lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Per uno Stato di diritto autenticamente democratico
Pubblicato il 12-04-2016


Con l’avvento del neoliberismo si è avuto anche un revival delle critiche alle Carte costituzionali nate dopo il secondo conflitto mondiale; esse – questa è l’accusa – con la trasformazione dello Stato di diritto del costituzionalismo classico in Stato di diritto democratico, avrebbero introdotto tali vincoli alla libertà individuale ed a quella d’intrapresa che, alla lunga, si sarebbero trasformati in un ostacolo alla crescita ed allo sviluppo dei Paesi che le hanno adottate.

I critici, perciò, sanno solo auspicare un ritorno al costituzionalismo classico, come propongono, ad esempio, Pietro Di Muccio de Quattro (“Una costituzione liberale per l’Italia”, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 4/2014) e Antonio Martino (“La spesa pubblica in Italia. Una lezione del passato”, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 1/2014). Secondo Di Muccio de Quattro, occorrerebbe liberare l’Italia dalle pastoie del “compromesso deteriore”, del quale è stata responsabile l’Assemblea Costituente, i cui componenti sono stati espressione di partiti che erano “lontani o addirittura antitetici al genuino liberalismo, quello classico, e al costituzionalismo, quello vero”; mentre, secondo Antonio Martino, per salvare l’Italia si dovrebbe “meticolosamente disfare tutto ciò che è stato perpetrato” con la Costituzione della Repubblica: “regioni, servizio sanitario nazionale, moltiplicazione di enti locali, autorità indipendenti e consimili bellurie”. Se si volesse, dunque, che l’Italia abbia un futuro si dovrebbe tornare alla saggezza del passato.

Nessuno dei moderni critici della Carta costituzionale repubblicana, che “danno fiato alle trombe riformatrici” dell’attuale governo, sembrano consapevoli del fatto che, dopo il secondo conflitto mondiale, il costituzionalismo d’antan è servito a giustificare un’organizzazione dello Stato che, pur senza rifiutarne i principi, ne ha incorporato un’interpretazione più esaustiva, per porre rimedio alle larghe insufficienze sul piano della giustizia distributiva che l’organizzazione originaria dello Stato liberale non era riuscita ad assicurane la rimozione.

Lo Stato di diritto del costituzionalismo classico era il tipico Stato europeo ottocentesco, basato sull’ideologia liberale e liberista, col quale era stato superato lo Stato assoluto; si trattava di un’organizzazione statuale, a suffragio censitario, che considerava intangibile la proprietà privata e metteva al centro dell’economia l’impresa privata, il mercato e il non intervento pubblico, anche quando l’intervento dello Stato nella regolazione del mercato fosse risultato necessario per rimediare alle disuguaglianze distributive nascenti dall’evoluzione del sistema sociale. Dunque, si trattava di uno stato elitario.

Diverse costituzioni, quali quella francese del 1946, quella italiana del 1948 e quella tedesca del 1949, facendo tesoro del pensiero critico maturato, sul piano politico, giuridico ed economico, soprattutto nella prima metà del secolo scorso, hanno delineato uno Stato che, in quanto democratico, oltre ad essere di diritto, ha le radici della sua legittimità nell’intera platea dei cittadini, caratterizzandosi per il riconoscimento, la protezione e l’ampliamento continuo dei diritti del cittadino, partecipe, sia pure indirettamente, della conduzione della vita pubblica.

Nel 1947, con l’obiettivo di ricuperare e diffondere le idee originarie del liberalismo e del liberismo e di opporsi all’intervento pubblico con finalità ridistributive, Friedrich Hayek ha fondato la Mont Pelerin Society e, nel 1974, è stato insignito del premio Nobel per l’economia; grazie anche a tale evento, le idee neoliberiste propagandate da Hayek e compagni sono divenute la base d’ispirazione delle politiche conservatrici e, a volte, reazionarie, del reaganismo e del thatcherismo, affermatisi a partire dagli anni Ottanta; con tali politiche ha avuto inizio il ridimensionamento di quanto era stato realizzato sulla scorta delle teorie ridistributive d’origine keynesiana.

In alternativa a Hayek, John Rawls, nel 1975, in un saggio ormai divenuto un’opera classica della letteratura politica, giuridica ed economica (“Giustizia come equità”), ha contribuito a consolidare i fondamenti della natura democratica dello Stato di diritto, formulando una prospettiva di scelta del regime politico ritenuto idoneo ad attuare una giustizia sociale che risultasse la più accettabile da parte dei cittadini, in quanto soggetti liberi, uguali, razionali e membri cooperanti di un’organizzazione sociale. A tal fine, Rawls, com’è noto, assumendo la prospettiva di analisi propria del contrattualismo repubblicano, ha ipotizzato che i cittadini, per scegliere il regime politico più conveniente, abbiano fatto ricorso all’idea di poter decidere sotto il “velo dell’ignoranza”, in corrispondenza della loro posizione originaria.

Secondo Rawls, i cittadini, sotto il velo dell’ignoranza, in quanto liberi e razionali, non potrebbero che orientarsi nella loro scelta sulla base dei seguenti due principi: a) Ogni cittadino ha diritto a un sistema di uguali libertà di base, compatibile con un identico sistema di libertà per tutti gli altri; B) Le disuguaglianze sociali ed economiche devono soddisfare due condizioni: devono essere associate a posizioni aperte a tutti in condizioni di equa uguaglianza delle opportunità e devono garantire il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati della società. Sempre secondo Rawls, i cittadini avrebbero potuto scegliere tra i seguenti regimi politici: “capitalismo liberale”, “capitalismo assistenziale”, “socialismo di stato con economia pianificata”, “democrazia proprietaria” e “socialismo liberaldemocratico”.

I primi tre sarebbero scartati perché non rispettosi dei due principi di giustizia: il capitalismo liberale perché avrebbe garantito solo l’uguaglianza formale e rifiutato, sia l’equo valore delle uguali libertà politiche, sia l’equa eguaglianza delle opportunità; il capitalismo assistenziale perché non avrebbe istituzionalizzato il principio di reciprocità necessario a rimuovere le disuguaglianze economiche e sociali; il socialismo di stato perché avrebbe violato gli uguali diritti e le uguali libertà di base. Solo la democrazia proprietaria e il socialismo liberaldemocratico sarebbero considerati, indifferentemente, in grado di soddisfare ambedue i principi di giustizia e la scelta di uno qualsiasi di essi avrebbe implicato la formulazione delle linee guida cui il regime politico avrebbe dovuto attenersi per la loro soddisfazione. Quali le implicazioni istituzionali del discorso di Rawls?

Il principio della rimozione delle disuguaglianze economiche e sociali corrisponde, per Rawls, al principio di fraternità (o di comunità), rivendicato, assieme a quelli di libertà e di uguaglianza, dai protagonisti della Rivoluzione Francese del 1789, la quale, sul piano storico, segna il passaggio dallo Stato assoluto allo Stato di diritto. La mancata istituzionalizzazione pre-politica di tutti i principi dell’Ottantanove dimostra, a parere di Rawls, che uno Stato così connotato non potrà mai essere Stato di diritto democratico, in quanto la democrazia realizzabile al suo interno è una democrazia “incompleta” e “zoppa”; ovvero, manca di rimuovere le disuguaglianze “ab origine”, se non attraverso “provvedimenti-tampone” di natura caritatevole e ridistribuiva realizzati ex post. Di conseguenza, solo all’interno di un regime politico nel quale siano eliminate, in termini pre-politci, le disuguaglianze nella distribuzione delle opportunità tra tutti i cittadini in condizioni di uguali libertà è possibile correlare la democrazia repubblicana ad un processo di crescita stabile e socialmente condiviso.

Conclusivamente, questa evoluzione del sistema sociale dipende, secondo Rawls, dalla possibilità che l’organizzazione istituzionale dello Stato sia fondata sulla soddisfazione delle seguenti condizioni portanti: che sussista un governo democratico dei rapporti sociali; che sia realizzata la parificazione ex ante delle opportunità di tutti i componenti il sistema sociale, come conseguenza dell’accoglimento costituzionale dei principi sanciti dalla Rivoluzione del 1789; che tutti rapporti sociali siano affrancati da ogni forma di condizionamento da parte del capitale. All’interno di un’organizzazione statuale siffatta, il processo di crescita e sviluppo sarà sempre subordinato all’equità distributiva dei suoi esiti realizzata a priori, in quanto statuita in termini pre-politici, con l’istituzionalizzazione di tutti i principi dell’89.

Quanto sin qui detto mostra quanto siano lontane dalla reale costruzione di una società democratica, retta da un regime politico informato allo Stato di diritto, le osservazioni critiche di chi, col ritorno al “liberalismo, quello classico, e al costituzionalismo, quello vero”, intende ricuperare il “regno della libertà” che la costruzione dello Stato di diritto democratico avrebbe concorso, con le sue molte sovrastrutture garantiste, a compromettere. Certo, la Carta Costituzionale della Repubblica Italiana, se considerata dal punto di vista rawlsiano, non è “al di sopra di ogni sospetto”; essa potrebbe perciò essere considerata meritoria di riforme, ma non per le finalità che surrettiziamente si propone di perseguire l’attuale governo in carica (tra l’altro portatore di una proposta di riforma varata da un Parlamento illegittimo), ma per una più rigorosa formulazione, al passo coi tempi, dei 12 “Principi fondamentali”, che la stessa Carata richiama in apertura; questi principi, infatti, anziché formulare le linee guida per la piena istituzionalizzazione di quelli affermati con la Rivoluzione Francese dell’89, sanciscono un’organizzazione del regime politico italiano per il perseguimento di obiettivi oggi non più giustificabili sulla base delle condizioni materiali esistenti.

Se si considera, ad esempio, l’incipit della Certa, dalla sua lettura risulta che l’Italia “è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e che, al fine di una sua piena realizzazione, impegna la stessa Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Si tratta di un obiettivo che, risultando di quasi impossibile realizzazione, concorre ad abbassare la qualità e la “credibilità” della Carta. Molto meglio sarebbe porre a fondamento della Repubblica, anziché il lavoro, l’accesso al reddito per tutti, attraverso una parificazione delle opportunità, da realizzare con l’indicazione puntuale e cogente delle linee guida delle quali parla Rawls. Ciò farebbe dell’Italia un autentico Stato di diritto democratico, affrancato dai “mercanteggiamenti” caritatevoli e residuali di un welfare State che, anziché rimuovere le disuguaglianze ed i privilegi, è valso sinora solo a conservarli, se non ad approfondirli.

Gianfranco Sabattini

 

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