per il Paese –rincara la dose il ministro Carfagna-. I dati parlano di una componente femminile che fa fatica a raggiungere gli standard europei con un Nord Europa dove le imprese hanno asili nido interni per i bambini delle proprie dipendenti e dove vengono offerti tanti servizi che agevolano le donne nel perseguire la loro carriera pur mantenendo il proprio ruolo di genitrici. Per questo sarà centrale insistere molto sui servizi: basti pensare che la donna spende la metà del suo stipendio per quello di babysitter”.
Ma occorre piuttosto “una pedagogia ad hoc” che sovverta lo status quo stagnante, cronicizzatosi ormai da tempo, che sta incancrenendo e immobilizzando anche tutta l’economia dell’Italia. Rivoluzione culturale senza retorica o non svolta in termini generalisti ed effimeri dunque. Di questo ha parlato Chiara Francini, altra attrice protagonista della fiction. Il suo è un “personaggio atipico e moderno perché non ha paura di mostrare i suoi fallimenti, i suoi limiti, su cui gioca con autoironia; il che lo rende una figura autentica. Si prenderà cura dei bimbi di Vanessa”, ha raccontato. Spiegando meglio ciò che intendeva, invece, ha precisato: “perché, ad esempio, si deve sempre sentir dire ‘donne è arrivato l’arrotino’?”. Come se non fosse che una cosa esclusivamente da donne e che la donna non debba che occuparsi della casa e delle faccende domestiche e dei figli. “Si dovrebbero, invece, a mio avviso dividere equamente i compiti tra uomini e donne”, ha aggiunto. Soprattutto se si vuole parlare di equità e parità. “Condividerli maggiormente porterebbe più equilibrio”, le ha fatto eco la Surina. “Forse non avremmo più il capo che è sempre maschio e dire ministro al maschile anche per una figura femminile”, ha aggiunto. Purtroppo le gerarchie e le differenze di ruoli ci sono ancora. Tuttavia è stato Andrea Bosca, nei panni del nuovo compagno di Vanessa Incontrada (che ha perso il marito a seguito di un incidente), a rimarcare giustamente: “la parità è anche in primis una responsabilità”. Infatti anche le donne hanno la propria parte nella questione, le proprie “colpe”: ovvero un istinto materno protettivo che le porta a prevaricare l’uomo a volte, tendendo a volersi occupare di tutto loro, a pensare a tutto loro. Una tendenza intrinseca ancestrale, che fa parte della loro essenza più vera e primitiva, congenita nella loro natura di genitrici, “accuditrici” e levatrici. Per questo la discriminazione e il licenziamento per maternità rappresenta un dramma ancora più grave proprio perché priva la donna della possibilità di condividere una delle gioie più grandi per lei, a proposito di necessità di condividere. Occorre fare passi in avanti come lo è stato con il congedo per paternità. Passando “dalla conciliazione alla condivisione. Le donne non devono essere più costrette a scegliere se lavorare o fare un figlio”, ha affermato categorica il viceministro Bellanova. Anche perché, a seconda dei settori, la discriminazione si fa più pesante. Se il Job Act non ha aiutato e non è stato una misura sufficiente per dare giusta dignità alla qualità del lavoro femminile, che è la stessa di quella di un uomo, ora non si può più soprassedere. Se si vuole parlare di Europa, l’Italia non può più restare indietro. Dalla loro le donne hanno da offrire una praticità preziosa ed utile; un senso pratico che deriva dal loro trovarsi spesso ad occuparsi e seguire più cose contemporaneamente per necessità. Portare avanti una casa o un’impresa, un’azienda per loro non fa molta differenza, c’è sempre da fare economia e da far quadrare i conti. Ma non si deve considerare tutto come dei semplici numeri insignificanti. Dietro ogni cifra c’è tutto un universo di contingenze tramite cui vi si è arrivati. È lo sguardo più umano (e romantico) con cui le donne guardano, considerano e valutano situazioni e vicende.

Nella storia non mancano figure femminile che si sono rese artefici di moti insurrezionali e rivoluzionari che hanno stravolto lo svolgersi degli eventi, portando e instaurando un cambiamento valido anche per decenni a seguire. In tutto il modo. Anche concepire un figlio è un contributo sociale che si dà e una risorsa, non un limite o una privazione. Se la maternità o la gravidanza non sono una cosa da ostentare (anche se una donna ama parlarne), almeno non dovrebbe essere qualcosa da nascondere, da celare, da omettere perché pregiudicante negativamente lavorativamente parlando o di cui doversi vergognare quasi. Senza considerare una nota non trascurabile: la discriminazione diventa ancora più drastica se si tratta di donne straniere, immigrate a diventare mamme o in cerca di lavoro perché hanno avuto un figlio che devono mantenere; in questo caso sono la normativa stessa giuridica e la burocrazia a creare ostacoli. Anche questo non va bene ed è da cambiare. Per questo è e sarebbe centrale un coinvolgimento ed un intervento sempre più deciso e consistente della politica in generale, di tutte le forze politiche congiuntamente a prescindere dai singoli colori politici perché in ballo c’è una questione universale che riguarda tutti, non solo femminile, femminista o di parte come si potrebbe credere. Emancipazione non ha connotati “rosa”, ma dovrebbe essere un termine neutro e neutrale per indicare parità e uguaglianza. Per concludere, infine, una considerazione merita anche l’incidenza dell’aspetto fisico sulle selezioni e sulle considerazioni alla base di assumere o escludere una figura. In certi mestieri può rivelarsi un limite per il gentil sesso, considerato il sesso debole e quindi le donne non vengono assunte proprio per motivi di resistenza, prestanza e forza fisica. Dall’altro lato è pur vero, però, che una fisicità avvenente può essere sfruttata quale arma di seduzione per ottenere un posto di lavoro, spesso dato a una donna più provocante rispetto a una meno dotata dal punto di vista estetico (anche qui parte tutto un discorso su come ci si debba recare poi abbigliate a lavoro). Non a caso nei cv si richiede sempre più spesso la foto, quando si dovrebbero valutare le capacità intellettive più che le qualità fisiche: anche quella è una forte forma di discriminazione. Però, per tornare all’esclusione per maternità, ciò diventa più incredibile a credersi in quanto esiste oggigiorno il telelavoro da casa, il lavoro a distanza tramite computer e on line con il digitale e tutti gli strumenti che il Web ed Internet mettono a disposizione: chat, mail, social network, Skype o altro. Tutte le scuse e scusanti sembrano cadere. O forse no. L’importante è: “non ditelo al mio capo”.

Barbara Conti

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